sabato 9 maggio 2026

La trappola degli imperialismi

(pubblicato su laRegione, 8 maggio 2026)
In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi, mobilitarsi per i diritti degli individui e dei popoli aggrediti, oppressi e martoriati richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, emergono invece ipocrisie e disparità di trattamento. Questo non vale solo per chi difende l’Ucraina dimenticandosi della tragedia senza fine della Palestina. Vale anche per chi è sempre ben disposto, giustamente, a denunciare i crimini e le violenze occidentali, degli Usa o di Israele, ma è molto più restio ad assumere una posizione netta contro i crimini e le violenze non occidentali, come nel caso della Russia, di Hamas o dell’Iran.
Non si tratta di negare né di giustificare l’imperialismo e il colonialismo occidentali, anzi. Il problema però è che per talune visioni antimperialiste, anticoloniali o antioccidentali sui generis la causa prima e ultima delle guerre e dei mali del mondo pare essere quasi solo occidentale. Si pensa e si agisce come se, in assenza dell’imperialismo e del colonialismo occidentali, gli individui e i popoli del resto del mondo avrebbero vissuto, e vivrebbero ancora oggi, perlopiù in pace e in armonia con il mondo. Il fatto che in passato imperi come quello persiano, cinese, arabo, mongolo o ottomano abbiano anch’essi aggredito, invaso, colonizzato, oppresso popoli e tribù pare non esistere o non contare.
Si rischia così di vivere nell’illusione che gruppi e regimi non occidentali non siano aggressivi in sé, ma indotti a rispondere con la violenza all’imperialismo occidentale. La Russia vorrebbe vivere in pace, ma sarebbe costretta a reagire all’espansionismo Usa e della Nato attaccando l’Ucraina, come se la storia pluricentenaria dell’imperialismo russo non esistesse. La violenza, la repressione e l’oppressione di gruppi come Hamas o di regimi come l’Iran sarebbero in prevalenza una risposta, o una resistenza, alle volontà di dominio e controllo occidentali, rendendoli così meno responsabili dei loro crimini.
Questa logica ricorda la dottrina dei due campi, elaborata in epoca staliniana da Andrej Ždanov: da una parte il campo imperialista occidentale, causa prima delle guerre e dei mali del mondo, dall’altra quello antioccidentale che invece vorrebbe vivere in pace. Lo scopo di questa narrazione falsata della realtà era ed è quello di relativizzare o negare le volontà di potenza e i crimini degli attori non occidentali, affinché sul banco degli accusati ci sia sempre e solo l’Occidente.
Taluni movimenti pacifisti e partiti di sinistra occidentali si mobilitavano così contro la guerra in Vietnam e il riarmo della Nato, rimanendo in silenzio sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e sul riarmo dell’Urss. Oggi si denuncia l’imperialismo Usa e il riarmo europeo mentre si relativizza quello russo o cinese. Si idealizzavano le lotte di liberazione nazionale antioccidentali, come oggi con la Palestina, mentre si restava inerti quando i carri armati sovietici entravano in Ungheria e Cecoslovacchia, come oggi con l’Ucraina. Si criticano capitalismo, patriarcato, omofobia, censura in Occidente, mentre si preferisce tacere su forme anche ben peggiori di disuguaglianza, sfruttamento, repressione dei diritti fondamentali nel resto del mondo.
Il campismo in quanto dottrina dei due campi è una trappola per chi vuole opporsi a qualsiasi forma di imperialismo, colonialismo e oppressione in nome di principi quali pace, giustizia e libertà. È una trappola perché invece di lottare per la pace si legittima la guerra: se lo fanno gli Usa e Israele allora possono farlo anche la Russia e Hamas, e viceversa, dando vita a un circolo infernale di azioni e reazioni senza fine. 
È una trappola perché frammenta e divide le lotte per i diritti degli individui e dei popoli martoriati, oppressi e aggrediti, rendendo le mobilitazioni meno credibili e meno efficaci. I vecchi e nuovi imperialismi, occidentali e non occidentali, possono così agire più indisturbati, facendo fronte comune per imporre le loro volontà di potenza e spartirsi il mondo in quelle che credono essere le loro rispettive sfere di influenza.
Contro la logica dei due campi vi sono i diritti umani e il diritto internazionale, posti a fondamento dell’Europa dapprima dopo il 1945, come risposta agli imperialismi che avevano condotto alle due guerre mondiali, e poi dopo il 1989, come fondamento del nuovo ordine internazionale una volta terminata la guerra fredda dei campi contrapposti. Da qui si può ripartire, per costruire un fronte comune alternativo alla legge della forza, in nome dell’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti gli individui e popoli del mondo. La legge deve valere per tutti e i crimini sono crimini, chiunque li commetta.

