sabato 9 maggio 2026

La trappola degli imperialismi

(pubblicato su laRegione, 8 maggio 2026)
In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi, mobilitarsi per i diritti degli individui e dei popoli aggrediti, oppressi e martoriati richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, emergono invece ipocrisie e disparità di trattamento. Questo non vale solo per chi difende l’Ucraina dimenticandosi della tragedia senza fine della Palestina. Vale anche per chi è sempre ben disposto, giustamente, a denunciare i crimini e le violenze occidentali, degli Usa o di Israele, ma è molto più restio ad assumere una posizione netta contro i crimini e le violenze non occidentali, come nel caso della Russia, di Hamas o dell’Iran.
Non si tratta di negare né di giustificare l’imperialismo e il colonialismo occidentali, anzi. Il problema però è che per talune visioni antimperialiste, anticoloniali o antioccidentali sui generis la causa prima e ultima delle guerre e dei mali del mondo pare essere quasi solo occidentale. Si pensa e si agisce come se, in assenza dell’imperialismo e del colonialismo occidentali, gli individui e i popoli del resto del mondo avrebbero vissuto, e vivrebbero ancora oggi, perlopiù in pace e in armonia con il mondo. Il fatto che in passato imperi come quello persiano, cinese, arabo, mongolo o ottomano abbiano anch’essi aggredito, invaso, colonizzato, oppresso popoli e tribù pare non esistere o non contare.
Si rischia così di vivere nell’illusione che gruppi e regimi non occidentali non siano aggressivi in sé, ma indotti a rispondere con la violenza all’imperialismo occidentale. La Russia vorrebbe vivere in pace, ma sarebbe costretta a reagire all’espansionismo Usa e della Nato attaccando l’Ucraina, come se la storia pluricentenaria dell’imperialismo russo non esistesse. La violenza, la repressione e l’oppressione di gruppi come Hamas o di regimi come l’Iran sarebbero in prevalenza una risposta, o una resistenza, alle volontà di dominio e controllo occidentali, rendendoli così meno responsabili dei loro crimini.
Questa logica ricorda la dottrina dei due campi, elaborata in epoca staliniana da Andrej Ždanov: da una parte il campo imperialista occidentale, causa prima delle guerre e dei mali del mondo, dall’altra quello antioccidentale che invece vorrebbe vivere in pace. Lo scopo di questa narrazione falsata della realtà era ed è quello di relativizzare o negare le volontà di potenza e i crimini degli attori non occidentali, affinché sul banco degli accusati ci sia sempre e solo l’Occidente.
Taluni movimenti pacifisti e partiti di sinistra occidentali si mobilitavano così contro la guerra in Vietnam e il riarmo della Nato, rimanendo in silenzio sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e sul riarmo dell’Urss. Oggi si denuncia l’imperialismo Usa e il riarmo europeo mentre si relativizza quello russo o cinese. Si idealizzavano le lotte di liberazione nazionale antioccidentali, come oggi con la Palestina, mentre si restava inerti quando i carri armati sovietici entravano in Ungheria e Cecoslovacchia, come oggi con l’Ucraina. Si criticano capitalismo, patriarcato, omofobia, censura in Occidente, mentre si preferisce tacere su forme anche ben peggiori di disuguaglianza, sfruttamento, repressione dei diritti fondamentali nel resto del mondo.
Il campismo in quanto dottrina dei due campi è una trappola per chi vuole opporsi a qualsiasi forma di imperialismo, colonialismo e oppressione in nome di principi quali pace, giustizia e libertà. È una trappola perché invece di lottare per la pace si legittima la guerra: se lo fanno gli Usa e Israele allora possono farlo anche la Russia e Hamas, e viceversa, dando vita a un circolo infernale di azioni e reazioni senza fine. 
È una trappola perché frammenta e divide le lotte per i diritti degli individui e dei popoli martoriati, oppressi e aggrediti, rendendo le mobilitazioni meno credibili e meno efficaci. I vecchi e nuovi imperialismi, occidentali e non occidentali, possono così agire più indisturbati, facendo fronte comune per imporre le loro volontà di potenza e spartirsi il mondo in quelle che credono essere le loro rispettive sfere di influenza.
Contro la logica dei due campi vi sono i diritti umani e il diritto internazionale, posti a fondamento dell’Europa dapprima dopo il 1945, come risposta agli imperialismi che avevano condotto alle due guerre mondiali, e poi dopo il 1989, come fondamento del nuovo ordine internazionale una volta terminata la guerra fredda dei campi contrapposti. Da qui si può ripartire, per costruire un fronte comune alternativo alla legge della forza, in nome dell’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti gli individui e popoli del mondo. La legge deve valere per tutti e i crimini sono crimini, chiunque li commetta.

