domenica 17 dicembre 2017

Remedies – Antidoto a te stesso






Gwenstival 3 ottobre 2017

http://www.radiogwen.ch/remedies-antidoto-a-te-stesso/

Trasmissione sonora vagamente filosofeggiante. Ogni giorno insieme ad un ospite presentiamo una puntata in cui capiamo come la musica si pone come antidoto.

Conduce Laura Melera, ospite della trasmissione Giona Mattei.

A cura di Chiara Spata, Laura Melera, Alice Nicotra, Sebastiano Marvin e Alan Alpenfelt.

venerdì 26 maggio 2017


È uscito il libro che ho avuto il piacere di curare:

Michael Walzer, 
Le conseguenze della guerra. Riflessioni sullo Jus post bellum, Mimesis editore, Milano 2017.

Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Di fronte al caos geopolitico internazionale e alle odierne tragedie umanitarie, le conseguenze delle guerre contemporanee fino a che punto mettono in crisi l'idea che certe guerre possano essere giustificabili?
Michael Walzer, uno dei massimi pensatori contemporanei dell’idea di guerra giusta, nel suo testo "Le conseguenze della guerra" indica quali dovrebbero essere le responsabilità politiche e morali delle nazioni vincitrici al termine di un conflitto.

Come sottolineato nel saggio critico di Giona Mattei che accompagna lo scritto di Walzer, contestualizzare le pagine dell'intellettuale americano nell'attuale scenario politico globale solleva interrogativi su quanto la nozione di "guerra giusta" abbia contribuito alla legittimazione morale delle politiche di egemonia imperialista. 
D'altra parte, in certi casi, di fronte alle sofferenze e alle uccisioni di civili innocenti, non sarebbe giustificato ancora oggi un intervento militare?

Michael Walzer insegna all’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey-USA). Si è occupato di filosofia morale, teoria politica e critica sociale. È autore di studi fondamentali sulla relazione tra guerra ed etica.



Acquistabile online:
Mimesis editore
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sabato 14 gennaio 2017

Violenza e migrazione


(da Confronti, novembre 2016) 


Vi sono due processi in atto quando la rappresentazione sociale dominante collega violenza e migrazione: la “culturalizzazione dei problemi sociali” e la “logica del capro espiatorio”.
 
Questi due processi falsificano la realtà, fomentando pregiudizi e discriminazioni nei confronti degli stranieri, e non permettono di trovare delle soluzioni praticabili a problemi sociali quali la violenza e la criminalità diffuse all’interno della nostra società.

Facciamo un esempio: se un maschio di origine svizzera dovesse picchiare la moglie, tenderemo a spiegare questo problema secondo cause psicologiche e sociali (eventuali problemi di violenza subita durante lo sviluppo, emarginazione sociale, abuso di sostanze, problemi psicologici specifici, ecc.). Se invece un maschio arabo di religione musulmana dovesse picchiare la moglie, ecco che all’interno della nostra rappresentazione sociale spiegheremo questo fenomeno quasi esclusivamente secondo cause culturali e religiose: lo fa perché è nella sua cultura. La “culturalizzazione dei problemi sociali” nasconde così le possibili cause psico-sociali della violenza, non permettendo così di analizzare (e risolvere) il problema nella sua complessità. Questo non significa beninteso che la cultura non possa avere un peso, dovrebbe però emergere solo come una delle possibili cause del problema.

Nella narrazione sociale dominante riguardante il nesso tra violenza e migrazione vi è inoltre la tendenza di dare più spazio, sui mass-media e all’interno del senso comune, alla violenza e alla criminalità di chi è “venuto da fuori”, occultando la violenza e la criminalità “interne alla nostra comunità”, creando una percezione distorta della realtà. Ad esempio, secondo i dati ufficiali riguardanti la violenza domestica in Svizzera, nel 2014 sono avvenuti all’interno di nuclei famigliari 23 omicidi (il 63.9% del totale di tutti gli omicidi in Svizzera), 39 tentativi di omicidio, 72 casi di lesioni corporali gravi, 1879 casi di lesioni corporali semplici, e questo principalmente all’interno delle “nostre famiglie”.

Si mostra qui il secondo processo in atto, la “logica del capro espiatorio”. Questa logica tende a nascondere la violenza interna alla nostra società, costruendo una narrazione dominante che coglie i problemi sociali innanzitutto in quanto “importati da fuori”, proiettando la colpa sugli altri, “su di loro”. L’essenziale è che la responsabilità del degrado e del conflitto sociale, della relativa violenza e criminalità sia innanzitutto “loro”, e mai in prima istanza “nostra”: “noi” in quanto paladini e difensori della non-violenza, del rispetto dell’uguaglianza e della dignità di ogni individuo; “loro” in quanto provenienti da una cultura subalterna perlopiù violenta, discriminatoria e irrispettosa dei diritti dell’uomo.

Negare questa logica non significa, beninteso, che “loro” siano meglio di “noi”, ma iniziare a comprendere e giudicare le persone e i problemi sociali in maniera equa, sempre che crediamo ancora che la giustizia debba essere uguale per tutti.
Ma si fa fatica ad accettare che il male sia innanzitutto interno, a sopportare la verità che gli abusanti, gli stupratori e i pedofili vivono principalmente nelle nostre famiglie, siano “uno di noi”. Ammetterlo significherebbe diventare consapevoli del fatto che il nostro sistema sociale è in sé problematico, criminale e violento, che non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che il sistema andrebbe cambiato.

Se il paradigma politico è però quello della conservazione dello status quo e della costruzione di muri che difendano la nostra tradizione, i nostri usi, costumi e valori supposti originari, e se non vi è nessuna apertura ad una visione di un futuro che possa essere migliore del qui e ora, allora agiranno i processi di “culturalizzazione dei problemi sociali” e della “logica del capro espiatorio” che criminalizzano il diverso, vedendo nello straniero la causa del problema, e mai nel sistema.