Imperialismo e ipocrisia occidentale

(pubblicato su laRegione, 14 marzo 2026) 
Sulle ceneri delle due guerre mondiali, l’Europa ha voluto ricostruire la sua civiltà a partire da valori quali i diritti umani e la pace, da proteggere e promuovere tramite il diritto internazionale. L’epoca attuale degli imperialismi e dei colonialismi come quello statunitense e israeliano rischia di cancellare definitivamente, in nome della legge e della superiorità della forza, l’ordine internazionale fondato sul diritto. Ma il diritto internazionale rimane l’unica alternativa valida per contrastare coloro che intendono minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità di individui e popoli.
L’applicazione del diritto richiederebbe però, almeno in linea di principio, coerenza. Ne va della sua credibilità ed efficacia. La difesa dei diritti del popolo ucraino da un lato e il mancato riconoscimento dei diritti del popolo palestinese dall’altro sono invece sintomo di un’ipocrisia occidentale che perdura da tempo. Questa disparità di trattamento rivela un atteggiamento e una struttura di potere imperiale, coloniale e razziale che l’Europa non ha mai riconosciuto né affrontato fino in fondo, e che si manifesta oggi anche nella sudditanza agli Usa e a Israele di fronte alla loro aggressione dell’Iran.
Nella rielaborazione storica collettiva avvenuta dopo le due guerre mondiali ci si è focalizzati quasi esclusivamente sui crimini avvenuti in Europa. Le vittime europee e la Shoah sono diventate (giustamente) memoria che interpella le nostre coscienze. I crimini dell’imperialismo e del colonialismo europeo nel resto del mondo sono invece stati lasciati ai margini, perlopiù rimossi dalla memoria collettiva. Delle sue vittime ci si sente meno responsabili. Questi crimini continuarono anche dopo la nascita dell’Onu e la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Si pensi alle guerre combattute contro l’indipendenza e l’autodeterminazione in Algeria e in Indocina, alla guerra per il controllo del canale di Suez o al sostegno al colpo di Stato in Iran del 1953. I diritti umani e il diritto internazionale erano prerogativa quasi unica ed esclusiva degli individui e dei popoli occidentali.
I silenzi e le mancate risposte di fronte alla tragedia del popolo palestinese e ai crimini del governo israeliano e degli Usa in Medio Oriente rivelano che la legge continui a non valere per tutti. Ciò non significa beninteso sostenere che Israele non abbia il diritto di esistere, o che sia di per sé un classico Stato coloniale. Il popolo ebraico è stato lui stesso vittima estrema di quelle logiche di potere razziali ed etnonazionaliste alla base dell’imperialismo e del colonialismo europeo, che il nazismo aveva condotto fino alle sue estreme conseguenze.
La Shoah non andrebbe però solo ricordata come quel male radicale inflitto alle persone di origine e/o di fede ebraica, ma come crimine contro l’umanità e la dignità di ogni essere umano in quanto tale. La creazione dello Stato d’Israele come conseguenza della Shoah rende l’Europa responsabile non solo nei confronti del destino del popolo ebraico, ma anche di quello palestinese. A ciò si aggiunge la storia regionale: dopo la caduta dell’Impero Ottomano, il Medio Oriente fu ridisegnato dall’imperialismo occidentale con poco o alcun riguardo nei confronti dei diritti degli individui e dei popoli che vi abitavano.
La disparità di trattamento che nega l’uguaglianza dei diritti si rivela anche nei continui appelli contro il possibile ritorno dell’antisemitismo in Europa. Appelli giusti e necessari, che andrebbero però accompagnati dall’esplicita volontà di contrastare qualsiasi forma di discriminazione, in particolare nei confronti delle persone musulmane, di origini arabe o africane. Il fatto che ciò non accada sempre è un ulteriore segno della mancata elaborazione delle responsabilità storiche dell’imperialismo e del suo razzismo di fondo.
Dopo la fine dell’imperialismo e del colonialismo europeo e la caduta dell’Urss, è diventato egemone l’imperialismo a stelle e strisce. Se gli Usa hanno spesso giustificato i loro interventi nel mondo in nome del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, con l’America di Trump è svanita ogni ipocrisia. Le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali non vengono più tenute nascoste, ma diventano ideologia esplicita di politiche di potenza nazionaliste volte ad annientare il nemico, come prima del 1945. Vale per Trump così come per Putin e Netanyahu.
Ora come non mai all’Europa si impone una scelta di fondo. O recuperare i suoi valori fondanti, facendo i conti con la propria storia, i doppi standard e la propria ipocrisia, tracciando un percorso alternativo al dominio e alla violenza degli imperi fondato sulla forza del diritto. Oppure diventare un insieme di Stati sovranisti vassalli che assistono complici e impotenti a guerre di distruzione senza fine.

sabato 28 febbraio 2026

Imperialismo versus diritto internazionale

(pubblicato su laRegione, 10 febbraio 2026)

Iran, Venezuela, Palestina, Ucraina… In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi solo il diritto internazionale, con i suoi principi quali l’autodeterminazione dei popoli e il divieto dell’uso della forza, può essere una valida alternativa per contrastare chi intende minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità dei popoli. 

Ma mobilitarsi in nome dei diritti dei popoli richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Nella realtà emergono invece preferenze, pregiudizi e disparità di trattamento. Spesso coloro che prendono posizione per i diritti di un popolo rimangono in silenzio, per non dire giustificano la negazione di quegli stessi diritti quando si tratta di altri popoli. Si diventa così utili strumenti, per non dire complici, di strutture e logiche di potere imperiali, coloniali e razziali che negano l’uguaglianza dei diritti.

Vi sono coloro che prendono posizione a favore dei diritti degli ucraini contro l’imperialismo russo, ma che sono molto più tiepidi e silenti quando il diritto internazionale viene violato dal colonialismo israeliano in Palestina. Si arriva persino a giustificare interventi armati Usa contro l’Iran e il Venezuela, evidenti violazioni della sovranità territoriale di uno Stato e del principio di non aggressione. 

Due pesi e due misure che riportano in superficie i tradizionali doppi standard dell’imperialismo occidentale. Mentre l’Europa moderna pensava, elaborava e affermava l’importanza del diritto internazionale e dei diritti umani, fu presto chiaro al resto del mondo che questi principi valevano solo per gli individui e i popoli europei. Gli altri erano visti come inferiori, sottosviluppati, incapaci di autodeterminarsi. Potevano e dovevano quindi essere “liberati” e colonizzati, “educati” e sfruttati, talvolta annientati.

Non cogliere, nell’attuale tragedia palestinese, questa classica struttura di potere imperiale, coloniale e razziale significa, nel migliore dei casi, negare la realtà. Nel peggiore si giunge a giustificarla: sono arabi e musulmani, potenzialmente violenti e terroristi, nemici da combattere ai quali non si possono concedere i nostri stessi diritti fondamentali.

Esiste però anche il fronte opposto, sempre pronto e all’erta quando si tratta di denunciare i crimini e le violenze occidentali, ma del tutto restio a prendere posizione e mobilitarsi quando il male è inflitto da potenze non occidentali. In questo fronte la causa prima e ultima delle guerre pare essere sempre e solo occidentale. Come se nel resto del mondo non ci fossero logiche di potere imperiali, coloniali e razziali, come se, senza l’intrusione dell’Occidente, i popoli del resto del mondo vivessero e avessero vissuto in pace e in armonia tra di loro senza volontà di espansione, controllo e dominio territoriali. 

Anche qui si assiste a una negazione della realtà che perdura da tempo. Ci si mobilitava ad esempio contro le guerre e i colpi di Stato sostenuti dagli Stati Uniti, mentre si taceva sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’occupazione militare dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Oggi ci si indigna per il colonialismo israeliano e per i diritti negati ai bambini palestinesi, mentre l’occupazione coloniale russa dei territori ucraini e le migliaia di bambini ucraini rapiti da Mosca vengono ignorate o relativizzate.

L’Ucraina è un caso paradigmatico. Dare la colpa ultima dell’aggressione russa all’espansione della Nato e all’imperialismo Usa non solo è la negazione dell’imperialismo russo, ma ne diventa la giustificazione. Coloro che sostengono che la Russia avrebbe diritto alla sua sfera di influenza in Europa, che sarebbe una guerra per procura e/o che gli ucraini per il loro bene dovrebbero smettere di combattere, non fanno che negare l’uguale diritto alla libertà, all’autodeterminazione e alla dignità di tutti i popoli del mondo. L’atteggiamento imperiale, coloniale e razziale è ben presente sia a destra che a sinistra dello spettro politico.

Nel frattempo, l’imperialismo di Trump fa fronte e gara comune con tutti coloro che intendono imporre, contro il diritto internazionale, le loro volontà di espansione, dominio e controllo nel mondo. Non per nulla il progetto di ricostruzione di Gaza che Trump ha in mente è colonialismo allo stato puro, progetto sostenuto nota bene quasi solo da potenze non occidentali, ben disposte a ritagliarsi la loro parte nel nuovo (dis)ordine mondiale fondato sulla legge del più forte.

