lunedì 6 ottobre 2014

Appunti morali VI.: Omicidio su richiesta


(da laRegione del 4 ottobre 2014, Illustrazione di Sighanda)


Ma uccidere qualcuno è sempre sbagliato? E se l’assassinio fosse a fin di bene? Non si intende qui l’assassinio per il bene di una collettività, a scapito di un singolo individuo che non avrebbe più diritto a vivere, ad esempio l’esecuzione di uno spietato tiranno dittatore o di un indegno pedofilo stupratore recidivo. Si intende invece l’omicidio di un singolo individuo per il suo bene e su sua richiesta, individuo che ha deciso liberamente di voler morire e per il quale l’esistenza non ha più senso di continuare a durare.

Un essere umano, molto probabilmente sofferente, potrebbe chiedere il mio aiuto per farla finita una volta per tutte. E quindi perché non assecondare la sua decisione, sostenerlo nella sua scelta e assisterlo per garantirgli una morte dignitosa? Sempre meglio che lasciarlo da solo in cima ad un autosilo a dover decidere se buttarsi oppure no. Poi è chiaro, per me e per la mia coscienza non sarà sicuramente facile ucciderlo. Vi è poi una differenza sostanziale se sono io a dover fare il gesto che procura la morte o se questi lo fa da sé. 

È per questo che in Svizzera abbiamo optato per una soluzione più consona e efficace: il suicidio assistito su richiesta. Soltanto chi per “motivi egoistici” aiuta una persona a suicidarsi può essere punito penalmente. Non posso quindi assolutamente farlo per un mio utile personale: non è il caso di aiutare mia zia a suicidarsi per ottenerne l’eredità, ma neppure una persona qualsiasi se questa mi paga bene per assisterla, così come non è il caso di sostenere il suicidio di qualcuno che non mi sta particolarmente simpatico.

Sono invece libero di aiutare qualsivoglia persona a togliersi la vita se lo faccio non per il mio di utile, ma per il suo. Ovviamente la persona deve essere in grado di intendere e volere, capace di scegliere in autonomia se togliersi la vita oppure no, libera di prendersi le sue di responsabilità. Secondo la classica morale liberale, spetta a lei decidere se la sua esistenza ha ancora senso, se la sua vita è ancora una “vita buona” e “di qualità”, degna di essere vissuta, oppure no. Non posso mica imporre a qualcuno di continuare a vivere se non lo vuole.

Ecco perché qui da noi avremmo la possibilità, di diritto, di assecondare la scelta di un ragazzo ventenne per il quale la vita è tutta uno schifo, di sostenere la decisione di una donna di mezza età che ha subito un destino avverso, e di assistere una persona anziana per la quale l’esistenza ha perso di qualità. L’importante è che non sia io a dare la spinta dall’autosilo, a imboccare la pillola o a iniettare il veleno mortale. La scelta è sua, non mia, io posso solo essere di sostegno.


Perché l’omicidio su richiesta è moralmente sbagliato? Il “cannibalismo consensuale”.

Nei dibattiti etici viene spesso citato il seguente caso esemplare[1]: nel 2001, nel paesino di Rothenburg, in Germania, un ingegnere informatico di 43 anni, Bernd-Jürgen Brandes, rispose all’annuncio su internet pubblicato dal signor Arwin Meiwes, un tecnico di computer di 42 anni. Meiwes cercava una persona disposta a farsi uccidere e in seguito farsi mangiare. All’annuncio risposero circa duecento persone, ma pare che alla fine solo Brandes fu mangiato. Meiwes lo uccise, ne sezionò il cadavere e infine mangiò circa venti chili di carne della sua vittima consenziente, cucinati, pare, con olio d’oliva e aglio.

Che cosa c’è di male in questi fatti realmente accaduti? Entrambi erano adulti consenzienti, con un lavoro e una vita normali, giuridicamente giudicati in grado di intendere e di volere. Entrambi sono liberi di disporre della propria vita come gli pare e piace, fino a quando non fanno male a qualcuno, ed è stato il caso? Entrambi hanno il diritto di perseguire il proprio utile e decidere cosa per loro è una vita buona. Vi è stata addirittura una massimizzazione dell’utile di due persone: grazie all’incontro della vittima con il suo cannibale entrambi hanno dato un senso alla loro esistenza, e scelto autonomamente la loro strada verso il benessere, il piacere, forse la felicità.

Di male, si potrebbe ribattere, c’è innanzitutto la questione del “cannibalismo”. Le persone, nella nostra cultura, per la nostra tradizione, nelle nostre abitudini acquisite da millenni non si mangiano. Vi è, almeno per il momento, un limite morale che non si può infrangere. Ma al di là del cannibalismo, c’è il problema dell’omicidio su richiesta. Mettiamo che Meiwes, l’assassino, volesse solo aiutare Brandes a porre termine alla sua esistenza, perché giudicata non più degna di essere vissuta, senza senso e segnata da una sofferenza per lui inaccettabile. Perché avrebbe dovuto essere sbagliato ucciderlo?

Qualcuno sosterrà che la vita umana è un valore in sé, che bisogna proteggere, custodire e difendere, anche al di là e al di qua della nostra libertà individuale; la nostra vita e il nostro corpo sarebbero un dono e non del tutto una nostra proprietà, ma bisogna crederci. Qualcun altro dirà che dobbiamo promuovere una cultura della vita e lottare contro la morte. Non possiamo mica tollerare l’omicidio su richiesta, e neppure assecondare un suicida: di fronte a qualcuno che vuole buttarsi dall’autosilo, mica diciamo “è una tua libera scelta, la vita è tua, fallo!”. Faremmo di tutto per fermarlo (si spera), magari pure bloccandolo contro la sua volontà. Non siamo moralmente, umanamente, socialmente responsabili della vita e della morte di chi vuole togliersi di mezzo?