Questi processi tendono, in ultima istanza, a trasformare la violenza, i problemi e i conflitti sociali interni alla società in conflitti culturali e identitari tra “noi” e “loro”, permettendo a chi detiene o ambisce al potere di mantenerlo e/o conquistarlo, tramite iniziative quali l’espulsione dei criminali stranieri. Lo scopo ultimo, infatti, non è quello di risolvere la criminalità all’interno della nostra società, ma la costruzione e il mantenimento, grazie ad una rappresentazione falsificata della realtà, di un’egemonia politica e culturale.



sabato 9 gennaio 2016

Strategie del Terrore



(da laRegione dell'8 gennaio 2016) 





1. Incitare alla guerra

Nel documento programmatico “La gestione del caos”, scritto da Abu Bakr Naji, uno degli ideologi e degli intellettuali dell’ISIS, gli attacchi terroristici nel mondo occidentale sono (anche) pensati come un metodo per incitare i paesi occidentali a fare la guerra allo Stato Islamico.

Se decidono unicamente di intensificare i bombardamenti aerei, questo ha come conseguenza inevitabile un aumento sul terreno delle vittime civili. I cineasti dell’ISIS sono allora pronti a filmare i bambini che muoiono sotto le bombe occidentali, videoclip che, abilmente montati, saranno messi in rete per intensificare il risentimento nei confronti degli “usurpatori delle loro terre”.

Lo scopo ultimo, però, è quello di costringere i paesi occidentali a inviare delle truppe sul terreno, in modo da convincere la popolazione del Medio Oriente che ci troviamo all’interno di una guerra di civiltà, che gli occidentali non sono che dei “crociati”, degli “invasori”, degli “colonizzatori” a cui non si può che opporre una “resistenza armata di liberazione”.

Risposte a questa strategia, ad oggi: nessuna, se non l’aumento dei bombardamenti come mera prova di potenza che, in assenza di un obiettivo globale di ricostruzione del Medio Oriente, rischia di fomentare ancora di più l’odio nei confronti dell’Occidente.


2. Far costruire muri contro i rifugiati

In un comunicato emanato qualche giorno fa, l’ISIS informa che più di 4000 dei loro combattenti stanno arrivando in Europa mascherandosi da profughi.

Questa notizia è falsa. Praticamente la totalità delle persone che arrivano lo fanno per fuggire dalla guerra, dalla persecuzione dello Stato Islamico e della dittatura siriana. I nuovi adepti dell’ideologia islamo-fascista vengono infatti reclutati tra i giovani nati e cresciuti in Europa.

Ma la notizia serve a incutere paura e a provocare la costruzione di nuovi muri fisici, mentali, politici e sociali contro i profughi, innalzando così la conflittualità sociale e il risentimento nei confronti del vecchio continente.

L’Europa rischia così di mostrare il suo vero volto, come auspicato dall’ISIS: i tanto declamati diritti dell’uomo e i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà non sono che il privilegio di pochi, un’ideologia universale utile a mascherare etnocentrismo e neocolonialismo. Sarà molto più facile, allora, che i dannati della terra si rivolgano ad altre ideologie che promettono loro la liberazione su questa terra, e ancora di più in cielo.


3. Il conflitto sociale

Sempre nel documento programmatico “La gestione del caos”, gli attacchi terroristici nel mondo occidentale sono (anche) pensati come una strategia per frammentare e spezzare l’ordine sociale di un paese.

Il terrorismo, infatti, intensifica l’islamofobia, emarginando e discriminando ulteriormente i giovani musulmani che vivono in Europa o negli USA. Questo processo aumenta il terreno fertile per la propaganda dello Stato Islamico in vista del reclutamento di nuovi adepti.

Risposte a questa strategia, ad oggi: nessuna controstrategia che tenti di risolvere il problema dell’emarginazione sociale delle banlieue, ma unicamente la sospensione dello stato di diritto e la creazione di uno stato di polizia che reprime ulteriormente la devianza, fomentando ancora di più il conflitto sociale.


4. La guerra di civiltà

Al momento non ci troviamo (ancora?) all’interno di un conflitto di civiltà tra Islam e Cristianesimo, tra Oriente e Occidente, tra islamo-fascismo e liberal-democrazia.

La guerra in Medio Oriente è infatti innanzitutto, da un punto di vista culturale e religioso, una guerra interna al mondo musulmano, tra differenti interpretazioni dell’Islam, oltre che essere uno scontro tra volontà di potenza e molteplici interessi politici, economici e sociali.

Neppure il terrorismo in Europa è allo stato attuale un conflitto di civiltà: la cultura e il credo religioso della stragrande maggioranza dei musulmani europei non hanno nulla da spartire con il jihadismo fondamentalista.

Il Terrore aspira a trasformare questi diversi conflitti sociali, politici, economici e culturali in una guerra di civiltà, in una scelta, per i giovani musulmani in Medio Oriente e in Europa, tra “Noi” e “Loro”: o l’Islam o l’Occidente, o il “Regno di Dio” o la “Democrazia”.

Le parole e i simboli contano: più la società inizia a credere in queste visioni del mondo, più queste diventeranno delle rappresentazioni politiche e sociali che strutturano il nostro modo di pensare e percepire il mondo, trasformando la realtà. E così il conflitto rischia di diventare esclusivo: o di qua o di là, o con noi o con loro, e a ciascuno la sua scelta per chi valga la pena di imbracciare le armi.


5. L’ideologia dell’assoluto

Come sostengono molti scienziati sociali (tra i quali Olivier Roy e Jean-Loupe Amselle), vi sono due tipologie di giovani che aderiscono alla Jihad del terrore.

