sabato 9 maggio 2026

La trappola degli imperialismi

(pubblicato su laRegione, 8 maggio 2026)
In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi, mobilitarsi per i diritti degli individui e dei popoli aggrediti, oppressi e martoriati richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, emergono invece ipocrisie e disparità di trattamento. Questo non vale solo per chi difende l’Ucraina dimenticandosi della tragedia senza fine della Palestina. Vale anche per chi è sempre ben disposto, giustamente, a denunciare i crimini e le violenze occidentali, degli Usa o di Israele, ma è molto più restio ad assumere una posizione netta contro i crimini e le violenze non occidentali, come nel caso della Russia, di Hamas o dell’Iran.
Non si tratta di negare né di giustificare l’imperialismo e il colonialismo occidentali, anzi. Il problema però è che per talune visioni antimperialiste, anticoloniali o antioccidentali sui generis la causa prima e ultima delle guerre e dei mali del mondo pare essere quasi solo occidentale. Si pensa e si agisce come se, in assenza dell’imperialismo e del colonialismo occidentali, gli individui e i popoli del resto del mondo avrebbero vissuto, e vivrebbero ancora oggi, perlopiù in pace e in armonia con il mondo. Il fatto che in passato imperi come quello persiano, cinese, arabo, mongolo o ottomano abbiano anch’essi aggredito, invaso, colonizzato, oppresso popoli e tribù pare non esistere o non contare.
Si rischia così di vivere nell’illusione che gruppi e regimi non occidentali non siano aggressivi in sé, ma indotti a rispondere con la violenza all’imperialismo occidentale. La Russia vorrebbe vivere in pace, ma sarebbe costretta a reagire all’espansionismo Usa e della Nato attaccando l’Ucraina, come se la storia pluricentenaria dell’imperialismo russo non esistesse. La violenza, la repressione e l’oppressione di gruppi come Hamas o di regimi come l’Iran sarebbero in prevalenza una risposta, o una resistenza, alle volontà di dominio e controllo occidentali, rendendoli così meno responsabili dei loro crimini.
Questa logica ricorda la dottrina dei due campi, elaborata in epoca staliniana da Andrej Ždanov: da una parte il campo imperialista occidentale, causa prima delle guerre e dei mali del mondo, dall’altra quello antioccidentale che invece vorrebbe vivere in pace. Lo scopo di questa narrazione falsata della realtà era ed è quello di relativizzare o negare le volontà di potenza e i crimini degli attori non occidentali, affinché sul banco degli accusati ci sia sempre e solo l’Occidente.
Taluni movimenti pacifisti e partiti di sinistra occidentali si mobilitavano così contro la guerra in Vietnam e il riarmo della Nato, rimanendo in silenzio sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e sul riarmo dell’Urss. Oggi si denuncia l’imperialismo Usa e il riarmo europeo mentre si relativizza quello russo o cinese. Si idealizzavano le lotte di liberazione nazionale antioccidentali, come oggi con la Palestina, mentre si restava inerti quando i carri armati sovietici entravano in Ungheria e Cecoslovacchia, come oggi con l’Ucraina. Si criticano capitalismo, patriarcato, omofobia, censura in Occidente, mentre si preferisce tacere su forme anche ben peggiori di disuguaglianza, sfruttamento, repressione dei diritti fondamentali nel resto del mondo.
Il campismo in quanto dottrina dei due campi è una trappola per chi vuole opporsi a qualsiasi forma di imperialismo, colonialismo e oppressione in nome di principi quali pace, giustizia e libertà. È una trappola perché invece di lottare per la pace si legittima la guerra: se lo fanno gli Usa e Israele allora possono farlo anche la Russia e Hamas, e viceversa, dando vita a un circolo infernale di azioni e reazioni senza fine. 
È una trappola perché frammenta e divide le lotte per i diritti degli individui e dei popoli martoriati, oppressi e aggrediti, rendendo le mobilitazioni meno credibili e meno efficaci. I vecchi e nuovi imperialismi, occidentali e non occidentali, possono così agire più indisturbati, facendo fronte comune per imporre le loro volontà di potenza e spartirsi il mondo in quelle che credono essere le loro rispettive sfere di influenza.
Contro la logica dei due campi vi sono i diritti umani e il diritto internazionale, posti a fondamento dell’Europa dapprima dopo il 1945, come risposta agli imperialismi che avevano condotto alle due guerre mondiali, e poi dopo il 1989, come fondamento del nuovo ordine internazionale una volta terminata la guerra fredda dei campi contrapposti. Da qui si può ripartire, per costruire un fronte comune alternativo alla legge della forza, in nome dell’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti gli individui e popoli del mondo. La legge deve valere per tutti e i crimini sono crimini, chiunque li commetta.