Imperialismo e ipocrisia occidentale

(pubblicato su laRegione, 14 marzo 2026) 
Sulle ceneri delle due guerre mondiali, l’Europa ha voluto ricostruire la sua civiltà a partire da valori quali i diritti umani e la pace, da proteggere e promuovere tramite il diritto internazionale. L’epoca attuale degli imperialismi e dei colonialismi come quello statunitense e israeliano rischia di cancellare definitivamente, in nome della legge e della superiorità della forza, l’ordine internazionale fondato sul diritto. Ma il diritto internazionale rimane l’unica alternativa valida per contrastare coloro che intendono minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità di individui e popoli.
L’applicazione del diritto richiederebbe però, almeno in linea di principio, coerenza. Ne va della sua credibilità ed efficacia. La difesa dei diritti del popolo ucraino da un lato e il mancato riconoscimento dei diritti del popolo palestinese dall’altro sono invece sintomo di un’ipocrisia occidentale che perdura da tempo. Questa disparità di trattamento rivela un atteggiamento e una struttura di potere imperiale, coloniale e razziale che l’Europa non ha mai riconosciuto né affrontato fino in fondo, e che si manifesta oggi anche nella sudditanza agli Usa e a Israele di fronte alla loro aggressione dell’Iran.
Nella rielaborazione storica collettiva avvenuta dopo le due guerre mondiali ci si è focalizzati quasi esclusivamente sui crimini avvenuti in Europa. Le vittime europee e la Shoah sono diventate (giustamente) memoria che interpella le nostre coscienze. I crimini dell’imperialismo e del colonialismo europeo nel resto del mondo sono invece stati lasciati ai margini, perlopiù rimossi dalla memoria collettiva. Delle sue vittime ci si sente meno responsabili. Questi crimini continuarono anche dopo la nascita dell’Onu e la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Si pensi alle guerre combattute contro l’indipendenza e l’autodeterminazione in Algeria e in Indocina, alla guerra per il controllo del canale di Suez o al sostegno al colpo di Stato in Iran del 1953. I diritti umani e il diritto internazionale erano prerogativa quasi unica ed esclusiva degli individui e dei popoli occidentali.
I silenzi e le mancate risposte di fronte alla tragedia del popolo palestinese e ai crimini del governo israeliano e degli Usa in Medio Oriente rivelano che la legge continui a non valere per tutti. Ciò non significa beninteso sostenere che Israele non abbia il diritto di esistere, o che sia di per sé un classico Stato coloniale. Il popolo ebraico è stato lui stesso vittima estrema di quelle logiche di potere razziali ed etnonazionaliste alla base dell’imperialismo e del colonialismo europeo, che il nazismo aveva condotto fino alle sue estreme conseguenze.
La Shoah non andrebbe però solo ricordata come quel male radicale inflitto alle persone di origine e/o di fede ebraica, ma come crimine contro l’umanità e la dignità di ogni essere umano in quanto tale. La creazione dello Stato d’Israele come conseguenza della Shoah rende l’Europa responsabile non solo nei confronti del destino del popolo ebraico, ma anche di quello palestinese. A ciò si aggiunge la storia regionale: dopo la caduta dell’Impero Ottomano, il Medio Oriente fu ridisegnato dall’imperialismo occidentale con poco o alcun riguardo nei confronti dei diritti degli individui e dei popoli che vi abitavano.
La disparità di trattamento che nega l’uguaglianza dei diritti si rivela anche nei continui appelli contro il possibile ritorno dell’antisemitismo in Europa. Appelli giusti e necessari, che andrebbero però accompagnati dall’esplicita volontà di contrastare qualsiasi forma di discriminazione, in particolare nei confronti delle persone musulmane, di origini arabe o africane. Il fatto che ciò non accada sempre è un ulteriore segno della mancata elaborazione delle responsabilità storiche dell’imperialismo e del suo razzismo di fondo.
Dopo la fine dell’imperialismo e del colonialismo europeo e la caduta dell’Urss, è diventato egemone l’imperialismo a stelle e strisce. Se gli Usa hanno spesso giustificato i loro interventi nel mondo in nome del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, con l’America di Trump è svanita ogni ipocrisia. Le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali non vengono più tenute nascoste, ma diventano ideologia esplicita di politiche di potenza nazionaliste volte ad annientare il nemico, come prima del 1945. Vale per Trump così come per Putin e Netanyahu.
Ora come non mai all’Europa si impone una scelta di fondo. O recuperare i suoi valori fondanti, facendo i conti con la propria storia, i doppi standard e la propria ipocrisia, tracciando un percorso alternativo al dominio e alla violenza degli imperi fondato sulla forza del diritto. Oppure diventare un insieme di Stati sovranisti vassalli che assistono complici e impotenti a guerre di distruzione senza fine.