I primi sono i giovani che sono stati messi al bando dalla società, che all’interno dei loro ghetti vivono in una realtà parallela segnata dalla criminalità, dall’appartenenza a bande giovanili e dalla violenza diffusa. Stigmatizzati in quanto feccia, in assenza di futuro e di un possibile reintegro che dia loro un riconoscimento e un ruolo all’interno della società, diventano il primo terreno fertile per il reclutamento dei jihadisti.

I secondi sono i giovani delle classi medie, socializzati in questo caso non alla devianza ma alla normalità, di una normalità che vivono e percepiscono come sprovvista di valori forti, incapace di dare un senso ultimo e quindi un orientamento profondo alle loro esistenze. Il nichilismo contemporaneo come secondo terreno fertile per il reclutamento.

In un Occidente nel quale non vi è più speranza nella Salvezza e nell’Eternità, e nel quale è scomparsa la fede nelle grandi narrazioni che promettevano la liberazione al termine della Storia, nelle nostre società senza futuro né possibilità di riscatto sociale, la conversione all’Islamo-Fascismo rischia di essere l’unica possibilità di una rottura e una rivolta radicale, un’ideologia globale e antisistema in grado di ridare un nome e un senso all’assoluto.




giovedì 7 maggio 2015

Appunti morali X.: Droghe





(da laRegione del 2 maggio 2015) 




Perché non sono libero di farmi una canna quando, come e dove voglio? Fumare uno spinello che male arreca agli altri e alla società? Se la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri, potrei anche convenire che non è il caso di fumare in faccia a qualcuno che non desidera essere affumicato, così come non è del tutto opportuno mettermi alla guida quando sono un po’ fatto.

Ma al di là dei rischi legati alla pubblica sicurezza e dei disturbi che posso provocare a qualcun altro, perché lo stato deve vietare un gesto che a me provoca piacere, e mi deve dire come dovrei vivere, imponendomi ciò che crede una “vita buona e virtuosa”, vietandomi ciò che reputa invece una “vita cattiva e viziosa”? Ma perché non potrei essere libero talvolta anche di farmi un tiro di coca o di assaporare ad esempio i piaceri dell’oppio? Lo farei sporadicamente, facendo attenzione a non diventarne dipendente, in ogni caso vorrei essere io a prendermi le responsabilità per la mia vita.

Non tutto ciò che può (anche) far male alle persone viene sempre vietato, così come non tutto ciò che può (anche) far del bene alle persone è sempre permesso. Ad esempio, se io mangio giornalmente cibo spazzatura e pranzo regolarmente nei fast-food, sicuramente a lungo andare il mio corpo ne risentirà e non starò mica tanto bene, ma è questa una ragione sufficiente per vietare i cibi malsani? Anche il gioco d’azzardo può fare molto male, ma nonostante ciò le visite ai casinò, invece di venire vietate, vengono perlopiù promosse, ad esempio tramite la pubblicità. D’altra parte, sono oramai noti e scientificamente dimostrati gli effetti benefici della canapa, se consumata in dosi moderate e con modalità adatte, e quindi perché non sono libero di farmi ogni tanto una tisana alla marijuana contro la mia ansia, devo per forza mandar giù una Temesta?

I fautori della sicurezza e della salute pubblica sosteranno che probabilmente taluni, in caso di depenalizzazione, potrebbero fare anche un uso moderato e consapevole di certe sostanze, ma molti, probabilmente troppi, non sarebbero in grado di controllarsi, troppo alti sarebbero i rischi per la loro salute e per le loro vite, e per la “salute pubblica” nel suo complesso. Non tutti sono cittadini autonomi e responsabili, e per questo lo stato ci dice cosa (non) fare. Ma allora perché la canapa, la cocaina e gli oppiacei no, e il gioco d’azzardo, l’alcol e le sigarette sì?


Perché non vietare il tabacco? Libertà individuale e benessere pubblico.

Sappiamo tutti che fumare troppe sigarette fa male, così come abusare dell’alcol non fa sicuramente bene. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio federale della sanità pubblica, in Svizzera il tabacco è responsabile di circa 9000 decessi prematuri l’anno e il suo consumo pesa sull'economia nazionale svizzera con costi pari a circa 10 miliardi di franchi all'anno. L’alcol è invece responsabile di circa 1600 decessi all’anno e il suo consumo pesa sull'economia nazionale con costi pari a circa 4,2 miliardi di franchi all'anno. I decessi per consumo di droghe pesanti sarebbero invece solo poche centinaia all’anno. Ma allora perché, per il rispetto della coerenza dei principi e comparando gli effetti negativi delle varie sostanze, non si vieta del tutto anche il consumo di alcol e sigarette? O non si depenalizzano le droghe illegali?

Possiamo immaginare che molti, anche non fumatori, si opporrebbero al divieto assoluto di consumare tabacco. Riterrebbero questa norma lesiva della libertà individuale di poter fare con se stessi ciò che ci pare e piace, un’eccessiva intromissione dello stato negli affari privati dei suoi cittadini. Vada per il divieto nei luoghi pubblici perché si fa del male agli altri, ma nel privato non c’è la libertà talvolta anche di farsi del male?

Al di là del fatto che uno è (ancora) libero di diritto di potersi fumare una sigaretta, non si può però negare che lo stato e la società le provino tutte per farci passare la voglia del consumo. Il tabacco è sicuramente uno dei vizi oggi più stigmatizzati dalla società: brutte scritte e foto oscene sui pacchetti, divieto della pubblicità e costo elevato delle sigarette, fino all’indignazione pubblica di fronte a qualcuno che nonostante tutto osa ancora accendersi una sigaretta. La domanda allora, più psicologica che etica, sarà perché qualcuno, nonostante tutto, riesca a continuare in coscienza a fumare.