Imperialismo e ipocrisia occidentale

(pubblicato su laRegione, 14 marzo 2026) 
Sulle ceneri delle due guerre mondiali, l’Europa ha voluto ricostruire la sua civiltà a partire da valori quali i diritti umani e la pace, da proteggere e promuovere tramite il diritto internazionale. L’epoca attuale degli imperialismi e dei colonialismi come quello statunitense e israeliano rischia di cancellare definitivamente, in nome della legge e della superiorità della forza, l’ordine internazionale fondato sul diritto. Ma il diritto internazionale rimane l’unica alternativa valida per contrastare coloro che intendono minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità di individui e popoli.
L’applicazione del diritto richiederebbe però, almeno in linea di principio, coerenza. Ne va della sua credibilità ed efficacia. La difesa dei diritti del popolo ucraino da un lato e il mancato riconoscimento dei diritti del popolo palestinese dall’altro sono invece sintomo di un’ipocrisia occidentale che perdura da tempo. Questa disparità di trattamento rivela un atteggiamento e una struttura di potere imperiale, coloniale e razziale che l’Europa non ha mai riconosciuto né affrontato fino in fondo, e che si manifesta oggi anche nella sudditanza agli Usa e a Israele di fronte alla loro aggressione dell’Iran.
Nella rielaborazione storica collettiva avvenuta dopo le due guerre mondiali ci si è focalizzati quasi esclusivamente sui crimini avvenuti in Europa. Le vittime europee e la Shoah sono diventate (giustamente) memoria che interpella le nostre coscienze. I crimini dell’imperialismo e del colonialismo europeo nel resto del mondo sono invece stati lasciati ai margini, perlopiù rimossi dalla memoria collettiva. Delle sue vittime ci si sente meno responsabili. Questi crimini continuarono anche dopo la nascita dell’Onu e la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Si pensi alle guerre combattute contro l’indipendenza e l’autodeterminazione in Algeria e in Indocina, alla guerra per il controllo del canale di Suez o al sostegno al colpo di Stato in Iran del 1953. I diritti umani e il diritto internazionale erano prerogativa quasi unica ed esclusiva degli individui e dei popoli occidentali.
I silenzi e le mancate risposte di fronte alla tragedia del popolo palestinese e ai crimini del governo israeliano e degli Usa in Medio Oriente rivelano che la legge continui a non valere per tutti. Ciò non significa beninteso sostenere che Israele non abbia il diritto di esistere, o che sia di per sé un classico Stato coloniale. Il popolo ebraico è stato lui stesso vittima estrema di quelle logiche di potere razziali ed etnonazionaliste alla base dell’imperialismo e del colonialismo europeo, che il nazismo aveva condotto fino alle sue estreme conseguenze.
La Shoah non andrebbe però solo ricordata come quel male radicale inflitto alle persone di origine e/o di fede ebraica, ma come crimine contro l’umanità e la dignità di ogni essere umano in quanto tale. La creazione dello Stato d’Israele come conseguenza della Shoah rende l’Europa responsabile non solo nei confronti del destino del popolo ebraico, ma anche di quello palestinese. A ciò si aggiunge la storia regionale: dopo la caduta dell’Impero Ottomano, il Medio Oriente fu ridisegnato dall’imperialismo occidentale con poco o alcun riguardo nei confronti dei diritti degli individui e dei popoli che vi abitavano.
La disparità di trattamento che nega l’uguaglianza dei diritti si rivela anche nei continui appelli contro il possibile ritorno dell’antisemitismo in Europa. Appelli giusti e necessari, che andrebbero però accompagnati dall’esplicita volontà di contrastare qualsiasi forma di discriminazione, in particolare nei confronti delle persone musulmane, di origini arabe o africane. Il fatto che ciò non accada sempre è un ulteriore segno della mancata elaborazione delle responsabilità storiche dell’imperialismo e del suo razzismo di fondo.
Dopo la fine dell’imperialismo e del colonialismo europeo e la caduta dell’Urss, è diventato egemone l’imperialismo a stelle e strisce. Se gli Usa hanno spesso giustificato i loro interventi nel mondo in nome del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, con l’America di Trump è svanita ogni ipocrisia. Le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali non vengono più tenute nascoste, ma diventano ideologia esplicita di politiche di potenza nazionaliste volte ad annientare il nemico, come prima del 1945. Vale per Trump così come per Putin e Netanyahu.
Ora come non mai all’Europa si impone una scelta di fondo. O recuperare i suoi valori fondanti, facendo i conti con la propria storia, i doppi standard e la propria ipocrisia, tracciando un percorso alternativo al dominio e alla violenza degli imperi fondato sulla forza del diritto. Oppure diventare un insieme di Stati sovranisti vassalli che assistono complici e impotenti a guerre di distruzione senza fine.