Nel passaggio epocale che stiamo vivendo, forse è finalmente giunta l’ora per l’Europa e i suoi cittadini di riconoscere e contrastare le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali. Mai come adesso, grazie a Trump, sarebbe possibile tracciare insieme al resto del mondo un fronte alternativo comune di resistenza, fondato sulla libertà e l’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli minacciati, oppressi e aggrediti.


giovedì 1 gennaio 2026

L'ipocrisia elvetica

(laRegione, 26 settembre 2005)
In seguito all’aggressione dell’Ucraina la Svizzera adotta sanzioni contro la Russia. Come sostenuto dal nostro consigliere federale Ignazio Cassis, di fronte alla violazione del diritto internazionale non si poteva restare passivi. La neutralità non può essere uno scudo per chi calpesta i diritti umani. 
Ben diversa è la posizione nei confronti di Israele. Nonostante i crimini di guerra, la pulizia etnica, i crimini contro l’umanità e il genocidio in corso a Gaza non si adotteranno sanzioni. Per giustificare questa posizione ritorna la classica retorica di una Svizzera neutrale, imparziale ed equidistante tra le parti in conflitto, che darebbe priorità alla sua tradizione umanitaria e ai suoi buoni uffici diplomatici.
La contraddizione e l’ipocrisia della nostra politica estera risulta evidente: nel dilemma tra rispetto del diritto internazionale e neutralità integrale, nel caso della Russia si opta per il diritto internazionale, mentre nel caso di Israele si preferisce una neutralità integrale. 
Ma la nostra neutralità etica, umanitaria e diplomatica è perlopiù un mito, abilmente costruito nel tempo per rassicurare le nostre coscienze al fine di nascondere ciò che veramente importa: i nostri interessi economici e le nostre preferenze nello scacchiere internazionale.
Forse la ragione principale per cui la Svizzera ha imposto sanzioni alla Russia non sono i crimini di Putin. In realtà non ci si poteva permettere di diventare un rifugio sicuro in mezzo all’Europa per i capitali russi colpiti dalle sanzioni occidentali. D’altra parte, visto che al momento non vi sono sufficienti pressioni da parte della comunità internazionale per sanzionare i crimini del governo Netanyahu, la Svizzera può continuare tranquillamente a fare affari con il suo amico Israele.
Ammettere però che tra le inaudite violazioni dei diritti umani dei palestinesi e i nostri interessi si preferisce la seconda opzione non è moralmente facile né politicamente auspicabile. La favola rassicurante della nostra supposta neutralità ci viene così in soccorso per celare la nostra ignavia. 
In realtà la Svizzera non è imparziale né equidistante nel conflitto israelo-palestinese, ma chiaramente schierata dalla parte di Israele. Se fosse neutrale, riconoscerebbe ad esempio lo Stato di Palestina, non sanzionerebbe solo Hamas ma anche i crimini israeliani (o nessuno dei due) e non minaccerebbe di togliere il sostegno economico solo a una delle due parti, come nel caso dell’Unrwa.
Non vi è inoltre alcuna particolare tradizione umanitaria elvetica che ci distingua dagli altri. Diversi Paesi si impegnano più di noi nell’assistenza umanitaria alla Palestina e nell’aiuto internazionale allo sviluppo in generale. Discorso analogo vale anche per i buoni uffici diplomatici. In un mondo multipolare il cui baricentro non si trova più in Europa, la Svizzera è solo uno dei tanti possibili attori di mediazione degli attuali conflitti.
Continuare a credere che una Svizzera neutrale sarebbe un elemento concreto per convincere Putin e Netanyahu a sedersi a un tavolo di trattative, mentre non hanno alcuna intenzione di fermare le loro guerre, così come continuare a chiedere regolarmente a Israele di rispettare le Convenzioni di Ginevra, mentre il suo esercito non smette di compiere fra le più gravi e feroci violazioni nella storia di queste convenzioni, dovrebbe farci prendere coscienza che la narrazione di un’eccezionalità e particolarità elvetica serve solo a mascherare la nostra impotenza e inadempienza.
Al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale la Svizzera ha spesso anteposto i suoi interessi, usando il mito della sua tradizione neutrale e umanitaria per darsi una parvenza etica. Qualche esempio: abbiamo continuato a fare affari con Hitler anche quando non era più necessario; i fondi ebraici e il segreto bancario; siamo stati uno dei Paesi al mondo più restii ad adottare sanzioni contro l’apartheid in Sudafrica, uno degli ultimi ad aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e all’Onu. Che i politici di oggi siano consapevoli di questa ipocrisia o stiano mentendo pure a loro stessi non è dato sapere.
È giusto continuare a indignarsi e mobilitarsi per la Palestina. Forse però quel che più conta oggi per il nostro Paese è riuscire finalmente a fare una scelta politica di fondo. Sostenere e lavorare insieme per il rispetto dei diritti umani e per la promozione della pace nel mondo tramite il diritto internazionale, sanzionando tutti i governi criminali che violano questi principi. Oppure continuare a chiuderci a riccio nel nostro sovranismo nazionalista, utilizzando la favola della nostra eccezionalità come scudo per essere lasciati in pace e non dover sentire le grida di quei popoli la cui umanità viene uccisa, soffocata e tradita.
Nel frattempo, si può solo sperare che siano gli altri Paesi europei a uscire finalmente dalle loro di ipocrisie e a imporci, come per l’Ucraina, di prendere una posizione chiara sulla Palestina. Lo faremo probabilmente solo se ci conviene.