Ma il suicidio assistito è moralmente lecito? La morte dei “sofferenti inutili”.

Brandes, invece di farsi uccidere in Germania, avrebbe potuto intraprendere un viaggio in Svizzera, dove qualcuno poteva legalmente aiutarlo ad uccidersi. Anziani (e meno anziani) sofferenti, con malattie giudicate inguaribili, per i quali la vita non ha più senso, vengono regolarmente sostenuti nella loro decisione di togliersi la vita. Ma non solo: sempre di più anche persone senza una “malattia del corpo”, ma comunque sofferenti, vengono e verranno assistite nel loro percorso verso la libera scelta di morire, ponendo così termine ad esistenze giudicate senza senso, di scarsa qualità, superflue. Basta che chi assista non lo faccia per motivi egoistici.

La morale elvetica, iperliberale e iperutilitarista, ha optato per la seguente soluzione di “compromesso”: nelle nostre strutture pubbliche (ospedali, istituti di cura, ecc.) si lotta per la vita. Non vogliamo mica prenderci la responsabilità di decidere insieme, come società (come pazienti, politici, medici, parenti, personale di cura, amici, psicologici, ecc.), se per una persona ha ancora senso vivere oppure no, e se la sofferenza è oramai diventata insostenibile e irrecuperabile. L’eutanasia attiva diretta, tramite un gesto quale un’iniezione che procura la morte, è infatti reato penale. Noi promuoviamo la vita.

La morte in quanto tabù, in società contemporanee fondate sul mito di Peter Pan e su una volontà di potenza che ci desidera eterni, viene invece relegata nel privato. In questo processo di privatizzazione della morte, singoli e associazioni private accorrono regolarmente per assecondare, sostenere e assistere atti di suicidio, in nome della libertà del tutto individuale di decidere per se stessi quando morire, e di poter decidere in solitudine a casa propria se la propria vita abbia ancora senso, sia ancora “utile” e di “qualità”.

In Svizzera nel 2011 sono state aiutate 431 persone ad uccidersi. Di queste, sicuramente molte erano affette da malattie inguaribili, e il suicidio è stato probabilmente un sollievo per non dover patire le pene dell’inferno per il poco tempo rimasto a disposizione. Diverse altre persone, invece, sono state aiutate perché la loro malattia era “solo” esistenziale e sociale, e quindi forse guaribile. Magari erano persone sole, non più inserite socialmente, abbandonate a loro stesse, inutili per la società e quindi per se stesse, diventate solo un costo e non più un benefiche per nessuno.

La questione non è (più) quella della liceità del suicidio in sé. Uno può anche uccidersi, può essere anche un suo diritto. La questione è invece come decidiamo, come società, di rispondere alla sua richiesta di “suicidio sociale”. In Svizzera abbiamo deciso che pubblicamente, sotto la luce del sole, la morte mica la promuoviamo. La lasciamo invece agire nel privato, al di fuori della nostra coscienza pubblica e della nostra comune responsabilità. Un’efficace strategia sociale, consapevole o inconsapevole che sia, per liberarci dei sofferenti inutili.



[1] Si veda in particolare M. Sandel, Giustizia, Feltrinelli, Milano 2012, p. 86.



Suicidio assistito e eutanasia in Svizzera

In Svizzera non si è mai voluto creare una legge che regolamenti l’eutanasia e il suicidio assistito. Valgono però le seguenti disposizioni:
- Eutanasia attiva diretta: omicidio mirato a ridurre le sofferenze di un’altra persona. Il medico o un terzo somministra intenzionalmente al paziente un’iniezione che conduce direttamente alla morte. 
Questa forma di eutanasia, legalizzata ad esempio in Belgio e Olanda, è attualmente passibile di pena ai sensi dell’articolo 111 (omicidio intenzionale), articolo 114 (omicidio su richiesta) o articolo 113 (omicidio passionale) del Codice Penale.
- Assistenza al suicidio: soltanto chi "per motivi egoistici" aiuta una persona al suicidio (ad es. procurandogli una sostanza letale), è punito secondo l’articolo 115 del Codice Penale con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. 

Nel caso dell’aiuto al suicidio si tratta di procurare la sostanza letale al paziente che auspica suicidarsi. Quest’ultimo poi la ingerisce senza l’aiuto di terzi. 
Organizzazioni come EXIT prestano assistenza al suicidio nell’ambito di questa legge. Esse non sono punibili fintanto che non è possibile rimproverare loro motivi egoistici. 
A fine maggio l’assemblea di EXIT ha deciso di assistere nel suicidio anche persone anziane senza “malattie mortali”.



mercoledì 6 agosto 2014

Appunti morali V.: Polanski




(da "La Regione" del 7 agosto 2014)






È giusto non riconoscere, valorizzare e premiare le qualità artistiche di Roman Polanski, uno dei più grandi registi viventi, per il fatto che nel 1977 ha avuto un rapporto sessuale con una ragazza di 13 anni e 11 mesi?