sabato 28 febbraio 2026

Imperialismo versus diritto internazionale

(pubblicato su laRegione, 10 febbraio 2026)

Iran, Venezuela, Palestina, Ucraina… In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi solo il diritto internazionale, con i suoi principi quali l’autodeterminazione dei popoli e il divieto dell’uso della forza, può essere una valida alternativa per contrastare chi intende minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità dei popoli. 

Ma mobilitarsi in nome dei diritti dei popoli richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Nella realtà emergono invece preferenze, pregiudizi e disparità di trattamento. Spesso coloro che prendono posizione per i diritti di un popolo rimangono in silenzio, per non dire giustificano la negazione di quegli stessi diritti quando si tratta di altri popoli. Si diventa così utili strumenti, per non dire complici, di strutture e logiche di potere imperiali, coloniali e razziali che negano l’uguaglianza dei diritti.

Vi sono coloro che prendono posizione a favore dei diritti degli ucraini contro l’imperialismo russo, ma che sono molto più tiepidi e silenti quando il diritto internazionale viene violato dal colonialismo israeliano in Palestina. Si arriva persino a giustificare interventi armati Usa contro l’Iran e il Venezuela, evidenti violazioni della sovranità territoriale di uno Stato e del principio di non aggressione. 

Due pesi e due misure che riportano in superficie i tradizionali doppi standard dell’imperialismo occidentale. Mentre l’Europa moderna pensava, elaborava e affermava l’importanza del diritto internazionale e dei diritti umani, fu presto chiaro al resto del mondo che questi principi valevano solo per gli individui e i popoli europei. Gli altri erano visti come inferiori, sottosviluppati, incapaci di autodeterminarsi. Potevano e dovevano quindi essere “liberati” e colonizzati, “educati” e sfruttati, talvolta annientati.

Non cogliere, nell’attuale tragedia palestinese, questa classica struttura di potere imperiale, coloniale e razziale significa, nel migliore dei casi, negare la realtà. Nel peggiore si giunge a giustificarla: sono arabi e musulmani, potenzialmente violenti e terroristi, nemici da combattere ai quali non si possono concedere i nostri stessi diritti fondamentali.

Esiste però anche il fronte opposto, sempre pronto e all’erta quando si tratta di denunciare i crimini e le violenze occidentali, ma del tutto restio a prendere posizione e mobilitarsi quando il male è inflitto da potenze non occidentali. In questo fronte la causa prima e ultima delle guerre pare essere sempre e solo occidentale. Come se nel resto del mondo non ci fossero logiche di potere imperiali, coloniali e razziali, come se, senza l’intrusione dell’Occidente, i popoli del resto del mondo vivessero e avessero vissuto in pace e in armonia tra di loro senza volontà di espansione, controllo e dominio territoriali. 

Anche qui si assiste a una negazione della realtà che perdura da tempo. Ci si mobilitava ad esempio contro le guerre e i colpi di Stato sostenuti dagli Stati Uniti, mentre si taceva sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’occupazione militare dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Oggi ci si indigna per il colonialismo israeliano e per i diritti negati ai bambini palestinesi, mentre l’occupazione coloniale russa dei territori ucraini e le migliaia di bambini ucraini rapiti da Mosca vengono ignorate o relativizzate.