lunedì 28 luglio 2025

Parlare della Shoah dopo Gaza

(laRegione, 17 giugno 2025)
Si può ancora parlare oggi della Shoah rimanendo in silenzio sulla situazione in Palestina? Si può continuare a mantenere le due tragedie distinte oppure è necessario tentare di metterle in relazione? 
Questi interrogativi me li pongo anche come docente, in particolare da quando è iniziato il massacro della popolazione civile di Gaza. Nel mio insegnamento ho sempre cercato di spiegare come la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e altri possibili valori condivisi nascano anche come risposta alla tragedia della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Ed ecco che fra le allieve e gli allievi più accorti e attenti si solleva la domanda, a volte ad alta voce, altre volte in maniera a malapena sussurrata: ma quindi la Palestina?
A questa domanda ho tentato di rispondere che non era il caso di aprire la discussione sulla situazione in Medio Oriente, oppure dicendo che i due casi andrebbero trattati separatamente. Non soddisfatto di queste risposte, mi sono anche chiesto se abbia ancora senso, oggi, continuare a parlare della Shoah in classe. Troppo ingombrante sarebbe lo spettro della tragedia mediorientale che si aggirerebbe in aula. La rimozione in ultima istanza non può però essere la soluzione. 
Per uscire dal vicolo cieco, ci si può chiedere quale sia il valore morale ultimo che è stato violato nei campi di sterminio nazisti. Forse il male più radicale che degli esseri umani hanno inflitto ad altri essere umani, negando in modo estremo la dignità e i diritti fondamentali che andrebbero riconosciuti a ogni persona, indipendentemente dalla sua identità etnica, religiosa, culturale, nazionale?
Oppure una volontà di distruzione unica ed eccezionale degli ebrei e dell’ebraismo in quanto tale? Dalle camere a gas si alza il grido disperato di una comune umanità soffocata e tradita, o il grido di un’identità e comunità particolare vittima di un male assoluto incomparabile con altre tragedie della storia?
Se è vera e si crede nella prima ipotesi, allora è possibile pensare alle analogie tra il male radicale compiuto dal nazismo e altri crimini contro l’umanità, quali quelli che Israele sta compiendo contro la popolazione palestinese ma anche quelli che Hamas ha compiuto e vorrebbe compiere contro la popolazione israeliana. Questo non significa equiparare il male, tacciando Israele o Hamas di nazismo, ma analizzare e valutare dal punto di vista etico e giuridico i vari crimini. La gravità morale e penale di casi di genocidio, pulizia etnica e sterminio di un popolo possono variare, così come la relativa condanna. 
Se invece fosse vera e si credesse nella seconda ipotesi, allora l’imperativo etico del “mai più!” che emerge dagli orrori della Shoah rischia di non essere rivolto alla difesa della dignità di ogni essere umano con la sua identità ogni volta unica e singolare, ma di trasformarsi in una difesa esclusiva dell’identità ebraica in quanto tale, che può trovare nello Stato d’Israele il suo rifugio materiale e spirituale e la sua ragione ultima di esistere, costi quel che costi.
Visitai il memoriale di Auschwitz più di un decennio fa. Tra le varie scene che mi sono rimaste impresse nella memoria vi è quella a cui ho assistito nel blocco 5, dove sono esposti migliaia di oggetti personali delle persone sterminate nelle camere a gas. Nella sala vidi una scolaresca di ragazze e ragazzi israeliani che sventolavano enormi bandiere israeliane gridando insieme con orgoglio “Eretz Israel!”. Ai tempi la scena mi infastidì più che altro perché ruppe il silenzio glaciale nel quale stavo provando con fatica a elaborare l’orrore. 
Oggi pare tutto più chiaro. Sembra che una parte importante delle persone di cultura e fede ebraica abbia deciso di rispondere a quel che è stata la Shoah in maniera identitaria, etnica, nazionalista, religiosa. La Shoah darebbe loro il diritto di costruire con la violenza una “Grande Israele” dal fiume al mare, a scapito dei diritti fondamentali e della dignità dei palestinesi. Il ricordo dei campi di sterminio può farsi volontà di potenza, vendetta e distruzione di un altro popolo, rendendo Israele terribilmente simile al fondamentalismo islamico potenzialmente genocidario di Hamas.
Che senso ha ricordare i crimini contro l’umanità del passato se non ci permettono di contrastare i crimini contro l’umanità del presente? Se Israele fa delle tragedie del popolo ebraico un modo per giustificare sé stesso e far tollerare al resto del mondo i suoi crimini contro il popolo palestinese, allora la Shoah non può che perdere il suo significato etico e pedagogico ultimo di male radicale compiuto contro l’essere umano in quanto tale. 
Il “mai più!” può trasformarsi così in un ancora, ancora e ancora, in un circolo vizioso senza fine di violenze, crimini e orrori, che può essere interrotto solo provando a cogliere il grido disperato di una comune umanità soffocata e tradita.

La Russia attaccherà ancora l’Europa?

(laRegione, 23 aprile 2025)
Nessuno possiede la sfera di cristallo per sapere se un giorno la Russia attaccherà nuovamente l’Europa. Prevedere con certezza azioni, reazioni e decisioni future di esseri umani, gruppi sociali e Stati è impossibile. Si possono solo immaginare scenari ipotetici. 
Uno di questi potrebbe essere il seguente: “Gli Stati Uniti non danno più garanzie di difesa al continente europeo. La guerra in Ucraina termina in maniera favorevole per la Russia, con un’Ucraina disarmata e neutrale che ha ceduto parte dei suoi territori alla Russia o trasformata in una nuova Bielorussia. Le sanzioni contro la Russia vengono vieppiù allentate. Putin si prende il tempo per riorganizzare il suo esercito continuando ad armarsi. 
La Russia decide tra qualche anno, per motivi geopolitici, imperiali e di sfere di influenza, di attaccare e invadere i Paesi Baltici, membri dell’Unione europea, della zona euro e della Nato, con una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti e un territorio inferiore a un terzo dell’Ucraina.
La vittoria permetterebbe alla Russia di ricongiungersi territorialmente con la sua enclave di Kaliningrad attualmente staccata dal resto del Paese, di annettere territori con minoranze russofone che già le appartenevano durante gli imperi zarista e sovietico, di avere il controllo di una parte considerevole del Mar Baltico e, insieme alla Bielorussia e all’Ucraina, dell’Europa orientale. La vittoria potrebbe inoltre provocare la fine definitiva della Nato in caso non scattasse il meccanismo di difesa congiunto”.
La questione non è se questo scenario si realizzerà di sicuro oppure no, ma quanto alto percepiamo e valutiamo il rischio che possa accadere. Il rischio viene valutato più alto nei Paesi Baltici e in generale nel Nord ed Est Europa che non nei Paesi del Sud. Questa differenza può essere causata innanzitutto dal fattore geografico. La possibilità che la Russia aggredisca, ad esempio, l’Italia o la Spagna (o la Svizzera) è infinitamente più bassa che non i Paesi Baltici.
Ma conta anche la storia e la relativa narrazione e rappresentazione che ogni Paese ha della Russia. Per diversi Stati dell’Est e del Nord Europa la Russia rappresenta l’impero zarista e quello sovietico che li hanno invasi, occupati, represso la loro libertà, cultura, identità. L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto riemergere drammi e traumi ancora ben presenti nella loro memoria collettiva.
Il fatto di essere favorevoli o meno alla costruzione di una difesa europea condivisa dipende anche e in particolare dalla percezione e dalla valutazione di quanto sia alto il rischio di una nuova aggressione, e da cosa si è disposti a fare di conseguenza per assicurarsi contro questo rischio. Avere in futuro una forte deterrenza militare che convinca Putin che non gli conviene attaccare? O in caso ci provasse avere un esercito che possa vincere una guerra di difesa e resistenza?
Oppure un’Europa disarmata che riprenda a dialogare e fare affari con la Russia, nella speranza che non ci riprovi e non chieda troppe concessioni in cambio? Chi, in nome della pace, giunge ad accettare un’espansione della sfera di influenza russa in Europa spesso non abita in Paesi dell’ex blocco sovietico e/o che erano parte dell’impero zarista. È più facile e conviene di più politicamente essere “pacifisti” in Italia e in Spagna (o in Svizzera) che non nei Paesi Baltici, scandinavi o in Polonia.
Nei continui appelli e critiche all’Europa cosa si chiede veramente al Vecchio continente? Il bene dell’Europa nel suo complesso o solo la difesa e la promozione del proprio interesse personale e nazionale? Esigere un’Europa di pace significa volere la pace e la sicurezza per tutti i Paesi europei, o si sta pensando solo alla propria pace personale e a quella della propria nazione, perché in fondo poco ci importa del destino dei Paesi dell’Est?
Si immagini solo per un attimo che conseguenze potrebbe avere un’invasione vittoriosa dei Paesi Baltici sull’Europa nel suo complesso. Invece della pace avremmo un’altra guerra che, oltre a nuove morti, tragedie e profughi, potrebbe causare lo sfaldamento dell’Unione europea, un ulteriore rafforzamento dei sovranismi, una crisi economica senza precedenti negli ultimi decenni. Che è poi anche l’obiettivo a cui pare puntare l’amministrazione Trump: i singoli Paesi europei trasformati in vassalli politici ed economici dell’imperialismo americano. Quanto è alto il rischio che ciò accada? E se avvenisse sarebbe veramente nel nostro interesse?