Da più parti si continua a valutare negativamente, da un punto di vista morale, la partecipazione del regista al Film Festival di Locarno. Polanski è un criminale, Polanski fa di tutto per non essere estradato negli Stati Uniti, dove ancora oggi lo attende un processo per l’orrendo crimine che ha commesso, Polanski è ciò che oggi la nostra “morale sociale” reputa il “male assoluto”: un pedofilo, il mostro contemporaneo.

Potrà non piacere ai numerosi moralisti e ai moralizzatori nostrani, ma di fronte ad un’analisi più attenta e accorta le questioni etiche sono purtroppo, o per fortuna, molto più complesse di quello che appaiono, di quello che ci dice la nostra pancia o di quel che mormora la pancia del popolo. Ma assecondare questi mormorii, in particolare in questo cantone di provincia che ha fatto negli ultimi anni degli “umori della gente” la sua ragion d’essere politica, culturale e morale, è sicuramente la strada più facile, per rassicurare se stessi, gli altri e, perché no, per ottenere qualche tornaconto politico o qualsivoglia forma di riconoscimento sociale.

Polanski ha sicuramente commesso degli atti ignobili e meschini, quali il rapporto sessuale con una minorenne e la fuga di fronte alla giustizia, che hanno macchiato e peseranno per sempre sulla sua esistenza. Ma sono questi atti delle ragioni sufficienti per non invitare uno dei più grandi registi viventi al Festival del film di Locarno? D’altra parte, può la grandezza dell’artista, universalmente apprezzata e acclamata, mettere in secondo piano i suoi tragici errori?


Esiste il diritto a rifarsi una vita?

Cos’è che urta di più le nostre coscienze: il fatto che abbia commesso il reato o che sia fuggito dalla giustizia? Occorre qui ricordare come Polanski abbia patteggiato con la sua vittima, Samantha Geimer, una modella che il regista conobbe in quanto fotografo per Vogue. Si dichiarò colpevole di rapporto sessuale con persona minorenne e scontò in carcere la pena inflittagli. Venne rilasciato anticipatamente con una valutazione che consigliava una pena detentiva con la condizionale. Quando scoprì che il giudice non avrebbe dato seguito a questa valutazione fuggì in Francia.

Mettiamo per un attimo che l’intera procedura giudiziaria sia terminata e che anche negli Stati Uniti il suo caso legale sia oramai chiuso. Qualcuno reputerebbe ancora sbagliata l’idea di invitarlo al festival a parlare di cinema? Ciò non significherebbe mettere in dubbio il diritto, per una persona che ha commesso un atto criminale e ha scontato la sua pena, di “rifarsi una vita” e di non portare per sempre lo stigma sociale del gesto criminale che ha commesso?

Questo non vale unicamente per Polanski perché è un grande artista, ma per tutte le persone che una volta nella loro vita hanno commesso un reato. Non hanno tutte queste persone la possibilità di tornare ad una “vita normale” e di essere riconosciute dalla società per quel che fanno di buono, al di là dei crimini per i quali hanno scontato una “giusta pena” (sempre che ovviamente non siano recidivi)? Posso essere un “bravo padre”, un “bravo impiegato”, un “bravo sportivo”, un “bravo regista”, anche se una volta nella vita ho ucciso, rubato, stuprato, evaso il fisco, fatto sesso con una minorenne?

Coloro che non credono nel diritto alla seconda possibilità mettono in dubbio i principi del nostro ordinamento giuridico, e attaccano così i valori che stanno a fondamento della nostra morale sociale. È proprio di fronte al caso-limite della “pedofilia” che si tende sempre più a invocare l’internamento a vita, la castrazione, persino la pena di morte, in ogni caso la messa al bando definitiva dalla società. Ma ciò che realmente la “pedofilia” è e rappresenta necessiterebbe di un’analisi molto più approfondita che non delle mere reazioni emotive scritte su desideri di vendetta. E questo innanzitutto per prevenirlo, il male, e soprattutto per combatterla efficacemente, la “pedofilia”.


La complessità morale di un caso giudiziario

Mettiamo di non voler dare spazio alla caccia alle streghe contemporanea, e di non voler vivere in una società fondata su metodi giustizialisti premoderni, quando si marchiavano a vita con il fuoco i criminali. Ma decidiamo comunque di non voler rinunciare a giudicare gli atti di pedofilia in tutta la loro gravità e malvagità. In questo caso il problema morale essenziale dell’affaire Polanski diventa il fatto che sia fuggito di fronte alla giustizia americana.

Si apre qui la complessa questione del rapporto tra morale e diritto e della valutazione del caso giudiziario specifico. Per il diritto svizzero, Polanski è un uomo libero (come infatti rivendicato dai rappresentanti del Festival, anche se ci pare un argomento non del tutto esaustivo per giustificare il loro invito al regista). Inoltre non per forza se una persona è ricercata in un altro stato significa che noi, cittadini del nostro di stato, ne dobbiamo condividere le leggi. Infine, sempre a difesa di Polanski e del Festival, si potrebbe ricordare che la mancata estradizione del regista negli USA è stata giustificata da parte della Svizzera non unicamente per una questione di “forma”: la domanda di estradizione non è stata accolta perché secondo gli atti Polanski avrebbe già scontato l’intera pena inflittagli, e gli Stati Uniti non avrebbero presentato alle autorità federali la documentazione necessaria per dimostrare il contrario.