L’Ucraina è un caso paradigmatico. Dare la colpa ultima dell’aggressione russa all’espansione della Nato e all’imperialismo Usa non solo è la negazione dell’imperialismo russo, ma ne diventa la giustificazione. Coloro che sostengono che la Russia avrebbe diritto alla sua sfera di influenza in Europa, che sarebbe una guerra per procura e/o che gli ucraini per il loro bene dovrebbero smettere di combattere, non fanno che negare l’uguale diritto alla libertà, all’autodeterminazione e alla dignità di tutti i popoli del mondo. L’atteggiamento imperiale, coloniale e razziale è ben presente sia a destra che a sinistra dello spettro politico.

Nel frattempo, l’imperialismo di Trump fa fronte e gara comune con tutti coloro che intendono imporre, contro il diritto internazionale, le loro volontà di espansione, dominio e controllo nel mondo. Non per nulla il progetto di ricostruzione di Gaza che Trump ha in mente è colonialismo allo stato puro, progetto sostenuto nota bene quasi solo da potenze non occidentali, ben disposte a ritagliarsi la loro parte nel nuovo (dis)ordine mondiale fondato sulla legge del più forte.

Nel passaggio epocale che stiamo vivendo, forse è finalmente giunta l’ora per l’Europa e i suoi cittadini di riconoscere e contrastare le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali. Mai come adesso, grazie a Trump, sarebbe possibile tracciare insieme al resto del mondo un fronte alternativo comune di resistenza, fondato sulla libertà e l’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli minacciati, oppressi e aggrediti.