Nella morsa degli imperi

(laRegione, 1 marzo 2025)
A Ovest la pressione del nuovo imperialismo americano di Trump, a Est il revanscismo imperiale di Putin sostenuto dal Celeste impero di Xi Jinping. In mezzo un’Europa in crisi che fatica ad affermare una visione e un progetto politico, valoriale, culturale alternativo al dominio degli imperi.
L’Europa attuale nasce innanzitutto dalle ceneri delle sue due guerre mondiali e dalla morte, sul campo di battaglia, dei suoi imperialismi e nazionalismi. Nasce in un secondo momento dopo il crollo del muro di Berlino e la fine dell’imperialismo sovietico, quando anche i Paesi dell’Est hanno potuto iniziare a fare propri principi quali libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli. 
In nome del rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, l’obiettivo era che tra i Paesi europei non ci fossero mai più guerre, e che si potesse creare un progetto di convivenza reciproca alternativo a qualsiasi imperialismo e nazionalismo, di cui l’Europa era stata vittima e artefice. 
La pressione odierna degli imperi sul vecchio continente non è solo economica e militare, ma anche morale e culturale, oltre che politica. Sia gli Usa di Trump che la Russia di Putin e la Cina di Xi condividono infatti una comune avversione contro i valori fondanti l’Europa, quali un ordine internazionale fondato sulla supremazia della legge sulla forza, la liberal-democrazia, i diritti fondamentali degli individui e dei popoli.
Non è però solo la pressione esterna a mettere in crisi l’ideale di Europa, ma anche l’influenza crescente di quei partiti e governi europei sovranisti che vedono in qualsiasi principio e ordine sovranazionale, Unione europea in primis, un attacco alla loro sovranità e identità nazionale. Non per nulla questi partiti e governi simpatizzano, talvolta identificandosi culturalmente, con gli Usa di Trump e la Russia di Putin, Trump e Putin che a loro volta li usano come cavalli di Troia per indebolire il progetto europeo, al fine di poter affermare con ancora più forza i loro interessi e desideri di egemonia.
I problemi dell’Europa sono noti e sono molti. Uno degli errori di fondo è stato quello di costruire l’Unione sul libero mercato da un lato e su una burocrazia tecnico-giuridica centralizzata dall’altro, come se bastassero l’economia e la sua regolamentazione per dare identità, comunità e diritti ai suoi cittadini. 
La grande assente è una politica democratica di livello europeo che non rimanga relegata all’interno dei singoli stati-nazione, in grado di affrontare le sfide degli imperi. In particolare in politica estera e di fronte alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani in Ucraina e in Palestina, l’impotenza assordante del vecchio continente rischia di schiacciarlo nella morsa di coloro che, negando i diritti fondamentali degli individui e dei popoli, intendono imporre il loro dominio imperiale e coloniale nel mondo in nome della legge del più forte.
La crisi però non è solo dell’Unione europea ma anche della Svizzera, anch’essa incapace di esprimere in maniera chiara i suoi principi e valori fondamentali, in bilico com’è da decenni tra un isolazionismo sovranista e la difesa di diritti sovranazionali da poter condividere con il resto del mondo. 
Da un lato la narrazione mitologica nazionalista di un Paese che si sarebbe fatto da sé, che lotterebbe da sempre contro i nemici esterni per difendere la sua sovranità unica ed esclusiva. Da qui una neutralità integrale che non vuole prendere posizione di fronte alle violazioni dei diritti fondamentali, al fine di poter fare affari con tutti, anche con i peggiori criminali, oggi come in passato. 
Dall’altra parte una Svizzera che ritrova, nella sua storia, quegli stessi valori che potrebbe condividere con l’ideale di Europa, quali la libertà, i diritti umani, la democrazia, il federalismo, la resistenza contro gli imperialismi che negano il diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Ai Paesi europei, Svizzera inclusa, rischia di imporsi una scelta. Rinchiudersi nei propri nazionalismi e farsi concorrenza a vicenda per essere i vassalli preferiti dagli imperatori. Oppure affermare, insieme, un progetto politico, valoriale e culturale che ribadisca, contro ogni imperialismo e nazionalismo, i diritti fondamentali degli individui e dei popoli e la supremazia della legge sulla forza. 
Se vincesse la prima opzione, l’ideale di Europa potrebbe diventare solo una reliquia del passato, relegata nei libri di storia e ridotta ad attrazione turistica, un museo a cielo aperto dove si potrà sempre mostrare al resto del mondo e alle future generazioni ciò che avrebbe voluto e potuto essere il vecchio continente.

Chi ha ucciso il diritto internazionale?

(laRegione, 23 gennaio 2025)
Chi contribuisce alla distruzione di quel diritto internazionale, fondato sulla Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che dopo la Seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino avrebbe dovuto garantire la pace nel mondo?

Sul banco degli imputati gli attori sono molti, provengono da destra e da sinistra, da Occidente e dal resto del mondo. Si trovano tra gli amanti della pace a tutti i costi e tra i sostenitori a oltranza della guerra giusta, tra coloro che rivendicano diritti solo quando conviene alla loro parte, mentre fanno finta di non vedere quando è la loro di parte a violare quei diritti che dovrebbero valere per tutti.

Responsabili sono innanzitutto gli Usa e il loro imperialismo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ad esempio, con la loro invasione dell’Iraq hanno violato i principi di sovranità statale e integrità territoriale, facendosi beffe dell’Onu.

A ciò si aggiungono tutti i doppi standard morali e legali degli Usa e dell’Occidente, che raggiungono il loro apice d’ipocrisia nei silenzi e nell’omertà di fronte ai crimini contro l’umanità di Israele, governo israeliano che ha fatto dell’attacco al diritto internazionale uno dei suoi obiettivi conclamati.

Ma sul banco degli imputati non vi è solo l’Occidente. La crisi dell’ordine internazionale viene sfruttata anche dalle autocrazie del resto del mondo per poter imporre le loro volontà di potenze imperiali e coloniali. Come amano ripetere Cina e Russia, violando l’Occidente il diritto internazionale, allora non si capisce perché non possano farlo anche loro.

Se da un lato la critica ai doppi standard occidentali è sicuramente giustificata, dall’altro questa critica non è destinata ad affermare, all’interno di un nuovo ordine globale multipolare, principi di giustizia universali fondati sulla legge. Emerge invece uno scenario nel quale non vale più la forza della ragione e del diritto, ma unicamente la ragione della violenza e della guerra in nome della legge del più forte.