Ma si può veramente ridurre la valutazione morale ai formalismi di giudici e avvocati? In ogni caso le opinioni morali, anche solo attorno al caso giudiziario specifico, non possono che essere molteplici e spesso in contrasto tra di loro. Contro il regista e il festival citiamo, senza per questo voler essere esaustivi: le leggi di un paese vanno comunque sempre rispettate, non si può mica fuggire semplicemente perché le giudichiamo ingiuste, e qui parliamo pure di sesso con minori! Inoltre, il fatto non sia stato estradato non è perché ha potuto pagarsi i migliori avvocati? Infine, il fatto che venga riconosciuto e apprezzato come un grande regista non gli concede un trattamento di favore rispetto ad altri “poveri cristi” sottoposti a casi analoghi, per i quali nessuno accorre in difesa?

A favore di Polanski e del Festival: il regista ha patteggiato con la vittima Samantha Geimer, ha scontato la pena patteggiata, ha chiesto scusa alla vittima e Samantha Geimer l’ha pubblicamente perdonato. Lei ha inoltre richiesto più volte che non si parli più pubblicamente del caso (richiesta anche in Ticino per l’ennesima volta rimasta ascoltata…). Ancora a favore: c’è chi sostiene sia avvenuto un vero e proprio accanimento giudiziario nei confronti di Polanski, da parte di giudici e media conservatori nei confronti di una persona reputata fin troppo “liberal” e decadente nei suoi costumi e nel suo stile di vita, per una morale puritana che voleva tirare la coperta della giustizia dalla sua parte.


Opera e persona

Ma alla fine non sarebbe sufficiente l’alta qualità dell’opera del regista, oltre al fatto che in Svizzera è un uomo libero, per giustificare il suo invito a Locarno? Il “bene” che Polanski ha fatto alla società, con la poesia che ci ha saputo mostrare, le emozioni che ci ha fatto vivere, l’umanità delle storie di vita che ci ha permesso di cogliere, non mettono in secondo piano, da un punto di vista morale, il “male” che ha invece causato?

Non che il bene giustifichi il male. Nella valutazione etica di un essere umano, non bisogna sicuramente mai dimenticare i suoi vizi e i suoi errori, gravi o futili che siano. Ma non bisognerebbe anche riconoscergli le sue virtù e le sue beneficenze? Il male che Polanski ha commesso è in sé ingiustificabile, ma non possiamo negare che da qualche parte, quando apprezziamo un suo film o lo invitiamo ad un festival, pensiamo che questo male sia in parte compensato dal bene che ci ha offerto.
Non si tratta di distinguere l’artista dall’opera, perché artista e opera, di fronte ad un’analisi etica e non unicamente estetica, non sono mai del tutto distinguibili. Anche per questo, sia detto per inciso, le prese di posizione che accettano che al Festival vengano mostrati i suoi film, ma non che Polanski venga a Locarno, sono contradditorie o perlomeno superficiali, dettate dall’emozione e da un’analisi insufficiente della questione.

Ciò che dona riconoscimento e a valore alla sua persona sono i suoi film. E quindi, o crediamo che gli errori che ha commesso sono tali da infangare anche il suo esprimersi in quanto regista e decidiamo di boicottare i suoi film o, peggio, di censurarli. Oppure crediamo sia giusto ascoltare e premiare una persona per le sue virtù, così come reputiamo doveroso punirla per i suoi vizi. Altrimenti, le nostre crociate morali non saranno che una caccia alle streghe, o prese di posizioni morali fondate su una geometria variabile in vista di un proprio tornaconto personale.

Se decideremo comunque di applaudire Polanski per i suoi meriti di artista, crediamo che questi applausi non saranno mai sufficienti a cancellare quel tragico evento di 37 anni fa. La creazione di una somma opera d’arte non giustificherà mai un atto sessuale con una minorenne. D’altra parte, è questa violenza sessuale una ragione sufficiente per non cogliere, valorizzare e premiare la grandezza dell’opera di una persona?



lunedì 2 giugno 2014

Cittadinanza e nuova ragione del mondo




(estratti da “Rivista per le Medical Humanities”, gennaio-aprile 2014, http://www.rivista-rmh.ch/rivista.php )








Prologo: trasformazioni della cittadinanza

L’ipotesi è che la cittadinanza, intesa come possibilità di partecipazione e integrazione delle persone nella vita sociale, culturale e politica di una società in una determinata epoca storica, abbia subito negli ultimi decenni delle profonde trasformazioni[1].

La vittoria della “nuova ragione del mondo”[2], quella della globalizzazione tecno-capitalista, dell’egemonia del pensiero neoliberale oggi dominante, ha modificato gli assetti economici, culturali e politici che costruiscono le modalità dello “stare insieme” all’interno delle società contemporanee. Vengono così trasformati anche il senso e il significato della cittadinanza, di cosa una persona debba fare e chi debba essere per poter partecipare ed essere integrata nel “gioco sociale” preposto a costruire il nostro attuale “bene comune”. In parallelo, anche le svariate forme di “assenza di cittadinanza”, intesa come esclusione economica, sociale, politica e culturale, assumono una forma nuova, caratterizzata dall’impossibilità di avere accesso gioco, dal venire rifiutati e messi al bando secondo inedite modalità di marginalizzazione della devianza.