Per contrastare il consumo di sigarette poco si potrebbe ancora fare, se non tentare di vietarle del tutto. Questo divieto non potrebbe infatti essere giustificato, in nome della salute e del benessere pubblici, e per via dei costi umani, sociali ed economici di cui il tabacco è responsabile? Ma non si reputerebbe appunto questa legge eccessivamente “liberticida”? Inoltre, se si volesse portare il ragionamento utilitarista alle sue estreme conseguenze, invece di reprimere del tutto il consumo di tabacco basterebbe fare in modo che le tasse statali prelevate dal consumo di sigarette coprano i costi che questa droga causa alla società nel suo complesso, come (perlomeno in parte) già avviene.

Nelle varie politiche volte alla promozione della salute e della sicurezza vi è spesso, da un punto di vista etico, un conflitto tra opposti principi: la libertà individuale da un lato e la sicurezza e il benessere collettivo dall’altro. Fino a che punto siamo disposti a reprimere la libertà individuale in nome della sicurezza e della salute pubblica, e fino a che punto siamo disposti invece a tollerare la libertà individuale a scapito del benessere sociale? All’interno di una società democratica questo conflitto non può che essere mediato all’interno di un dibattito pubblico.

Si prenda l’esempio delle norme stradali: più diminuiamo la velocità massima sulle nostre strade, più riusciamo a diminuire, come oramai è dimostrato, i rischi di incidenti stradali. Ma saremmo veramente disposti in nome della sicurezza pubblica a diminuire la velocità a 100 km/h sulle autostrade o a 60 km/h sulle strade cantonali? D’altra parte, chi vuole aumentare la velocità massima a 140 km/h sulle nostre autostrade dovrebbe perlomeno assumersi la responsabilità delle conseguenze: l’aumento dei “danni umani e sociali”, i costi della libertà individuale. L’obbligo delle cinture di sicurezza, infine, è un ulteriore esempio di uno stato che non si preoccupa e si prenda cura solo dei danni che possiamo fare agli altri, ma anche a noi stessi, anche perché il male che arrechiamo a noi stessi ha poi sempre anche delle conseguenze negative, dirette o indirette, per gli altri.


Perché non prendersela con l’alcol? Droghe e culture.

Visti i costi in termini di vite umane, ma anche sociali e economici, causati dall’alcol, perché il consumo di questa sostanza non viene maggiormente stigmatizzato come avviene per il tabacco? Non sarebbe opportuno ad esempio scrivere sulle bottiglie di vino e birra che l’alcol può far male, vietarne del tutto la pubblicità e aumentare considerevolmente le tasse statali sugli acquisti di prodotti alcolici? Non sarebbe pure auspicabile, come per le sigarette, stigmatizzarne l’abuso, ad esempio di fronte a feste popolari dove cittadini adulti e normali si concedono pubblicamente al vizio, rendendolo socialmente accettabile?

Probabilmente la ragione sostanziale della forte tolleranza nei confronti dell’alcol è che è parte integrante della nostra cultura, di usi radicati nel tempo, costumi che non siamo disposti ad intaccare. La ragione non è il piacere, quindi, che l’alcol può dare. Il piacere lo possono dare anche la sigaretta, la canna o la coca. È il riconoscimento sociale che rende una determinata droga un vizio pubblico ben tollerato e accettato, a scapito dei suoi costi umani e sociali.

Ogni cultura accetta determinate droghe mentre ne ripudia altre. Certe società se la prendono con l’alcol, altre invece approvano tranquillamente l’uso di cocaina o di allucinogeni. La questione essenziale, quindi, non è quella di giudicare positivamente o negativamente una determinata droga in se stessa, per i suoi effetti benefici o malefici sul singolo individuo. Si tratta invece di giustificare razionalmente le scelte pubbliche nei confronti delle singole sostanze. Se i nostri principi fondamentali sono la libertà individuale da un lato e il benessere e la sicurezza sociale dall’altro, è meglio proibire o depenalizzare il consumo?


Conseguenze della depenalizzazione

Ammesso e non concesso che non siamo disposti a proibire del tutto l’alcol e il tabacco, si pone infine la questione del perché le altre droghe debbano rimanere illegali. Se ragioniamo unicamente a partire dal principio della libertà e della responsabilità individuale, se rifiutiamo l’idea di uno “stato etico” che ci vuole imporre cosa (non) fare, e la nostra massima ultima rimane “la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri”, allora diventa molto difficile giustificare razionalmente il divieto di tutte le droghe oggi illegali.

D’altra parte, saremmo veramente disposti da subito a depenalizzare tutte le sostanze il cui uso oggi è reato? Cosa succederebbe se da domani potessimo consumare liberamente canapa, cocaina e oppiacei vari? La prima risposta razionale dovrebbe essere, al di là del timore irrazionale di questo “salto nel vuoto”, che non lo sappiamo con certezza. Ma anche se non lo sappiamo, non possiamo non provare a immaginare e calcolare le conseguenze positive e negative, in termini di piacere e dispiacere, di benessere collettivo e di sicurezza pubblica, i costi e i benefici umani, sociali ed economici della depenalizzazione.

Per le droghe pesanti le conseguenze sono probabilmente più difficili da calcolare. Per la canapa, invece, è più facile, perché è oramai diventata parte integrante della nostra cultura e, nonostante il proibizionismo, il suo consumo continua ad aumentare. Oramai sappiamo che anche la canapa può far male, il suo utilizzo regolare che trasforma l’uso in abuso può ripercuotersi negativamente sullo sviluppo psichico, fisico e sociale, in particolare nei giovani, ma non solo. D’altra parte, anche gli “abusi legali” di certe sostanze e di certe pratiche possono fare molto male. Inoltre, nei paesi dove è stata depenalizzata non si è assistito ad un aumento del consumo.