Chi sostiene, intenzionalmente o meno, all’interno delle opinioni pubbliche occidentali questo scenario nel quale i vari imperialismi e colonialismi, siano essi occidentali o orientali, sono disposti ad affermare con le armi i loro desideri di egemonia nel mondo?

Sostenitori si trovano in quelle posizioni “pacifiste” di (estrema) sinistra che, in nome della pace a tutti i costi e di un antiamericanismo ideologico e pregiudiziale, sono disposte a sacrificare il diritto internazionale e il principio all’autodeterminazione, volendo ad esempio imporre a priori all’Ucraina la cessione di suoi territori all’imperialismo russo. Trattasi di voci che spesso, d’altra parte, denunciano la violazione di quegli stessi principi quando si tratta del popolo palestinese. Risultano pure un po’ meno pacifiste quando tendono a comprendere, per non dire giustificare, le violenze e i soprusi di Hamas o di altri attori antioccidentali, come se la causa ultima del male fosse sempre e solo degli Usa e dell’Occidente.

Sostenitori si trovano anche all’estremo opposto dello spettro politico, all’interno di quelle posizioni nazionaliste di (estrema) destra che hanno in Trump il loro leader maximo. Identificando nei principi di giustizia globali e sovranazionali un attacco alla sovranità popolare, chiedono ad esempio, in nome dell’interesse nazionale, neutralità assoluta di fronte ai crimini della Russia. Questo atteggiamento di equidistanza viene d’altra parte spesso abbandonato quando si tratta di difendere ad ogni costo Israele, non si sa se per motivi economici, di amicizia o piuttosto per un soggiacente razzismo coloniale nei confronti del mondo arabo e musulmano, come se la causa ultima del male venisse sempre e solo da Oriente.

Queste varie voci, intaccando la legittimità del diritto internazionale, forse non si rendono conto che così facendo non contribuiscono a un futuro di pace, giustizia e benessere per sé stessi e gli altri nel mondo, ma rischiano invece di ottenere l’effetto opposto.

Rimanendo in silenzio o giustificando guerre di invasione imperiali e annessioni coloniali, sia se provengono da Oriente come la Russia con l’Ucraina, o da Occidente come Israele con la Palestina, danno la possibilità a questi stessi governi criminali di continuare a farlo, o altri governi in futuro di provarci a loro volta.

“Make America Great Again!”, “Make Russia Great Again!”, “Make Israel Great Again!”, “Make China Great Again!”... Tramontata la forza della legge, conta solo ancora la potenza e la superiorità militare. Agli altri potrebbe rimanere solo la resa o la guerra di difesa, la distruzione o la guerra di resistenza.

E alla Svizzera nella guerra cosa chiediamo?

(laRegione, 2 maggio 2022)
Ogni tanto sfogliando dei quotidiani ticinesi e scorrendo talune prese di posizione sui social mi chiedo se ho in mano la Repubblica e sto navigando tra profili italiani. Poi mi rendo conto che sto leggendo opinioni di persone attive in Svizzera e mi sorge la domanda: ma chi dal Ticino chiede di inviare armi all’Ucraina e attacca i pacifisti perché troppo neutrali ed equidistanti di fronte al conflitto, a chi si sta rivolgendo, che dibattito vuole promuovere e quali obiettivi intende raggiungere?

In assenza di proposte politiche concrete, l’impressione è che la riflessione sia meramente virtuale e simbolica, sganciata dalla realtà. Sembra che si stiano portando avanti delle discussioni e delle polemiche altrui, come se non vivessimo in Svizzera ma in Italia, nell’Unione europea, in un Paese che aderisce alla Nato.

In certi commenti perché non si fa ad esempio riferimento e si sostiene la presa di posizione di Gerhard Pfister, presidente dell’Alleanza di Centro, che ha criticato la Segreteria di Stato dell’economia perché ha rifiutato la richiesta della Germania di inviare armi svizzere all’esercito ucraino in quanto non conforme alla nostra legislazione? Oppure perché non ci si aggancia alla presa di posizione di Thierry Burkart, presidente del Plr svizzero, che ha chiesto un maggior allineamento della Svizzera alla Nato?

Per lanciare un vero confronto politico chi desidera l’invio delle armi all’esercito ucraino potrebbe ad esempio proporre al Consiglio federale e al parlamento di modificare la legge che vieta alla Svizzera di esportare armi in Paesi in conflitto, esigere dalla politica l’avvicinamento o l’adesione della Svizzera alla Nato e chiedere che il nostro principio di neutralità venga probabilmente definitivamente messo in crisi perché ancora troppo equidistante tra le due parti in conflitto (posizione elvetica che nota bene pare essere alquanto vicina a quella di molti pacifisti italiani).

Altrimenti sembra che si stia chiedendo agli altri Paesi occidentali di sostenere e fare la "guerra per procura" al nostro posto, mentre a noi svizzeri, al di là delle sanzioni economiche, basterebbero delle parole "belle e giuste" senza volere e dovere mai passare ai fatti.

Così magari si potrà finalmente promuovere un dibattito democratico costruttivo su quali dovranno essere il ruolo e l’identità culturale e politica della Svizzera, e del suo esercito, nel nuovo ordine mondiale che si sta creando, coinvolgendo i nostri politici e la nostra popolazione: allinearsi definitivamente sulle posizioni atlantiche oppure mantenere ancora una certa neutralità ed equidistanza per provare a sostenere una mediazione tra le parti in conflitto e tra le varie superpotenze? O si preferisce non fare quasi nulla per salvaguardare unicamente i nostri interessi nazionali?

Si potrà così forse anche uscire da certi toni "moralistici" e "sentimentalistici" del dibattito sulla "guerra giusta" per far parlare finalmente anche il diritto e la legge: in quali casi e secondo quali criteri del diritto internazionale e nazionale la Svizzera potrebbe eventualmente inviare delle armi a Paesi in guerra? Quando, a chi e per quali guerre? Cosa significherebbe per il nostro diritto e per i nostri accordi internazionali l’eventuale avvicinamento e/o adesione alla Nato?

In questo dibattito non si tratterebbe più di solo criticare e attaccare simbolicamente chi non condivide la propria posizione, ma bisognerebbe provare anche, a partire alla nostra realtà storica, politica e culturale, ad argomentare il proprio punto di vista cercando di convincere gli avversari e la popolazione, perché in ultima istanza sarà come sempre la maggioranza del popolo a dover decidere chi siamo e cosa vogliamo diventare.


domenica 23 giugno 2024

Critica e difesa dell’Occidente

 (da laRegione del 21 giugno 2024) Leggi anche qui.

È ancora possibile oggi, nell’attuale contesto globale, salvaguardare quei principi fondanti l’Europa e l’Occidente quali la democrazia, i diritti umani e il diritto internazionale?

Chi mette in crisi questi principi all’interno delle nostre opinioni pubbliche sono da un lato gli “antioccidentali”, coloro che credono che la responsabilità del male sia sempre e comunque, in ultima istanza, dell’Occidente.