giovedì 1 gennaio 2026

L'ipocrisia elvetica

(laRegione, 26 settembre 2005)
In seguito all’aggressione dell’Ucraina la Svizzera adotta sanzioni contro la Russia. Come sostenuto dal nostro consigliere federale Ignazio Cassis, di fronte alla violazione del diritto internazionale non si poteva restare passivi. La neutralità non può essere uno scudo per chi calpesta i diritti umani. 
Ben diversa è la posizione nei confronti di Israele. Nonostante i crimini di guerra, la pulizia etnica, i crimini contro l’umanità e il genocidio in corso a Gaza non si adotteranno sanzioni. Per giustificare questa posizione ritorna la classica retorica di una Svizzera neutrale, imparziale ed equidistante tra le parti in conflitto, che darebbe priorità alla sua tradizione umanitaria e ai suoi buoni uffici diplomatici.
La contraddizione e l’ipocrisia della nostra politica estera risulta evidente: nel dilemma tra rispetto del diritto internazionale e neutralità integrale, nel caso della Russia si opta per il diritto internazionale, mentre nel caso di Israele si preferisce una neutralità integrale. 
Ma la nostra neutralità etica, umanitaria e diplomatica è perlopiù un mito, abilmente costruito nel tempo per rassicurare le nostre coscienze al fine di nascondere ciò che veramente importa: i nostri interessi economici e le nostre preferenze nello scacchiere internazionale.
Forse la ragione principale per cui la Svizzera ha imposto sanzioni alla Russia non sono i crimini di Putin. In realtà non ci si poteva permettere di diventare un rifugio sicuro in mezzo all’Europa per i capitali russi colpiti dalle sanzioni occidentali. D’altra parte, visto che al momento non vi sono sufficienti pressioni da parte della comunità internazionale per sanzionare i crimini del governo Netanyahu, la Svizzera può continuare tranquillamente a fare affari con il suo amico Israele.
Ammettere però che tra le inaudite violazioni dei diritti umani dei palestinesi e i nostri interessi si preferisce la seconda opzione non è moralmente facile né politicamente auspicabile. La favola rassicurante della nostra supposta neutralità ci viene così in soccorso per celare la nostra ignavia. 
In realtà la Svizzera non è imparziale né equidistante nel conflitto israelo-palestinese, ma chiaramente schierata dalla parte di Israele. Se fosse neutrale, riconoscerebbe ad esempio lo Stato di Palestina, non sanzionerebbe solo Hamas ma anche i crimini israeliani (o nessuno dei due) e non minaccerebbe di togliere il sostegno economico solo a una delle due parti, come nel caso dell’Unrwa.
Non vi è inoltre alcuna particolare tradizione umanitaria elvetica che ci distingua dagli altri. Diversi Paesi si impegnano più di noi nell’assistenza umanitaria alla Palestina e nell’aiuto internazionale allo sviluppo in generale. Discorso analogo vale anche per i buoni uffici diplomatici. In un mondo multipolare il cui baricentro non si trova più in Europa, la Svizzera è solo uno dei tanti possibili attori di mediazione degli attuali conflitti.
Continuare a credere che una Svizzera neutrale sarebbe un elemento concreto per convincere Putin e Netanyahu a sedersi a un tavolo di trattative, mentre non hanno alcuna intenzione di fermare le loro guerre, così come continuare a chiedere regolarmente a Israele di rispettare le Convenzioni di Ginevra, mentre il suo esercito non smette di compiere fra le più gravi e feroci violazioni nella storia di queste convenzioni, dovrebbe farci prendere coscienza che la narrazione di un’eccezionalità e particolarità elvetica serve solo a mascherare la nostra impotenza e inadempienza.
Al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale la Svizzera ha spesso anteposto i suoi interessi, usando il mito della sua tradizione neutrale e umanitaria per darsi una parvenza etica. Qualche esempio: abbiamo continuato a fare affari con Hitler anche quando non era più necessario; i fondi ebraici e il segreto bancario; siamo stati uno dei Paesi al mondo più restii ad adottare sanzioni contro l’apartheid in Sudafrica, uno degli ultimi ad aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e all’Onu. Che i politici di oggi siano consapevoli di questa ipocrisia o stiano mentendo pure a loro stessi non è dato sapere.
È giusto continuare a indignarsi e mobilitarsi per la Palestina. Forse però quel che più conta oggi per il nostro Paese è riuscire finalmente a fare una scelta politica di fondo. Sostenere e lavorare insieme per il rispetto dei diritti umani e per la promozione della pace nel mondo tramite il diritto internazionale, sanzionando tutti i governi criminali che violano questi principi. Oppure continuare a chiuderci a riccio nel nostro sovranismo nazionalista, utilizzando la favola della nostra eccezionalità come scudo per essere lasciati in pace e non dover sentire le grida di quei popoli la cui umanità viene uccisa, soffocata e tradita.
Nel frattempo, si può solo sperare che siano gli altri Paesi europei a uscire finalmente dalle loro di ipocrisie e a imporci, come per l’Ucraina, di prendere una posizione chiara sulla Palestina. Lo faremo probabilmente solo se ci conviene.