Infine, la depenalizzazione permetterebbe: di controllarne maggiormente la qualità, l’uso e il consumo, di contrastare il business della criminalità organizzata, di allontanare i consumatori dagli spacciatori, di imporre una tassa statale sull’acquisto, di lanciare delle campagne di prevenzione dei problemi di salute legati all’abuso. Ciò che proibito rischia spesso di fare più male, proprio perché è illegale. Che un giorno anche sui pacchetti di marijuana ci sarà scritto che il suo consumo può far male?



domenica 18 gennaio 2015

Appunti morali IX.: Parigi, gennaio 2015



(da laRegione del 18 gennaio 2015, Illustrazione di Sighanda)


Gli atti di terrore che hanno sconvolto Parigi non hanno solo ferito e ucciso, hanno anche colpito un simbolo, la Parigi laica e repubblicana della Rivoluzione francese, espressione dei principi che starebbero a fondamento delle nostre democrazie: libertà, uguaglianza e fratellanza (o, come si preferisce dire oggi, “solidarietà”).

Ma fino a che punto, all’interno delle nostre odierne società democratiche, questi principi vengono rispettati e fino a che punto vengono applicati con rigore e coerenza? La libertà di espressione è veramente garantita a ognuno? L’uguaglianza, intesa come “pari opportunità liberale”, è veramente concessa a tutti i cittadini? E la solidarietà e la giustizia sono tali di fronte ad ogni persona in quanto “essere umano”?

Coscienti del fatto che non sempre è facile, per non dire impossibile, esprimere e applicare integralmente questi ideali nella realtà, crediamo che le nostre “società democratiche” vadano difese anche e innanzitutto criticandone le contraddizioni e le incongruenze interne. Solo così si potranno rafforzare la coesione civile e l’integrazione sociale contro chi intende esacerbare il conflitto tra culture. Solo così i principi democratici potranno continuare a sopravvivere e non saranno sacrificati sull’altare di una supposta “guerra di civiltà” o della “guerra al terrore”. Solo così risponderemo con la forza dei nostri ideali, piuttosto che con la loro abdicazione e con la mera repressione, a coloro che intendono distruggerli.


La Libertà (di espressione, di opinione, di culto, di credenza…)

Oggi (quasi) tutti difendono e rivendicano il diritto alla libertà di espressione. Ma la libertà di espressione è in sé, come ogni libertà, problematica. Quando intendiamo rivendicarla bisognerebbe ricordarsi che ci si muove innanzitutto all’interno di un “conflitto etico”: da un lato la possibilità di poter dire ciò che ci pare e piace, e dall’altro il rispetto dell’altra persona e il rischio di poterla ferire con le nostre parole.

Ciò non significa beninteso giustificare in alcun modo il ricorso alla violenza fisica e all’assassinio nei confronti di chi avrebbe “offeso la sensibilità di qualcuno”, anzi. Le nostre società democratiche sono infatti in prima istanza fondate proprio sull’estromissione dalla convivenza civile di qualsiasi forma di violenza fisica. Ed è proprio per questo che è importante innanzitutto rivendicare il diritto alla libertà di parola: affinché le divergenze di opinione e i conflitti tra credenze non vengano espressi “fisicamente”, ma “verbalmente”, affrontati e mediati “a parole” all’interno dello “spazio democratico”.

In concreto, le vignette su Maometto di “Charlie Hebdo” hanno sicuramente urtato la sensibilità e “fatto del male” a delle persone di fede musulmana. Ciò non significa però ricorrere d’ora in poi alla censura o all’autocensura per la paura delle conseguenze della libertà di parola. Ma d’altra parte chi si è sentito offeso ha tutto il diritto, anzi il dovere, di esprimere il suo disappunto e la sua indignazione, anche lui “a parole”, affinché il conflitto venga “espresso culturalmente” e “mediato democraticamente” all’interno dei nostri “spazi pubblici”.

Nella rivendicazione del diritto alla libertà di parola, infine, affinché sia un diritto garantito a tutti in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini, e non un “privilegio” di una “maggioranza” a scapito di una “minoranza”, si richiede coerenza, coerenza che non sempre viene rispettata.

Primo esempio: la censura ad inizio 2014 da parte dello Stato francese (con un atto del potere esecutivo) del comico Dieudonné e dei suoi spettacoli. Ora, bisognerà pur “spiegare al Popolo” perché un comico che nei suoi spettacoli critica e attacca non solo l’Ebraismo, ma anche l’Islam e il Cristianesimo, venga censurato per motivi di “antisemitismo” e di “ordine pubblico”, mentre i vignettisti di “Charlie Hebdo” sono (giustamente) diventati dei paladini della libertà di espressione. Dieudonné viene visto da molti “ragazzi delle banlieue” come “uno di loro”. Le critiche e le offese all’Ebraismo e agli ebrei giustificano forse la censura mentre quelle all’Islam e ai musulmani un po’ meno?

Secondo esempio: la libertà di espressione, in particolare di credenza, viene fortemente limitata in Francia in nome dei “valori dello Stato laico e repubblicano”. È infatti vietato indossare qualsiasi indumento religioso all’interno della aule scolastiche pubbliche (“veli islamici”, ma anche “croci cristiane”, “kippah ebraiche”, ecc.). Le religioni possono così venire “pubblicamente” criticate e derise nei media, ma il singolo cittadino non è libero di esprimere “pubblicamente” la sua personale credenza. Lo Stato impone così all’individuo la sua cultura dominante, mentre lo spazio pubblico democratico, quale ad esempio un’aula scolastica, non può diventare un luogo di espressione, confronto e mediazione delle parole e delle credenze dei cittadini che ne fanno parte.