Uno degli assunti di base nell’analisi della “nuova ragione del mondo” tecno-capitalista è che la trasformazione in atto non è unicamente “economica”. Non assistiamo semplicemente al trionfo del libero mercato globale e del “laissez-faire” liberista contro lo stato moderno e la sua politica incapace di governarne il processo. La “nuova ragione del mondo”, per funzionare, ha messo in atto nuove tecniche di governo del mondo, della società e delle persone che lo abitano. La trasformazione è quindi anche “politica”, con nuove modalità di gestione e di amministrazione della “cosa pubblica” e del “bene comune”, ad esempio in vista della massimizzazione dell’”utile collettivo” pensato a partire dalla produzione individuale di ricchezza; “sociale”, con nuove modalità dello “stare insieme”, ad esempio la competizione e la concorrenza tra persone come modalità fondamentali della vita in comune e della nostra relazione con gli altri; “antropologica”, con nuove modalità di costruzione ed educazione delle soggettività, ad esempio l’essere liberi cittadini-consumatori, imprenditori di se stessi, condizione indispensabile per diventare qualcuno e poter essere felici.


La cittadinanza nell’epoca delle società della produzione

Prima dell’epoca odierna, della globalizzazione neoliberale tecno-capitalista, nella quale la cittadinanza è data dal “consumo” e dalla capacità (o incapacità) di essere imprenditori di se stessi, vi è stata l’epoca delle società della produzione, giunte al loro apogeo nel ventesimo secolo, caratterizzata dal sistema di produzione fordista e dal compromesso “socialdemocratico keynesiano”[3].

[…]


I cittadini-consumatori, liberi imprenditori di se stessi.

[…]

Contemporaneamente, la nuova “ragione del mondo” neoliberale si impone come nuovo modello economico, sociale, politico e morale di governo della società e dei suoi membri, modificando così anche il senso della cittadinanza e le modalità d’accesso al corpo sociale. Tramontate le ultime “ideologie totalitarie” del Novecento, la globalizzazione tecno-capitalista si propone come termine ultimo della Storia[4]. Una volta che tutto il mondo sarà connesso in un unico libero mercato, vi è la possibilità di concretizzare l’utopia di una società globale di liberi cittadini-consumatori, imprenditori e “manager” di se stessi[5]. 

Questa società permetterebbe ad ognuno la realizzazione dei propri unici e individuali desideri di felicità, trasformando ogni cosa (e ogni persona) in merce, in occasione di consumo e di godimento, nella continua ricerca del piacere nel qui e ora che la vita sarebbe diventata[6]. Ma anche per chi non volesse credere nell’utopia, la nuova “ragione del mondo” si impone, più “realisticamente”, come il miglior modo, l’unico, di gestione e di amministrazione delle società. Le alternative non possono che essere peggiori, reazionarie e totalitarie, in ogni caso lesive delle libertà dell’individuo e delle sue possibilità di “farsi una propria vita”.

Il libero mercato diventa così la condizione indispensabile per l’esercizio della propria libertà individuale, per l’espressione e la realizzazione dei propri desideri e di se stessi, di un’identità individuale che non si vuole più “imposta” come all’epoca delle società della produzione, ma che ognuno può “liberamente” costruirsi. Libera scelta del mestiere, della formazione, dell’identità sessuale, del partner, del ruolo famigliare, di come nascere e di come morire. Le scelte di vita, e con esse la propria identità da progettare e costruire, si possono e si debbono continuamente modificare quando non sono più occasioni di godimento, di “qualità di vita”, e quindi, pare, di felicità.

La cittadinanza pare così “emanciparsi” dalle imposizioni identitarie dell’epoca delle società della produzione, dal suo essere stata dovere di partecipazione all’ideale morale dello stato-nazione (dover essere bravi padri-lavoratori-cittadini dello stato), ideale per il quale si produceva, si lavorava e si era qualcuno. La “nuova cittadinanza” è data dalla partecipazione al nuovo ideale morale, il libero mercato, nel suo poter essere occasione di produzione di ricchezza, di utilità e felicità per tutti, o piuttosto per chi riesce a stare al passo coi tempi ed è in grado di giocare al nuovo gioco sociale[7]. La libertà è quella di poter scegliere cosa consumare e cosa diventare, la responsabilità quella di scegliere i prodotti e costruirci le identità che ci danno più piacere e felicità, il nuovo imperativo morale ci intima: “Consuma e godi!”. Non che la “produzione” scompaia dalla società, ma non è più il lavoro il fulcro che garantisce la partecipazione e l’integrazione sociale, ma il “potere d’acquisto” come possibilità di consumo, di godimento e di costruzione della propria vita. Nella finanziarizzazione dell’economia, ciò che ha valore è il capitale, non il lavoro[8]. “The Wolf of Wall Street”[9].

In questo nuovo processo di integrazione e di esclusione sociale, ogni “cittadino” deve diventare un manager, un imprenditore di se stesso all’interno delle molteplici possibilità di stili di vita e scelte identitarie che gli vengono offerte dal mercato, stili di vita che è costretto a scegliere, sempre che abbia abbastanza potere d’acquisto (=“potere di cittadinanza”)[10]. Il “bene comune” non è più lo stato e la sua democratica gestione della “cosa pubblica”, essendo il mercato, per il neoliberalismo, il nuovo “bene comune”. Al “centro del villaggio” non vi è più la Chiesa, come nelle società premoderne, ma neppure la Piazza del Municipio, vi è il Centro Commerciale. Si può non più credere in Dio, si può anche decidere di non più votare, ma non si può non consumare.