L’invasione russa dell’Ucraina? Colpa della NATO, degli USA e dell’imperialismo occidentale, come se non esistesse la volontà di espansione imperiale russa, come se il diritto internazionale non valesse per gli ucraini e bastasse dialogare ed assecondare Putin per ottenere la pace nell’Europa dell’est.

Gli attacchi terroristici di Hamas e la tragedia del popolo palestinese? Colpa esclusiva del sionismo e del colonialismo occidentale, come se non esistesse la violenza teocratica islamista e bastasse liberare la Palestina “dal fiume al mare”, lasciando governare Hamas, per ottenere giustizia in Medio Oriente.

In nome di principi quali democrazia, diritti umani e diritto internazionale bisognerebbe allora criticare e contrastare coloro che, in funzione antioccidentale, giungono ad accettare, per non dire giustificare, i crimini di Putin, di Hamas e di qualsiasi altra autocrazia illiberale ed antidemocratica che intende imporre con la forza la sua volontà di dominio nel mondo.

Dal lato opposto, però, chi mette in crisi questi principi sono anche i sostenitori a spada tratta della civiltà e della cultura occidentale, coloro che dimenticano e nascondono le violenze e i crimini di cui l’Occidente è stato ed è tuttora responsabile.

Come dimenticare che uno dei principali attacchi all’ordine internazionale sia stato sferrato dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, in particolare con la loro guerra di aggressione all’Iraq contraria al diritto internazionale, e con la loro giustificazione della tortura in carceri quali Guantanamo, in violazione dei diritti umani più basilari?

Come nascondere le responsabilità occidentali di fronte alla tragedia del popolo palestinese, dalla creazione dello Stato d’Israele come conseguenza dell’antisemitismo europeo, passando attraverso la decennale violazione da parte di Israele del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi, con la continua colonizzazione della Cisgiordania fino all’odierno massacro di Gaza?

In nome dei principi occidentali, bisognerebbe allora anche criticare e contrastare tutti i nostri doppi standard morali, politici e legali. La vita di un palestinese e di un non occidentale vale quanto la vita di un israeliano e di un occidentale. I crimini di guerra, le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani andrebbero condannati sempre e comunque, non solo se vengono commessi da chi non è parte dell’Occidente.

Altrimenti i nostri principi rischiano di essere solo parole ipocrite, vuote e senza valore, funzionali a celare interessi particolari e volontà di controllo e dominio occidentali del mondo. Se così fosse, perché altri Paesi del resto del mondo quali Russia, Iran, Cina, con i loro desideri imperiali e coloniali, sarebbero tenuti a rispettarli

Senza principi morali e legali sopra le parti che valgano per tutti, potrebbe aprirsi uno scenario di guerre senza fine. Le varie potenze del mondo, in assenza del dovere di risoluzione pacifica dei conflitti e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, valendo solo la legge del più forte, sarebbero libere di aggredire, massacrare e assoggettare altri popoli a loro discrezione, siano questi popoli occidentali come gli ucraini o popoli non occidentali come i palestinesi.

Nessuno sarebbe escluso dalle conseguenze di questo scenario. Neanche coloro che, all’interno delle nostre società, non sono né “anti-occidentali” né “pro-occidentali”, perché reputano che, in fondo, tra Occidente e resto del mondo non vi sarebbe grande differenza. Sono i “neutrali” e gli “equidistanti”, per i quali “pace” significa “essere lasciati in pace”, amici di tutti e quindi di nessuno, perché ciò conta è solo il proprio benessere economico individuale e nazionale. Finché dura.

Democrazia, diritti umani e diritto internazionale sono probabilmente ciò che di meglio l’Occidente può offrire al resto del mondo. Potrebbero rappresentare un modello di pace, giustizia e protezione da proporre a tutte le persone e i popoli del mondo. Bisognerebbe però innanzitutto crederci noi stessi, smettere di imporli al resto del mondo con la forza e la violenza, tentando di applicarli noi in primis con coerenza. Altrimenti, quale sarebbe l’alternativa?





martedì 23 aprile 2024

Guerra in Ucraina, guerra in Palestina

 (da laRegione del 19 aprile 2024) Leggi anche qui.

Persone che denunciano i massacri nella striscia di Gaza, mentre rimangono in silenzio, per non dire giustificano, i crimini della Russia e di Hamas, come se la responsabilità ultima del male fosse sempre e comunque solo dell’Occidente. 

Altre che sostengono il diritto alla difesa dell’Ucraina e di Israele, mentre rimangono in silenzio, per non dire giustificano, i crimini di Israele, come se la vita di un non occidentale valesse di meno della vita di chi vive in una democrazia.

Ma come riuscire a pensare e trattare in maniera il più possibile giusta ed equa sia il conflitto russo-ucraino che quello israelo-palestinese, al di là delle ipocrisie e dei doppi standard morali, politici e legali coi quali ci troviamo confrontati?

L’Ucraina, a differenza della Palestina, è uno stato legittimo riconosciuto dalla comunità e dal diritto internazionale. La guerra di aggressione e invasione russa è del tutto ingiustificata, sia dal punto di vista morale che legale. L’Ucraina, a differenza di Hamas con Israele, non ha mai aggredito la Russia né minacciato il suo diritto di esistenza.

Ipotesi quali l’espansione della Nato e/o la guerra per procura americana come cause fondamentali del conflitto non sono solo difficilmente dimostrabili coi dati di fatto, ma negano il diritto all’autodeterminazione di un popolo e tendono in ultima istanza a giustificare l’imperialismo russo.

Il problema di fondo invece del conflitto israelo-palestinese, è che se da un lato Israele avrebbe il diritto di difendersi contro chi, come Hamas, attacca e minaccia il suo diritto di esistenza, dall’altro non ci potrà mai essere giustizia in Medio Oriente fino a quando ai palestinesi non sarà riconosciuto il diritto alla libertà, all’autonomia e all’autodeterminazione. 

Qualsiasi posizione che sostenga il diritto alla difesa armata di Israele, senza che contemporaneamente si esiga da Israele il riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi, dovrebbe essere giudicata come moralmente, legalmente e politicamente inaccettabile. 

D’altra parte, insostenibile è pure qualsiasi posizione che sostenga il diritto alla resistenza e all’autodeterminazione del popolo palestinese, senza che contemporaneamente si riconosca il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza.

Il dramma è che oggi rischiamo di assistere, sia nel conflitto russo-ucraino che nel conflitto israelo-palestinese, non all’affermazione di principi minimi di giustizia, ma alla vittoria dei diritti del più forte.

Sia la Russia di Putin che Hamas che l’attuale governo israeliano negano ai loro popoli avversari il diritto all’autodeterminazione, con la differenza che Israele ha da sempre nei confronti dei palestinesi una superiorità bellica e militare, fattore che nell’attuale conflitto russo-ucraino è invece più incerto e instabile.

Sia la Russia che Israele stanno conducendo da tempo guerre di occupazione e annessione dei territori ucraini da un lato e dei territori palestinesi dall’altro. La Russia dal 2014 con la Crimea e il Donbass, e dal 2022 con il tentativo di invasione su grande scala dell’Ucraina. Israele con le sue varie guerre di espansione dal 1948 fino all’odierna distruzione di Gaza e la continua e progressiva occupazione della Cisgiordania.