lunedì 28 luglio 2025

Parlare della Shoah dopo Gaza

(laRegione, 17 giugno 2025)
Si può ancora parlare oggi della Shoah rimanendo in silenzio sulla situazione in Palestina? Si può continuare a mantenere le due tragedie distinte oppure è necessario tentare di metterle in relazione? 
Questi interrogativi me li pongo anche come docente, in particolare da quando è iniziato il massacro della popolazione civile di Gaza. Nel mio insegnamento ho sempre cercato di spiegare come la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e altri possibili valori condivisi nascano anche come risposta alla tragedia della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Ed ecco che fra le allieve e gli allievi più accorti e attenti si solleva la domanda, a volte ad alta voce, altre volte in maniera a malapena sussurrata: ma quindi la Palestina?
A questa domanda ho tentato di rispondere che non era il caso di aprire la discussione sulla situazione in Medio Oriente, oppure dicendo che i due casi andrebbero trattati separatamente. Non soddisfatto di queste risposte, mi sono anche chiesto se abbia ancora senso, oggi, continuare a parlare della Shoah in classe. Troppo ingombrante sarebbe lo spettro della tragedia mediorientale che si aggirerebbe in aula. La rimozione in ultima istanza non può però essere la soluzione. 
Per uscire dal vicolo cieco, ci si può chiedere quale sia il valore morale ultimo che è stato violato nei campi di sterminio nazisti. Forse il male più radicale che degli esseri umani hanno inflitto ad altri essere umani, negando in modo estremo la dignità e i diritti fondamentali che andrebbero riconosciuti a ogni persona, indipendentemente dalla sua identità etnica, religiosa, culturale, nazionale?
Oppure una volontà di distruzione unica ed eccezionale degli ebrei e dell’ebraismo in quanto tale? Dalle camere a gas si alza il grido disperato di una comune umanità soffocata e tradita, o il grido di un’identità e comunità particolare vittima di un male assoluto incomparabile con altre tragedie della storia?
Se è vera e si crede nella prima ipotesi, allora è possibile pensare alle analogie tra il male radicale compiuto dal nazismo e altri crimini contro l’umanità, quali quelli che Israele sta compiendo contro la popolazione palestinese ma anche quelli che Hamas ha compiuto e vorrebbe compiere contro la popolazione israeliana. Questo non significa equiparare il male, tacciando Israele o Hamas di nazismo, ma analizzare e valutare dal punto di vista etico e giuridico i vari crimini. La gravità morale e penale di casi di genocidio, pulizia etnica e sterminio di un popolo possono variare, così come la relativa condanna. 
Se invece fosse vera e si credesse nella seconda ipotesi, allora l’imperativo etico del “mai più!” che emerge dagli orrori della Shoah rischia di non essere rivolto alla difesa della dignità di ogni essere umano con la sua identità ogni volta unica e singolare, ma di trasformarsi in una difesa esclusiva dell’identità ebraica in quanto tale, che può trovare nello Stato d’Israele il suo rifugio materiale e spirituale e la sua ragione ultima di esistere, costi quel che costi.
Visitai il memoriale di Auschwitz più di un decennio fa. Tra le varie scene che mi sono rimaste impresse nella memoria vi è quella a cui ho assistito nel blocco 5, dove sono esposti migliaia di oggetti personali delle persone sterminate nelle camere a gas. Nella sala vidi una scolaresca di ragazze e ragazzi israeliani che sventolavano enormi bandiere israeliane gridando insieme con orgoglio “Eretz Israel!”. Ai tempi la scena mi infastidì più che altro perché ruppe il silenzio glaciale nel quale stavo provando con fatica a elaborare l’orrore. 
Oggi pare tutto più chiaro. Sembra che una parte importante delle persone di cultura e fede ebraica abbia deciso di rispondere a quel che è stata la Shoah in maniera identitaria, etnica, nazionalista, religiosa. La Shoah darebbe loro il diritto di costruire con la violenza una “Grande Israele” dal fiume al mare, a scapito dei diritti fondamentali e della dignità dei palestinesi. Il ricordo dei campi di sterminio può farsi volontà di potenza, vendetta e distruzione di un altro popolo, rendendo Israele terribilmente simile al fondamentalismo islamico potenzialmente genocidario di Hamas.
Che senso ha ricordare i crimini contro l’umanità del passato se non ci permettono di contrastare i crimini contro l’umanità del presente? Se Israele fa delle tragedie del popolo ebraico un modo per giustificare sé stesso e far tollerare al resto del mondo i suoi crimini contro il popolo palestinese, allora la Shoah non può che perdere il suo significato etico e pedagogico ultimo di male radicale compiuto contro l’essere umano in quanto tale. 
Il “mai più!” può trasformarsi così in un ancora, ancora e ancora, in un circolo vizioso senza fine di violenze, crimini e orrori, che può essere interrotto solo provando a cogliere il grido disperato di una comune umanità soffocata e tradita.

La Russia attaccherà ancora l’Europa?