Non che i governi e gli stati scompaiano, ma cambiano le loro finalità: la loro ragion d’essere diventa quella di permettere, tramite una corretta regolamentazione politica e legale, al mercato di poter sviluppare la sua supposta virtù di produzione di benessere comune[11]. Così come non scompare la società[12], ma si modificano le modalità e le finalità dello stare insieme: gli altri diventando da un lato le persone con le quali entrare in relazione per poter godere di se stessi e potersi costruire la propria vita, dall’altro gli altri diventano i miei concorrenti, coloro con i quali entro in competizione per poter diventare qualcuno e, pare, poter essere sempre migliore[13]. La persona diventa così un cliente a cui posso offrire delle prestazioni, e capitale umano, relazionale e affettivo delle cui prestazioni io stesso posso usufruire. In questo “reality show” basato su competizione e concorrenza, solo i migliori dovrebbero vincere e il merito venire valorizzato. Si allunga però sempre di più anche la lista degli scartati, degli inadatti alla sopravvivenza che non sono stati abbastanza bravi a giocare.


La cittadinanza negata nelle società dei rifiuti

Chi non raggiunge gli scopi richiesti dalle regole sociali stabilite dalla nuova “ragione del mondo” rischia di venire riconosciuto (e di riconoscersi) come un perdente, uno scarto, un rifiuto della società[14]. Non sarebbe all’altezza della morale vigente e non è in grado di adeguarsi a un sistema che gli darebbe tutte le possibilità per diventare qualcuno. Oppure, non essendoci alternativa e non essendoci abbastanza spazio per tutti, chi non ce la fa non ha saputo giocare bene le sue carte. Alle persone sempre più ai margini della società, che rischiano di essere estromesse dal gioco sociale, non rimane che la lotta, la competizione per accaparrarsi i pochi beni di cui possono ancora usufruire (un lavoro, una casa, una prestazione sociale,…). La guerra tra poveri è un efficace e fondamentale modello di gestione delle popolazioni all’interno delle odierne società neoliberali.

[…]


Epilogo: l’amministrazione dei “senza-cittadinanza”

[…]

I problemi, le emergenze, le crisi da gestire non sono quelle del sistema neoliberale tecno-capitalista, strutturalmente incapace di concedere a ognuno la partecipazione al gioco sociale dei consumi, sistema che produce sempre più rifiuti materiali e sociali per rendere possibile il suo statu quo. I problemi da risolvere sono invece quelli di un sempre maggiore indebitamento dei singoli e degli stati, indebitamento che rischia di diminuire il potere d’acquisto=la possibilità di consumo=la possibilità di cittadinanza, tramite politiche d’austerità che non fanno che aumentare il numero degli scartati. I problemi ulteriori saranno allora quelli del controllo sociale e securitario (assistenza e polizia) per tenere sotto controllo i rifiuti[15].

Le emergenze da contrastare sono quelle del sempre maggiore afflusso di immigrati dalle discariche del mondo, sono quelle della piccola criminalità diffusa, dallo spaccio di quartiere al bullismo a scuola, perché la violenza non è quella del sistema che produce la devianza, ma sempre e solo del singolo che pone problemi... Assistiti, stranieri, invalidi,…, sono loro i colpevoli della mia incapacità di partecipare appieno alla nuovo forma di cittadinanza[16]. Loro, i “colpevoli individuali”, si possono socialmente e politicamente controllare, tenere a bada, reprimere; non invece i meccanismi e le responsabilità collettive che producono la devianza, anche se ne sono cosciente e me ne posso anche indignare[17].

[…]















[1] Vengono qui ripresi e declinati a partire dal concetto di cittadinanza, alcuni temi sviluppati dall’autore in Carcere. Note sulle società del controllo, in “Ground Zero/Luoghi”, n. 1, Cascio, Lugano, 2009, Latte. Note sulle società dei consumi, in “Ground Zero/Cibo”, n. 2, Cascio, Lugano, 2010, Intestino. Note sulle società identitarie, in “Ground Zero/Persone”, n. 3, Cascio, Lugano, 2011, Assistito. Note sulle società dei rifiuti, in “Ground Zero/Rifiuti”, n. 4, Cascio, Lugano, 2012, Ground Zero. Note su utopia e distopia, in “Ground Zero/Frontiere”, n.5, Cascio, Lugano, 2013.


[2]Il riferimento è a P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2013. Gli autori, riprendendo le riflessioni sulla “razionalità politica” del neoliberalismo portate avanti da Michel Foucault, analizzano la nuova ragione del mondo della globalizzazione tardocapitalista nei suoi aspetti economici, sociali e politici. Nell’opera di Michel Foucault, si vedano in particolare Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979, Feltrinelli, Milano, 2005 e Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France 1977-1978, Feltrinelli, Milano, 2004.


[3] Sul consenso keynesiano, T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Roma-Bari, 2011, pp. 33-60.


[4] Il riferimento è a F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, Milano, 2003.


[5] Sulle società del consumo, Z. Bauman, Consumo, dunque sono, Laterza, Roma-Bari, 2010, Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006, pp. 84-130, M. Franchi, Il senso del consumo, Bruno Mondadori, Milano, 2007.


[6] Sul godimento, P. Dardot e C. Laval, op. cit., pp. 445-449 e 463-465, S. Zizek, Il godimento come fattore politico, Raffaello Cortina, Milano, 2001.


[7] Sul cittadino-consumatore, si veda anche P. Dardot e C. Laval, op. cit., cap.7.


[8] Sulla finanziarizzazione del capitale, L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2013.


[9] Il riferimento è all’ultimo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street, 2013, nel quale il godimento dato dal consumo e dall’accumulazione del capitale viene portato all’eccesso.


