giovedì 2 febbraio 2023

La vita ad ogni costo. Limiti e meriti del pacifismo

(da laRegione del 1 febbraio 2023) Leggi anche qui.


Non esiste un unico modo di pensare e vivere il pacifismo. 
Vi sono persone che fanno del pacifismo una filosofia di vita, altre un metodo per lottare contro l’oppressione. 
Vi è chi, in nome della pace, sostiene l’equidistanza tra Russia e Ucraina perché tra liberaldemocrazie e autocrazie non vi sarebbero poi differenze così grandi. 
Poi vi è chi per"pace" intende perlopiù il proprio opportunismo e interesse personale e/o nazionale.

Esiste innanzitutto un "pacifismo assoluto" che ripudia sempre e a priori qualsiasi reazione violenta. Questa forma di pacifismo è in primis una filosofia di vita, un atteggiamento e una credenza spirituale che in quanto tale andrebbe rispettata.

Un pacifismo assoluto può essere vissuto in maniera unicamente passiva: di fronte ad un’aggressione non si fa nulla, se non porgere l’altra guancia e accettare la resa per rimanere fedeli alla propria filosofia. Può essere però vissuto anche in maniera attiva: di fronte ad un’aggressione si farà di tutto per reagire mettendo in atto strategie di resistenza non violenta quali disobbedienze civili, scioperi, manifestazioni, boicottaggi…, senza però mai abbracciare le armi.

La resistenza pacifista può risultare giusta ed efficace per contrastare un potere che, di fronte a strategie non violente, non risponde con una repressione brutale, violenta ed omicida. La Russia di Putin non pare però paragonabile al colonialismo inglese contro cui ha lottato Gandhi, e neppure al razzismo a stelle e strisce contro cui è insorto Martin Luther King. I massacri contro la popolazione civile commessi dall’esercito russo non paiono lasciare spazio a molti dubbi.

A quasi un anno dall’inizio dell’aggressione russa credo si possa affermare con ragionevole certezza che, se gli ucraini non avessero risposto con la violenza delle armi, ora a Kiev regnerebbe un despota voluto da Putin, mentre le libertà di espressione e critica sarebbero represse. Senza l’invio di armi da parte dei Paesi occidentali il risultato sarebbe con ogni probabilità il medesimo. L’Ucraina come la Bielorussia.

Chi volesse sostenere fino in fondo la posizione pacifista assoluta dovrebbe quindi accettare una valutazione morale di fondo: tra l’imbracciare le armi per la difesa della libertà, della democrazia, dell’autodeterminazione dei popoli e la vita sotto la dittatura, è preferibile la seconda opzione. Meglio una pace senza giustizia che una lotta armata. La vita ad ogni costo e la non violenza sono valori più importanti della libertà.

A conclusioni analoghe pare giungere chi, in Occidente, non credendo nel modello etico e politico liberaldemocratico, rimane equidistante. Secondo costoro tra la vita in Europa, negli Usa, in Russia e in Cina non vi sarebbero grandi differenze, dimenticandosi forse che sono liberi di esprimere il loro dissenso proprio grazie a quel modello di convivenza civile che sarebbero disposti a ripudiare.

Vi è però anche un’altra forma di pacifismo, che non ha nulla a che fare con il pacifismo come filosofia di vita e neppure con l’equidistanza tra liberaldemocrazie e autocrazie. Lo si potrebbe chiamare "pacifismo opportunista", posizione assunta da chi, non vivendo in Ucraina e non essendo ucraino, quando parla di pace intende perlopiù il suo quieto vivere perché, in fondo, non sono affari suoi. Non è forse questa anche una certa maniera di intendere la neutralità svizzera?

Si può quindi liquidare il valore ultimo della pace per giustificare una guerra ad oltranza? Non proprio. Il pacifismo assoluto ci ricorda continuamente la tragedia che è ogni guerra sul campo di battaglia. Intima che si giunga il prima possibile ad una pace, o perlomeno ad una tregua, intavolando un dialogo ed una mediazione con il nemico. Ciò che conta ed ha priorità è bloccare il massacro.

Se la resa e la vita sotto la dittatura non sono un’opzione, allora può emergere un’ultima forma di pacifismo, critico, che crede nel valore ultimo e prioritario della pace ma anche nella difesa della libertà e della democrazia. Un pacifismo relativo e non assoluto sostiene che solo in casi eccezionali, in caso non vi fossero alternative, di fronte ad un aggressore che non è disposto al dialogo e giustifica l’uso della violenza per affermare il suo dominio, sia moralmente necessario resistere anche con le armi. Armarsi e armare affinché si giunga ad una pace la più giusta possibile per l’aggredito.

E del rischio che il conflitto diventi mondiale, magari anche nucleare? In nome della possibilità eventuale di un male maggiore, si accetterebbe la realtà concreta del male minore, la distruzione di un popolo e delle sue libertà. Questa posizione ha comunque il vantaggio di permetterci di ritornare alla pace del nostro quieto vivere, sempre che un’autocrazia dotata di armi nucleari non colga la palla al balzo per iniziare una nuova aggressione.

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