(pubblicato su laRegione, 10 febbraio 2026)
Iran, Venezuela, Palestina, Ucraina… In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi solo il diritto internazionale, con i suoi principi quali l’autodeterminazione dei popoli e il divieto dell’uso della forza, può essere una valida alternativa per contrastare chi intende minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità dei popoli.
Ma mobilitarsi in nome dei diritti dei popoli richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Nella realtà emergono invece preferenze, pregiudizi e disparità di trattamento. Spesso coloro che prendono posizione per i diritti di un popolo rimangono in silenzio, per non dire giustificano la negazione di quegli stessi diritti quando si tratta di altri popoli. Si diventa così utili strumenti, per non dire complici, di strutture e logiche di potere imperiali, coloniali e razziali che negano l’uguaglianza dei diritti.
Vi sono coloro che prendono posizione a favore dei diritti degli ucraini contro l’imperialismo russo, ma che sono molto più tiepidi e silenti quando il diritto internazionale viene violato dal colonialismo israeliano in Palestina. Si arriva persino a giustificare interventi armati Usa contro l’Iran e il Venezuela, evidenti violazioni della sovranità territoriale di uno Stato e del principio di non aggressione.
Due pesi e due misure che riportano in superficie i tradizionali doppi standard dell’imperialismo occidentale. Mentre l’Europa moderna pensava, elaborava e affermava l’importanza del diritto internazionale e dei diritti umani, fu presto chiaro al resto del mondo che questi principi valevano solo per gli individui e i popoli europei. Gli altri erano visti come inferiori, sottosviluppati, incapaci di autodeterminarsi. Potevano e dovevano quindi essere “liberati” e colonizzati, “educati” e sfruttati, talvolta annientati.
Non cogliere, nell’attuale tragedia palestinese, questa classica struttura di potere imperiale, coloniale e razziale significa, nel migliore dei casi, negare la realtà. Nel peggiore si giunge a giustificarla: sono arabi e musulmani, potenzialmente violenti e terroristi, nemici da combattere ai quali non si possono concedere i nostri stessi diritti fondamentali.
Esiste però anche il fronte opposto, sempre pronto e all’erta quando si tratta di denunciare i crimini e le violenze occidentali, ma del tutto restio a prendere posizione e mobilitarsi quando il male è inflitto da potenze non occidentali. In questo fronte la causa prima e ultima delle guerre pare essere sempre e solo occidentale. Come se nel resto del mondo non ci fossero logiche di potere imperiali, coloniali e razziali, come se, senza l’intrusione dell’Occidente, i popoli del resto del mondo vivessero e avessero vissuto in pace e in armonia tra di loro senza volontà di espansione, controllo e dominio territoriali.
Anche qui si assiste a una negazione della realtà che perdura da tempo. Ci si mobilitava ad esempio contro le guerre e i colpi di Stato sostenuti dagli Stati Uniti, mentre si taceva sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’occupazione militare dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Oggi ci si indigna per il colonialismo israeliano e per i diritti negati ai bambini palestinesi, mentre l’occupazione coloniale russa dei territori ucraini e le migliaia di bambini ucraini rapiti da Mosca vengono ignorate o relativizzate.
L’Ucraina è un caso paradigmatico. Dare la colpa ultima dell’aggressione russa all’espansione della Nato e all’imperialismo Usa non solo è la negazione dell’imperialismo russo, ma ne diventa la giustificazione. Coloro che sostengono che la Russia avrebbe diritto alla sua sfera di influenza in Europa, che sarebbe una guerra per procura e/o che gli ucraini per il loro bene dovrebbero smettere di combattere, non fanno che negare l’uguale diritto alla libertà, all’autodeterminazione e alla dignità di tutti i popoli del mondo. L’atteggiamento imperiale, coloniale e razziale è ben presente sia a destra che a sinistra dello spettro politico.
Nel frattempo, l’imperialismo di Trump fa fronte e gara comune con tutti coloro che intendono imporre, contro il diritto internazionale, le loro volontà di espansione, dominio e controllo nel mondo. Non per nulla il progetto di ricostruzione di Gaza che Trump ha in mente è colonialismo allo stato puro, progetto sostenuto nota bene quasi solo da potenze non occidentali, ben disposte a ritagliarsi la loro parte nel nuovo (dis)ordine mondiale fondato sulla legge del più forte.
Nel passaggio epocale che stiamo vivendo, forse è finalmente giunta l’ora per l’Europa e i suoi cittadini di riconoscere e contrastare le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali. Mai come adesso, grazie a Trump, sarebbe possibile tracciare insieme al resto del mondo un fronte alternativo comune di resistenza, fondato sulla libertà e l’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli minacciati, oppressi e aggrediti.
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