[10] Sul cittadino-imprenditore, P. Dardot e C. Laval, op. cit., cap. 13.


[11] Sul nuovo ruolo dei governi e dello stato, idem, cap. 9.


[12] Il riferimento è a una celebra frase di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”.


[13] Sulla concorrenza, idem, pp. 396-402.


[14] Sulla stigmatizzazione della devianza, E. Goffman, Stigma. L’identità negata, Ombre Corte, Verona, 2003.


[15] Sulla società del controllo, G. Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Macerata, 2000, cap. 5


[16] Sulle nuovo forme di insicurezza, A. Appadurai, Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione, Meltemi, Roma, 2005.


[17] Il riferimento è a S. Hessel, Indignatevi!, add , Torino, 2011.

venerdì 16 maggio 2014

Appunti morali IV.: Libertà di parola




(da "La Regione" del 16 maggio 2014)







Sono sempre libero di dire ciò che mi pare e piace, oppure la mia libertà di parola deve essere limitata? Non è molto corretto insultare chi non la pensa come me, ma se uno proprio non lo sopporto perché non dovrei poterlo dire in pubblico? Ma non è il caso, talvolta, di censurare l’offesa?

D’altra parte, fino a che punto sono costretto a tollerare gusti e opinioni che mi urtano e che reputo del tutto sbagliati? È facile essere tollerante con gli amici e i compagni, loro la pensano come me. Mi risulta più difficile tollerare la libertà di parola di persone che offendono la mia sensibilità e la mia visione del giusto. Loro stanno dalla parte del torto, e quindi perché dovrei accettarli?

La classica massima morale liberaldemocratica mi dice che sarei libero di fare ciò che mi pare e piace finché non faccio del male agli altri. Non possiamo tollerare che la libertà individuale arrivi al punto da permettere a qualcuno di fare del male fisico a qualcun altro. Nessuno vorrebbe vivere in una società nella quale una persona è libera di picchiare chi non gli sta a genio, o di uccidere o anche solo torturare chi gli ha fatto un torto. La mia libertà individuale è quindi limitata dai danni fisici che posso arrecare agli altri.


Ma anche le parole possono fare male. Possono urtare la sensibilità di qualcuno e offenderlo, ed essere causa, quindi, di un danno psichico. Le parole hanno una loro forza, ed è per questo che uno ci può stare male. Ma quindi, visto che limitiamo e censuriamo la violenza fisica, perché non dovremmo limitare e censurare anche la violenza verbale, se è causa di malessere psichico?

Pensiamo a qualche caso pratico: Sergio Savoia, coordinatore del partito dei Verdi ticinesi, sul suo blog è avvezzo a insultare e offendere chi non la pensa come lui. Se l’è presa ad esempio con Virginio Pedroni, docente e filosofo, perché contrario all’iniziativa popolare “Contro l’immigrazione di massa” del 9 febbraio 2014. In un suo scritto aveva proposto dei parallelismi storici tra l’odierno Canton Ticino e il Sud degli Stati Uniti durante l’epoca dello schiavismo. Savoia se la prende con Pedroni affermando che il filosofo anni fa “ebbe un breve periodo di notorietà” quale candidato alla presidenza del Partito socialista, che ”durò anche meno dei 15 minuti di cui parlava Andy Warhol. Pedroni era troppo triste e grigio perfino per il PS… Il suo culo è perennemente riscaldato dalle serpentine dell'impiego pubblico… uno le cui capacità argomentative non sposterebbero nemmeno il voto della moglie.”

Lo scorso mese di marzo Massimiliano Robbiani, municipale di Mendrisio per il partito della Lega dei Ticinesi, pubblica sul suo profilo Facebook una foto di due donne col burqa accanto a due sacchi della spazzatura neri con la scritta “trova le differenze”, aggiungendo un ulteriore commento politico: “Ragione in più per non pagare la tassa sul sacco!!!”.

Dadò padre (Armando l’editore) e Dadò figlio (Fiorenzo il politico) sono invece ogni estate impegnati in una lotta contro le scelte artistiche dei direttori del Festival del film di Locarno. In particolare nel 2010 Armando Dadò ha invocato la censura della proiezione del film “L.A. Zombie” di Bruce LaBruce, che mostra la vicenda di uno zombie omosessuale che penetra con il suo fallo delle persone assassinate, riportandole così in vita. L’anno scorso il figlio, Fiorenzo Dadò, voleva invece censurare la pellicola “Sangue” di Pippo Delbono, all’interno della quale l’ex brigatista Giovanni Senzani racconta del sequestro e dell’esecuzione di Roberto Peci, di cui è stato responsabile.

All’inizio di quest’anno il governo francese riesce a bloccare le rappresentazioni teatrali del comico e attivista Dieudonné M’Bala M’Bala, per “questioni di ordine pubblico”, essendo intrise di “luoghi comuni antisemiti” che “inciterebbero all’odio razziale” e sarebbero “offensive della dignità della persona”.