Terzo esempio: il divieto di costruire minareti in Svizzera è lesivo della libertà di espressione e di culto di una minoranza di cittadini che abitano sul nostro territorio. Questo divieto è ovviamente discriminatorio, non ha alcuna efficacia nel contrastare l’islamismo radicale e serve solo a far sentire i nostri concittadini musulmani meno integrati nella nostra società.

Quarto esempio: il divieto di “dissimulare il volto nei luoghi pubblici” nel Canton Ticino. A differenza del “divieto di costruire minareti”, questa legge, un tentativo maldestro e inefficace di rispondere ad una supposta “invasione di islamisti radicali”, ha come conseguenza la limitazione delle libertà individuali di tutti i cittadini, un’ulteriore vittoria dei nemici della libertà.


L’Uguaglianza (di diritti, di pari opportunità, di integrazione…)

L’uguaglianza non deve essere solo uguaglianza delle libertà individuali, ma anche uguaglianza delle opportunità, in quanto diritto alle pari opportunità per ognuno. Nessuno può essere discriminato in Svizzera, come recita la nostra Costituzione, “a causa dell’origine, della razza, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose…”. Garantire pari opportunità a tutte le persone che vivono all’interno di una società è la condizione indispensabile per costruire una pacifica convivenza civile e promuovere un’autentica integrazione sociale e culturale.

Non c’è nulla di peggio, quindi, e di più pericoloso oggi, che suddividere le nostre società tra un “Noi” (occidentali?, moderni?, liberali?, cristiani?,…) e un “Loro” (orientali?, medievali?, illiberali?, musulmani?,…). E questo non per “buonismo”, ma perché l’integrazione che passa attraverso le pari opportunità per tutti è la migliore arma, per non dire l’unica a titolo preventivo, per far sentire tutte le persone che abitano all’interno delle nostre società parte della nostra civiltà e contrastare potenziali conflitti e violenze sociali.

Solo così infatti i valori che tanto rivendichiamo non saranno solo i “nostri” di valori, ma potranno diventare anche i “loro”. Ciò significa tollerare e ascoltare la libertà di espressione, rispettare e promuovere i diritti e le pari opportunità anche delle persone di fede e origine musulmana. Ma significa anche non tollerare e contrastare quelle espressioni culturali che negano la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini, quale il fondamentalismo islamico, ma non solo.

Questo processo democratico, che deve saper promuovere un’autentica integrazione sociale e una pacifica convivenza tra persone di culture diverse, incontra oggi due ostacoli, opposti all’interno della nostra società e proprio per questo complementari, ostacoli che invece di aiutare a risolvere il conflitto e la disintegrazione sociale lo alimentano: la deriva xenofoba e antimusulmana da parte del populismo di destra, e la possibile tolleranza all’interno delle comunità musulmane del fondamentalismo che giustifica il terrorismo.

Chi alimenta oggi i pregiudizi antimusulmani e l’islamofobia non fa altro che esacerbare la “violenza sociale”, rendendosi responsabile della marginalizzazione e della discriminazione delle persone di origine musulmana. Una mano tesa a tutti i predicatori fondamentalisti che proprio nell’emarginazione dei giovani musulmani trovano il terreno fertile per trovare dei nuovi adepti. Per questi giovani ideali quali libertà e uguaglianza rischieranno di essere visti e vissuti come delle mere illusioni, o peggio, come delle conclamate menzogne, e sarà quindi più facile che si rivolgeranno altrove.

D’altra parte, mai come dopo le stragi di Parigi bisogna chiedere e instaurare con le comunità musulmane un’efficace collaborazione per sradicare qualsiasi apertura e convivenza da parte di qualcuno dei loro membri nei confronti dell’islamismo fondamentalista. Lo sappiamo, per la stragrande maggioranza dei musulmani gli atti terroristici non hanno nulla a che fare con la loro religione, sono anzi contrari all’insegnamento del “Profeta”. Ciò non toglie, però, che altri musulmani invece interpretino questo insegnamento come un’incitazione alla violenza e al terrorismo, come un invito ad una “guerra giusta”. Il lavoro, quindi, va fatto con e all’interno delle comunità musulmane.


La Solidarietà (la giustizia globale…)

Infine, non possiamo dimenticare che tutto ciò che avviene all’interno di un mondo globalizzato solleva anche in Europa delle “domande di giustizia” e ha oggi un’influenza diretta sulle “rappresentazioni del mondo” di chi abita all’interno delle nostre società.

Non si può più credere che ciò che accade in Siria, Iraq o Palestina non abbia valore e significato anche all’interno delle nostre realtà locali. Questo perché ad esempio uno può sentirsi terribilmente vicino ai bambini palestinesi uccisi a Gaza osservando e commentando le immagini dei loro corpi martoriati sullo schermo di casa sua. Ma anche perché non si possono più negare le responsabilità politiche, sociali ed etiche dell’Occidente “liberale” e “democratico” di fronte alle tragedie che avvengono nel resto del mondo.

Oggi non è più possibile invocare il rispetto dei principi di giustizia, libertà, uguaglianza e solidarietà solo per e all’interno dei nostri Stati-Nazione. Bisogna promuoverne e sostenerne con coerenza l’attuazione anche all’interno della “Comunità Mondiale”. Questo non significa che l’Occidente sia l’unico responsabile delle tragedie del mondo, ma significa accettare che ne siamo in ogni caso co-responsabili insieme agli altri cittadini del mondo.

