(pubblicato su laRegione, 8 maggio 2026)
In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi, mobilitarsi per i diritti degli individui e dei popoli aggrediti, oppressi e martoriati richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, emergono invece ipocrisie e disparità di trattamento. Questo non vale solo per chi difende l’Ucraina dimenticandosi della tragedia senza fine della Palestina. Vale anche per chi è sempre ben disposto, giustamente, a denunciare i crimini e le violenze occidentali, degli Usa o di Israele, ma è molto più restio ad assumere una posizione netta contro i crimini e le violenze non occidentali, come nel caso della Russia, di Hamas o dell’Iran.
Non si tratta di negare né di giustificare l’imperialismo e il colonialismo occidentali, anzi. Il problema però è che per talune visioni antimperialiste, anticoloniali o antioccidentali sui generis la causa prima e ultima delle guerre e dei mali del mondo pare essere quasi solo occidentale. Si pensa e si agisce come se, in assenza dell’imperialismo e del colonialismo occidentali, gli individui e i popoli del resto del mondo avrebbero vissuto, e vivrebbero ancora oggi, perlopiù in pace e in armonia con il mondo. Il fatto che in passato imperi come quello persiano, cinese, arabo, mongolo o ottomano abbiano anch’essi aggredito, invaso, colonizzato, oppresso popoli e tribù pare non esistere o non contare.
Si rischia così di vivere nell’illusione che gruppi e regimi non occidentali non siano aggressivi in sé, ma indotti a rispondere con la violenza all’imperialismo occidentale. La Russia vorrebbe vivere in pace, ma sarebbe costretta a reagire all’espansionismo Usa e della Nato attaccando l’Ucraina, come se la storia pluricentenaria dell’imperialismo russo non esistesse. La violenza, la repressione e l’oppressione di gruppi come Hamas o di regimi come l’Iran sarebbero in prevalenza una risposta, o una resistenza, alle volontà di dominio e controllo occidentali, rendendoli così meno responsabili dei loro crimini.
Questa logica ricorda la dottrina dei due campi, elaborata in epoca staliniana da Andrej Ždanov: da una parte il campo imperialista occidentale, causa prima delle guerre e dei mali del mondo, dall’altra quello antioccidentale che invece vorrebbe vivere in pace. Lo scopo di questa narrazione falsata della realtà era ed è quello di relativizzare o negare le volontà di potenza e i crimini degli attori non occidentali, affinché sul banco degli accusati ci sia sempre e solo l’Occidente.
Taluni movimenti pacifisti e partiti di sinistra occidentali si mobilitavano così contro la guerra in Vietnam e il riarmo della Nato, rimanendo in silenzio sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e sul riarmo dell’Urss. Oggi si denuncia l’imperialismo Usa e il riarmo europeo mentre si relativizza quello russo o cinese. Si idealizzavano le lotte di liberazione nazionale antioccidentali, come oggi con la Palestina, mentre si restava inerti quando i carri armati sovietici entravano in Ungheria e Cecoslovacchia, come oggi con l’Ucraina. Si criticano capitalismo, patriarcato, omofobia, censura in Occidente, mentre si preferisce tacere su forme anche ben peggiori di disuguaglianza, sfruttamento, repressione dei diritti fondamentali nel resto del mondo.
Il campismo in quanto dottrina dei due campi è una trappola per chi vuole opporsi a qualsiasi forma di imperialismo, colonialismo e oppressione in nome di principi quali pace, giustizia e libertà. È una trappola perché invece di lottare per la pace si legittima la guerra: se lo fanno gli Usa e Israele allora possono farlo anche la Russia e Hamas, e viceversa, dando vita a un circolo infernale di azioni e reazioni senza fine.
È una trappola perché frammenta e divide le lotte per i diritti degli individui e dei popoli martoriati, oppressi e aggrediti, rendendo le mobilitazioni meno credibili e meno efficaci. I vecchi e nuovi imperialismi, occidentali e non occidentali, possono così agire più indisturbati, facendo fronte comune per imporre le loro volontà di potenza e spartirsi il mondo in quelle che credono essere le loro rispettive sfere di influenza.
Contro la logica dei due campi vi sono i diritti umani e il diritto internazionale, posti a fondamento dell’Europa dapprima dopo il 1945, come risposta agli imperialismi che avevano condotto alle due guerre mondiali, e poi dopo il 1989, come fondamento del nuovo ordine internazionale una volta terminata la guerra fredda dei campi contrapposti. Da qui si può ripartire, per costruire un fronte comune alternativo alla legge della forza, in nome dell’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti gli individui e popoli del mondo. La legge deve valere per tutti e i crimini sono crimini, chiunque li commetta.