Ognuno di questi casi è diverso nei metodi e nei contenuti. Per ciascuno si pone però la questione fino a che punto bisogna tollerare la libertà di parola. Le parole di Sergio Savoia insultano e offendono l’onore e la reputazione di un’altra persona (sarebbe diffamazione…), mentre quelle di Massimiliano Robbiani sono lesive della dignità delle “donne che indossano il burqa” (sarebbe razzismo…). E quindi non sarebbe il caso di censurarle, come desiderano tanto i Dadò per certi film e come ha fatto il governo francese con quell’antisemita di Dieudonné? I nostri soldi pubblici non possono mica essere impiegati per mostrare un film come “L.A. Zombie” che urta la sensibilità della maggioranza dei ticinesi, e neppure per una pellicola che dà parola ad un brigatista che offende così le sue vittime e i loro famigliari. Lo Stato non dovrebbe intervenire in nome dell’igiene sociale e in difesa della morale pubblica? Non tutte le parole dovrebbero essere permesse...


Perché non mettere in atto la censura qualora la libertà di parola offenda la reputazione, la sensibilità e la dignità di altre persone?

Io sono musulmano, credo tanto nella mia religione, Maometto è colui che dona senso al mio vivere, ed è per questo che ci sto veramente male quando criticano la mia fede. Hanno addirittura osato fare della satira sul Profeta! Io invece sono un ateo razionalista convinto, credo che le religioni siano la fonte di molti mali per l’umanità. Gesù, Maometto, Abramo e gli altri non erano per me che degli invasati, e affermare che le loro parole sono quelle di Dio e della Verità lo trovo veramente un insulto alla mia ragione e alla dignità dell’uomo!

Ogni opinione, gusto, stile di vita molto distante dalla mia visione del mondo rischia di urtare la mia sensibilità. La posso reputare offensiva di ciò che per me ha valore e dignità. Se all’interno delle nostre società liberaldemocratiche possiamo mettere dei limiti alla libertà d’azione degli individui qualora provochino dei danni fisici ad altri, non lo possiamo invece fare per la libertà di parola. Se si usasse il male psichico come giustificazione per mettere in pratica la censura, qualsiasi voce critica nei confronti di una credenza avversa potrebbe un giorno essere messa a tacere. La tolleranza presuppone che l’altro, all’interno del dibattito pubblico, con le sue parole, possa anche farmi del male, insultare ciò in cui credo, offendere la mia persona. È il prezzo, in termine di sofferenza, che dobbiamo pagare per la nostra libertà di pensiero.

E quindi, lasciamo libertà a Savoia, Robbiani, LaBruce, Senzani e Dieudonné di poter dire ciò che gli pare e piace? Anche se per me hanno palesemente torto e li posso trovare disgustosi, non hanno anche loro diritto di parola? Savoia può essere accusato di diffamazione, ma non è detto che la sua violenza verbale causi più sofferenza delle offese al Profeta per un musulmano. Le parole di Robbiani, così come quelle di Dieudonné, insultano senza ombra di dubbio la dignità dell’essere umano, ma non lo fa anche “L.A. Zombie” per chi crede che i cadaveri siano sacri e non vadano profanati? Le leggi contro il razzismo dovrebbero proteggere le minoranze culturali dalla discriminazioni, ma allora non dovremmo limitare anche la critica alle minoranze sessuali, religiose, diversamente abili, …? Forse sì, in nome della difesa di chi sta ai margini, di chi non sempre ha quel potere di parola che invece esercitano coloro che si permettono di stigmatizzarli, una protezione dei deboli nei confronti della libertà dei potenti.

Ma poi, che garanzia avremmo che il potere lo faccia sempre in nome della giustizia? Se proprio non vogliamo che sia lo Stato il censuratore, l’operatore di igiene sociale in nome di qualsivoglia morale pubblica imperante, non ci rimangono che le armi del confronto, dello scontro, della guerra di parole per dimostrare che dei cittadini stanno facendo del male alla nostra società e stanno sbagliando.

Ai Dadò consigliamo così, invece di invocare la censura governativa nei confronti della libertà artistica, di finalmente iniziare a distruggere pubblicamente i film con delle oneste argomentazioni. Ai razzisti di provincia come Robbiani non si tratta di tappare la bocca, ma di mostrarne la pochezza intellettuale, non è il caso di far diventare persone così martiri della libertà di parola. Anche i populisti intolleranti come Savoia, infine, li dovremo tollerare, anche se continueranno a usare la macchina del fango per gettare discredito sulla personalità dei loro avversari, invece di tentare di confutarne le argomentazioni. Ma in guerra spesso l’insulto e l’offesa sono più efficaci, quando il rischio è quello di sempre, in democrazia: la vittoria dei sofisti, di coloro che sanno meglio sedurre con le loro parole il popolo per la loro personale volontà di potenza.



Nella Costituzione e nel Codice penale..

La libertà di parola nella Costituzione svizzera, art. 16: “La libertà d’opinione e d’informazione è garantita. Ognuno ha il diritto di formarsi liberamente la propria opinione, di esprimerla e diffonderla senza impedimenti”, art. 17: “La censura è vietata.”

Nel codice penale, contro la diffamazione, art. 173: “Chiunque, comunicando con un terzo, incolpa o rende sospetta una persona di condotta disonorevole o di altri fatti che possano nuocere alla riputazione di lei, (…) è punito (…) con una pena pecuniaria sino a 180 aliquote giornaliere”.

Contro il perturbamento della libertà di credenza, art. 261: “Chiunque pubblicamente ed in modo abietto offende o schernisce le convinzioni altrui in materia di credenza, particolarmente di credenza in Dio (…) è punito con una pena pecuniaria sino a 180 aliquote giornaliere.”


Contro la discriminazione razziale, art. 261bis: “Chiunque, pubblicamente, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignità umana, discredita o discrimina una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione (…) è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.”