(laRegione, 23 aprile 2025)
Nessuno possiede la sfera di cristallo per sapere se un giorno la Russia attaccherà nuovamente l’Europa. Prevedere con certezza azioni, reazioni e decisioni future di esseri umani, gruppi sociali e Stati è impossibile. Si possono solo immaginare scenari ipotetici. 
Uno di questi potrebbe essere il seguente: “Gli Stati Uniti non danno più garanzie di difesa al continente europeo. La guerra in Ucraina termina in maniera favorevole per la Russia, con un’Ucraina disarmata e neutrale che ha ceduto parte dei suoi territori alla Russia o trasformata in una nuova Bielorussia. Le sanzioni contro la Russia vengono vieppiù allentate. Putin si prende il tempo per riorganizzare il suo esercito continuando ad armarsi. 
La Russia decide tra qualche anno, per motivi geopolitici, imperiali e di sfere di influenza, di attaccare e invadere i Paesi Baltici, membri dell’Unione europea, della zona euro e della Nato, con una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti e un territorio inferiore a un terzo dell’Ucraina.
La vittoria permetterebbe alla Russia di ricongiungersi territorialmente con la sua enclave di Kaliningrad attualmente staccata dal resto del Paese, di annettere territori con minoranze russofone che già le appartenevano durante gli imperi zarista e sovietico, di avere il controllo di una parte considerevole del Mar Baltico e, insieme alla Bielorussia e all’Ucraina, dell’Europa orientale. La vittoria potrebbe inoltre provocare la fine definitiva della Nato in caso non scattasse il meccanismo di difesa congiunto”.
La questione non è se questo scenario si realizzerà di sicuro oppure no, ma quanto alto percepiamo e valutiamo il rischio che possa accadere. Il rischio viene valutato più alto nei Paesi Baltici e in generale nel Nord ed Est Europa che non nei Paesi del Sud. Questa differenza può essere causata innanzitutto dal fattore geografico. La possibilità che la Russia aggredisca, ad esempio, l’Italia o la Spagna (o la Svizzera) è infinitamente più bassa che non i Paesi Baltici.
Ma conta anche la storia e la relativa narrazione e rappresentazione che ogni Paese ha della Russia. Per diversi Stati dell’Est e del Nord Europa la Russia rappresenta l’impero zarista e quello sovietico che li hanno invasi, occupati, represso la loro libertà, cultura, identità. L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto riemergere drammi e traumi ancora ben presenti nella loro memoria collettiva.
Il fatto di essere favorevoli o meno alla costruzione di una difesa europea condivisa dipende anche e in particolare dalla percezione e dalla valutazione di quanto sia alto il rischio di una nuova aggressione, e da cosa si è disposti a fare di conseguenza per assicurarsi contro questo rischio. Avere in futuro una forte deterrenza militare che convinca Putin che non gli conviene attaccare? O in caso ci provasse avere un esercito che possa vincere una guerra di difesa e resistenza?
Oppure un’Europa disarmata che riprenda a dialogare e fare affari con la Russia, nella speranza che non ci riprovi e non chieda troppe concessioni in cambio? Chi, in nome della pace, giunge ad accettare un’espansione della sfera di influenza russa in Europa spesso non abita in Paesi dell’ex blocco sovietico e/o che erano parte dell’impero zarista. È più facile e conviene di più politicamente essere “pacifisti” in Italia e in Spagna (o in Svizzera) che non nei Paesi Baltici, scandinavi o in Polonia.
Nei continui appelli e critiche all’Europa cosa si chiede veramente al Vecchio continente? Il bene dell’Europa nel suo complesso o solo la difesa e la promozione del proprio interesse personale e nazionale? Esigere un’Europa di pace significa volere la pace e la sicurezza per tutti i Paesi europei, o si sta pensando solo alla propria pace personale e a quella della propria nazione, perché in fondo poco ci importa del destino dei Paesi dell’Est?
Si immagini solo per un attimo che conseguenze potrebbe avere un’invasione vittoriosa dei Paesi Baltici sull’Europa nel suo complesso. Invece della pace avremmo un’altra guerra che, oltre a nuove morti, tragedie e profughi, potrebbe causare lo sfaldamento dell’Unione europea, un ulteriore rafforzamento dei sovranismi, una crisi economica senza precedenti negli ultimi decenni. Che è poi anche l’obiettivo a cui pare puntare l’amministrazione Trump: i singoli Paesi europei trasformati in vassalli politici ed economici dell’imperialismo americano. Quanto è alto il rischio che ciò accada? E se avvenisse sarebbe veramente nel nostro interesse?