Sia la Russia di Putin che Hamas che l’attuale governo israeliano usano la violenza per imporre le loro volontà al popolo avversario, massacrando la popolazione civile. La Russia con il suo tentativo di distruggere l’identità e la cultura ucraina, e quindi gli ucraini, Hamas con il suo progetto di eliminare Israele e gli ebrei, i governi israeliani con l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre e la distruzione e punizione collettiva di un popolo.

Entrambe le guerre rischiano di terminare, grazie alla vittoria delle ragioni della forza sulle ragioni del diritto e della giustizia, con l’ulteriore espansione e controllo territoriale dell’Ucraina da parte della Russia e della Palestina da parte di Israele. 

E visto che pare sempre più difficile che i due conflitti terminino con una “pace giusta”, si potrebbe perlomeno provare a non essere troppo ipocriti e di non usare doppi standard morali, politici e legali, denunciando i crimini di guerra di tutte le parti coinvolte, e ribadendo con forza e senza discriminazione i principi di libertà e autodeterminazione di tutti i popoli aggrediti e oppressi.

Diritti degli israeliani, diritti dei palestinesi

(da laRegione del 24 novembre 2023) Leggi anche qui.


Due popoli, Israele e Palestina, entrambi con il diritto di esistere
e di autodeterminarsi, di vivere in pace e sicurezza tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo.

Altrimenti, quale sarebbe l’alternativa? 

L’unica altra via d’uscita rischia di essere la guerra, la violenza e l’odio a oltranza, la distruzione, lo sradicamento e l’espulsione del popolo avversario, in nome del principio che tra il fiume e il mare non debba che esistere un popolo, o quello israeliano, o quello palestinese. 

Il dramma è che molti palestinesi e molti israeliani paiano condividere un reciproco fondamentalismo, opposto ma speculare, un estremismo nazionalista e/o religioso che crede che il proprio popolo avrebbe un diritto naturale ed esclusivo di esistere su quella terra. 

Da un lato il fondamentalismo di Hamas e del radicalismo islamico, che ai tempi fu anche del nazionalismo arabo-palestinese, fondato sull’idea che solo quando gli ebrei se ne saranno andati ci potrà essere libertà, giustizia e autodeterminazione per la Palestina. 

Dall’altro lato, il fondamentalismo religioso e di un certo nazionalismo ebraico, fondato sull’idea che solo quando gli arabi se ne saranno andati del tutto Israele potrà vivere finalmente in pace e sicurezza. E ai palestinesi che rimangono non si può che offrire una vita sotto assedio e occupazione, in quelle carceri a cielo aperto che sono la Cisgiordania e rischia di tornare a essere Gaza.

Agli opposti fondamentalismi, che vogliono imporre la loro supposta verità con la guerra e la violenza, si potrebbe rispondere con un atteggiamento laico, razionale e illuminista: i popoli e le nazioni sono delle costruzioni sociali, politiche e culturali, e non vi è alcun diritto originario, esclusivo, naturale per una comunità di risiedere su un determinato territorio. 

Ciò non significa negare i diritti storici e umani dei popoli e degli individui: il diritto di ogni persona di poter avere delle radici e una propria terra, dov’è nata e/o dalla quale proviene la sua famiglia, dove può esistere e svilupparsi la sua comunità politica e sociale di appartenenza.

All’interno del conflitto israelo-palestinese, questo presupporrebbe un reciproco riconoscimento, fondato su un principio di uguaglianza e sul rispetto dei diritti di ambo le parti, riconoscimento volto a contrastare, limitare e criticare qualsiasi doppio standard politico e morale. 

Altrimenti rischia di esservi solo ipocrisia, perché dietro a dei supposti e conclamati diritti universali non si nasconderebbero che dei diritti e interessi particolari, da imporre a scapito dei diritti e degli interessi dei propri avversari.

La vita di un palestinese non vale né di più né di meno della vita di un israeliano. Bisognerebbe contrastare l’antisemitismo e l’odio contro gli ebrei quanto il razzismo e l’odio contro gli arabi e i musulmani. Il diritto alla libertà, all’autonomia, alla sicurezza di un israeliano vale quanto il diritto alla libertà, all’autonomia, alla sicurezza di un palestinese. In nome del diritto dell’esistenza di un popolo, non si può sacrificare il diritto alla vita e all’esistenza di un altro popolo. 

Si dia spazio, allora, nell’opinione pubblica, alle voci, alle storie e alle tragedie sia degli israeliani che dei palestinesi. Si condannino con la giusta misura i crimini di ambo le parti. Si dica a Israele che ha il diritto di vivere in pace e sicurezza, chiedendo ai palestinesi di riconoscere il suo diritto di esistenza.

Contemporaneamente, si chieda a Israele di riconoscere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, di bloccare il massacro a Gaza e di pensare a un piano per tornare ai confini territoriali del 1967, iniziando a smantellare gli insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania.

Altrimenti, continueremo a essere degli spettatori che, dagli spalti di un’arena, si indignano perlopiù per le sofferenze e le morti del proprio popolo amico, mentre giustificano, nascondono o minimizzano le sofferenze e le morti dei propri nemici, in uno spettacolo di orrore senza fine nel quale le vite degli altri non sono che delle vittime sacrificali del proprio accecamento ideologico. Mors tua, vita mea.

“L’amore per la patria tra nazionalismo e diritti universali”

Cinque digressioni radiofoniche attorno al tema
“L’amore per la patria tra nazionalismo e diritti universali”,
andate in onda a luglio 2023 sulla Rete Due della RSI,
all'interno del ciclo "L'amore e altre deviazioni..."



“Noi umani non tendiamo forse a solidarizzare innanzitutto con chi percepiamo essere più vicino e simile a noi?
Non proviamo forse più empatia per i nostri simili, famigliari, amici, connazionali,
per coloro che fanno parte di un’identità collettiva al quale anche noi sentiamo e crediamo di appartenere?"



“Per il nazionalismo
i popoli avrebbero il diritto naturale di esistere e vivere su un determinato territorio, come se la nostra madre Patria ci avesse fatto nascere, non per caso,
su un territorio che naturalmente e necessariamente ci appartiene, madre Patria alla quale possiamo tributare il nostro amore."




“Forse come europei ce n’eravamo dimenticati,
ma è anche nel nome dell’amore per la propria nazione che ci si è sacrificati andando a combattere o mandando a combattere i nostri figli, contro i tedeschi e i francesi, in nome del popolo tedesco e francese."




“È giusto che i diritti vengano attribuiti innanzitutto, per non dire esclusivamente, a coloro che appartengono alla nostra nazione?
I diritti umani fondamentali non dovrebbero essere concessi ad ogni individuo?"



“Su cosa si fonda l’identità nazionale svizzera, il nostro comune senso di appartenenza, l’amore per la nostra Patria?
La Svizzera vive all’interno di una contraddizione, tra i suoi principi costituzionali descritti come universali e il suo credersi un Sonderfall, una nazione diversa da tutte le altre."