È quasi inutile ricordare come il nuovo terrorismo rappresentato dall’Isis sia stato (anche) reso possibile dai tragici errori e dall’ingiustizia della guerra all’Iraq e della sua “ricostruzione mancata”. Che immagine diamo inoltre al mondo e ai suoi “giovani che cercano giustizia” quando alle parole del leader palestinese Abu Mazen, un “arabo-musulmano moderato” disposto al dialogo e contrario a ogni forma di violenza, non si fa che rispondere con l’occupazione, la colonizzazione e l’uccisione della Palestina? E dove risiede il rispetto dei nostri principi “civili” e “democratici” quando uccidere con delle armi da fuoco Osama bin Laden significa che “giustizia è stata fatta”, e quando ancora oggi qualcuno crede che la tortura e la pena di morte siano giustificati all’interno di una “guerra per la civiltà e la democrazia”?



lunedì 22 dicembre 2014

Appunti morali VIII.: Natale multiculturale



(da laRegione del 20 dicembre 2014)


Come vivere e festeggiare il Natale in una società sempre più multiculturale? 

Indipendentemente da come uno sceglie di celebrarlo nella spazio intimo e privato di casa propria, dove ognuno è libero di fare ciò che vuole, la questione si pone all’interno dei nostri “spazi pubblici”: scuole, piazze e altri “edifici statali”. Per questi spazi si solleva infatti il problema del senso e del valore che una società vuole dare ai simboli della sua cultura. Vale anche per il Natale, ammesso e non concesso che sia un simbolo importante per la nostra società, e non unicamente una “questione privata”.

Perché il Natale rimane la festa più “celebrata” dalla nostra società, più del 1. Agosto, del Carnevale e della Pasqua? Per le nostre “radici cristiane” o per “Babbo Natale”? O non si mischiano e si integrano, forse, all’interno del “Simbolo del Natale”, molteplici influenze, significati e valori storico-culturali propri della nostra cultura, quali la “Natività”, la “Famiglia” e, non da ultimo, il “Consumismo”? A quali di questi “valori” dare quindi la priorità? E come festeggiarlo, di conseguenza, nei nostri “spazi pubblici”, all’interno dei quali si incontrano e convivono sempre più persone di altre religioni e di altre culture, ma anche, occorre dirlo, persone laiche, magari pure atee, per le quali la “Natività” ha un valore sempre più relativo?


“Costruire o non costruire il presepe all’asilo?”

Riflettiamo a partire dal seguente caso pratico: “in una scuola dell’infanzia comunale ticinese convivono bambine e bambini di varie culture e religioni: cristiani cattolici, cristiani protestanti, cristiani ortodossi, ebrei, musulmani sunniti e musulmani sciiti. Ci sono però anche molti bambini di famiglie non credenti, taluni neppure battezzati.

Che fare? Ha senso ed è il caso di costruire un presepe insieme ai bambini per celebrare la Natività? È opportuno nei confronti dei bambini delle altre religioni, per le quali Gesù è semmai un “profeta”, per non dire un “falso messia”, ma sicuramente non il “figlio di Dio”? Ma non sarebbe il caso, a questo punto, per parità di trattamento, di dare spazio anche alla celebrazione di riti musulmani ed ebraici? E nei confronti dei bambini non credenti, infine, è proprio opportuno che una scuola pubblica e laica trasmetta dei simboli e dei valori religiosi? Non sarebbe il caso di parlare solo di “Babbo Natale”?”.

Anche il “Natale” solleva la questione della “integrazione”, e ogni volta che discutiamo di “integrazione degli stranieri” nella nostra società, si pone innanzitutto una domanda: quali sono i valori che dovrebbero stare a fondamento della nostra società, che sia gli immigrati che gli “autoctoni” dovrebbero fare propri e rispetto ai quali dovrebbero “integrarsi”? Sono i valori della nostra tradizione “giudaico-cristiana”? Oppure sono i valori dell’altra fondamentale tradizione della nostra cultura, cioè quelli dell’Illuminismo, della laicità, della libertà di espressione e di religione, e dell’uguaglianza-parità di trattamento per tutti i cittadini?

È giusto difendere i simboli e i valori della nostra “cultura cristiana”, quando la maggioranza della popolazione autoctona risulta sempre più “laica”, per non dire “atea”, cristiana più di nome che non di fatto? Visto che le chiese sono sempre più vuote, mentre le “nuove cattedrali della cultura contemporanea”, i “Centri commerciali”, sono sempre più piene, non sarebbe il caso di espellere i simboli religiosi dagli spazi pubblici, e accontentarci del Babbo Natale promosso dalla tradizione imperante, quella dei valori del “Consumo” e dei simboli quali la “Coca Cola”?
In ogni caso, di fronte al problema se costruire o meno il presepe all’asilo, possono esserci tre posizioni che tendono ad escludersi a vicenda.


Posizione 1: “Costruiamo solo il presepe, in quanto simbolo unico della nostra cultura”.

Per questa prima posizione, decidiamo di costruire il presepe all’asilo perché crediamo sia un simbolo essenziale per la nostra cultura. Reputiamo opportuno che la nostra società trasmetta quei valori religiosi che vogliamo stiano a fondamento della nostra storia e del nostro stare insieme. I bambini e le famiglie di altre religioni dovranno adeguarsi, essendo venuti a vivere in una società di tradizione cristiana. I loro riti, le loro usanze e i loro simboli culturali-religiosi possono continuare a viverli, se proprio desiderano, a casa loro, nel privato. Negli spazi pubblici decidiamo invece di celebrare le “radici cristiane della Svizzera (e dell’Europa)”.

Rispetto a questa prima posizione si pone però il problema della laicità dello stato: non è la nostra scuola una scuola laica, quale ad esempio quella ticinese di ascendenza “liberal-radicale,” che non dovrebbe trasmettere simboli e valori religiosi? Per coerenza, se costruiamo il presepe non sarebbe a questo punto anche il caso di reintrodurre i crocifissi nelle aule scolastiche? Ma se io sono un laico convinto, agnostico per non dire ateo, non ho il diritto di rivendicare che ai miei figli, da parte della scuola pubblica, non venga impartita alcuna educazione religiosa contro la mia volontà, ma venga piuttosto rispettata e promossa la libertà di culto e di pensiero?