Nella morsa degli imperi

(laRegione, 1 marzo 2025)
A Ovest la pressione del nuovo imperialismo americano di Trump, a Est il revanscismo imperiale di Putin sostenuto dal Celeste impero di Xi Jinping. In mezzo un’Europa in crisi che fatica ad affermare una visione e un progetto politico, valoriale, culturale alternativo al dominio degli imperi.
L’Europa attuale nasce innanzitutto dalle ceneri delle sue due guerre mondiali e dalla morte, sul campo di battaglia, dei suoi imperialismi e nazionalismi. Nasce in un secondo momento dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell’imperialismo sovietico, quando anche i Paesi dell’Est hanno potuto iniziare a fare propri principi quali libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli. 
In nome del rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, l’obiettivo era che tra i Paesi europei non ci fossero mai più guerre, e che si potesse creare un progetto di convivenza reciproca alternativo a qualsiasi imperialismo e nazionalismo, di cui l’Europa era stata vittima e artefice. 
La pressione odierna degli imperi sul vecchio continente non è solo economica e militare, ma anche morale e culturale, oltre che politica. Sia gli Usa di Trump che la Russia di Putin e la Cina di Xi condividono infatti una comune avversione contro i valori fondanti l’Europa, quali un ordine internazionale fondato sulla supremazia della legge sulla forza, la liberal-democrazia, i diritti fondamentali degli individui e dei popoli.
Non è però solo la pressione esterna a mettere in crisi l’ideale di Europa, ma anche l’influenza crescente di quei partiti e governi europei sovranisti che vedono in qualsiasi principio e ordine sovranazionale, Unione europea in primis, un attacco alla loro sovranità e identità nazionale. Non per nulla questi partiti e governi simpatizzano, talvolta identificandosi culturalmente, con gli Usa di Trump e la Russia di Putin, Trump e Putin che a loro volta li usano come cavalli di Troia per indebolire il progetto europeo, al fine di poter affermare con ancora più forza i loro interessi e desideri di egemonia.
I problemi dell’Europa sono noti e sono molti. Uno degli errori di fondo è stato quello di costruire l’Unione sul libero mercato da un lato e su una burocrazia tecnico-giuridica centralizzata dall’altro, come se bastassero l’economia e la sua regolamentazione per dare identità, comunità e diritti ai suoi cittadini. 
La grande assente è una politica democratica di livello europeo che non rimanga relegata all’interno dei singoli stati-nazione, in grado di affrontare le sfide degli imperi. In particolare in politica estera e di fronte alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani in Ucraina e in Palestina, l’impotenza assordante del vecchio continente rischia di schiacciarlo nella morsa di coloro che, negando i diritti fondamentali degli individui e dei popoli, intendono imporre il loro dominio imperiale e coloniale nel mondo in nome della legge del più forte.
La crisi però non è solo dell’Unione europea ma anche della Svizzera, anch’essa incapace di esprimere in maniera chiara i suoi principi e valori fondamentali, in bilico com’è da decenni tra un isolazionismo sovranista e la difesa di diritti sovranazionali da poter condividere con il resto del mondo. 
Da un lato la narrazione mitologica nazionalista di un Paese che si sarebbe fatto da sé, che lotterebbe da sempre contro i nemici esterni per difendere la sua sovranità unica ed esclusiva. Da qui una neutralità integrale che non vuole prendere posizione di fronte alle violazioni dei diritti fondamentali, al fine di poter fare affari con tutti, anche con i peggiori criminali, oggi come in passato. 
Dall’altra parte una Svizzera che ritrova, nella sua storia, quegli stessi valori che potrebbe condividere con l’ideale di Europa, quali la libertà, i diritti umani, la democrazia, il federalismo, la resistenza contro gli imperialismi che negano il diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Ai Paesi europei, Svizzera inclusa, rischia di imporsi una scelta. Rinchiudersi nei propri nazionalismi e farsi concorrenza a vicenda per essere i vassalli preferiti dagli imperatori. Oppure affermare, insieme, un progetto politico, valoriale e culturale che ribadisca, contro ogni imperialismo e nazionalismo, i diritti fondamentali degli individui e dei popoli e la supremazia della legge sulla forza. 
Se vincesse la prima opzione, l’ideale di Europa potrebbe diventare solo una reliquia del passato, relegata nei libri di storia e ridotta ad attrazione turistica, un museo a cielo aperto dove si potrà sempre mostrare al resto del mondo e alle future generazioni ciò che avrebbe voluto e potuto essere il vecchio continente.