Posizione 2: “Essendo lo stato laico, non costruiamo alcun presepe”.

Per questa seconda posizione, la scuola e lo stato devono rimanere laici e non trasmettere valori né simboli religiosi. La libertà di culto è garantita nel privato, dove ognuno può credere in ciò che gli pare e piace, mentre all’interno degli spazi pubblici deve valere innanzitutto il principio della neutralità dello stato di fronte alle questioni religiose. Non costruiremo quindi presepi né appenderemo crocifissi, e per parità di trattamento non daremo ovviamente neppure spazio ad altre espressioni culturali-religiose.

Per questa seconda posizione si pone però il problema se far comunque “entrare il Natale” nei nostri spazi pubblici, e se sì, come. Potremmo infatti decidere di “svuotare” completamente i nostri asili e le nostre scuole di qualsiasi simbolo che rimandi al Natale, dal Presepe passando per l’Albero, Babbo Natale incluso. Ma non sarebbe questo un eccessivo impoverimento, uno spogliare i nostri spazi pubblici dei simboli di un evento che in ogni caso è importante per la società? E non ha la scuola anche il compito, al suo interno, pur rimanendo neutrale e laica, di dare spazio, far incontrare e di mediare le varie espressioni culturali che provengono dalla società?

L’altra opzione per i sostenitori di questa seconda opzione potrebbe essere quella di dare spazio solo ai “simboli laici” del Natale, “svuotando” quindi l’evento “solo” dei suoi “simboli religiosi”. Non sarebbe infatti “Babbo Natale” un simbolo che può accomunare tutti, indipendentemente dal proprio “credo privato”? Ma la laicità e la neutralità dello stato e della scuola devono essere tali solo di fronte ai simboli religiosi? Non dovrebbe esserlo anche di fronte ad altre “ideologie” ed altre “religioni senza Dio”, quali il “Consumismo”? Nella cultura imperante dell’ “Homo Oeconomicus” siamo tutti uguali, cristiani, musulmani, ebrei, agnostici e atei. Siamo tutti consumatori di fronte al Simbolo contemporaneo per antonomasia che è la “Merce”, la cui celebrazione tocca anch’essa il suo apice nel “Rito del Consumo” che il Natale è diventato. Siamo veramente disposti come società a lasciar spazio solo a questa forma di “religiosità”, perlopiù dominante all’interno della nostra cultura? O nel “Natale” vi è dell’altro?


Posizione 3: “Costruiamo il presepe, e diamo spazio ad altri simboli culturali-religiosi”.

Rimane una terza posizione: quella di uno stato che si vuole sì “aconfessionale”, che però lascia spazio al suo interno, nei suoi luoghi pubblici, ai vari simboli culturali e religiosi presenti nella società. Lo stato può diventare così, proprio in quanto laico, neutrale e, non da ultimo, “democratico”, quel luogo di incontro, dialogo e confronto delle molteplici “forme di vita e di espressione” dei suoi cittadini.

Ci si può così confrontare con i molteplici simboli che il “Natale” rappresenta costruendo, volendo, anche un presepe. Questo non perché la scuola debba essere espressione delle “radici giudaico-cristiane” della nostra cultura, ma perché dà spazio, al suo interno, a ciò che può aver valore per una parte dei suoi membri. Il presepe potrebbe così diventare anche un’occasione di dialogo e di scambio con chi non ne condivide i simboli e i valori.

D’altra parte, in nome della parità di trattamento e della possibilità di espressione di tutti i “cittadini”, si potrà discutere e comprendere che non per tutti i cristiani il Natale cade il 25 dicembre. Ma non solo: si potrà anche dare spazio all’ascolto e alla narrazione di quegli “altri eventi” appartenenti alle altre tradizioni culturali e/o religiose presenti in classe, quali ad esempio il “Ramadan” o la “Pasqua ebraica”, a partire dal presupposto laico e liberale che per taluni Gesù non è il figlio di Dio, così come per altri Dio neppure esiste.

Lo spazio pubblico non sarà così “svuotato” e “spogliato” dei simboli e dei valori che vivono e agiscono all’interno della società, ma non sarà neppure il “luogo” dell’imposizione alle minoranze, e ai singoli cittadini tout court, di determinati simboli e valori reputati dominanti da parte di chi detiene il potere. Lo spazio pubblico potrà invece diventare un vero e proprio “spazio di mediazione interculturale”, occasione di incontro, scambio e confronto, ma anche di stimolo alla “riflessione critica”, in nome della “cittadinanza attiva” dei suoi membri.


P.S.: La terza posizione è ovviamente in contrasto con quanto avviene ad esempio nelle scuole pubbliche francesi, dove non vi è solo il divieto per le scuole di appendere crocifissi o costruire presepi, ma vi è pure l’obbligo per gli alunni di “levare dai propri corpi”, quando entrano in classe, qualsiasi “simbolo religioso” (una vera e propria estremizzazione della seconda posizione).

Ricordiamo inoltre pure il recente caso di un’allieva di St. Margrethen (SG), alla quale la scuola aveva imposto di levare l’hijab (il “velo islamico”) in classe. L’allieva, in seguito ad un ricorso presentato dalla sua famiglia al Tribunale amministrativo cantonale, in nome della libertà di credo e di coscienza può di nuovo indossare il suo hijab.

In uno stato laico e repubblicano, che non vuole confrontarsi con la differenza culturale e religiosa, gli spazi pubblici rischiano di venire “spogliati” della molteplicità dei simboli e dei valori che vivono all’interno della società, facendo così agire solo la “cultura dominante”, con i suoi simboli quali “Nike” e “Abercrombie” bene in vista, e i suoi relativi “valori”.