lunedì 2 giugno 2014

Cittadinanza e nuova ragione del mondo




(estratti da “Rivista per le Medical Humanities”, gennaio-aprile 2014, http://www.rivista-rmh.ch/rivista.php )








Prologo: trasformazioni della cittadinanza

L’ipotesi è che la cittadinanza, intesa come possibilità di partecipazione e integrazione delle persone nella vita sociale, culturale e politica di una società in una determinata epoca storica, abbia subito negli ultimi decenni delle profonde trasformazioni[1].

La vittoria della “nuova ragione del mondo”[2], quella della globalizzazione tecno-capitalista, dell’egemonia del pensiero neoliberale oggi dominante, ha modificato gli assetti economici, culturali e politici che costruiscono le modalità dello “stare insieme” all’interno delle società contemporanee. Vengono così trasformati anche il senso e il significato della cittadinanza, di cosa una persona debba fare e chi debba essere per poter partecipare ed essere integrata nel “gioco sociale” preposto a costruire il nostro attuale “bene comune”. In parallelo, anche le svariate forme di “assenza di cittadinanza”, intesa come esclusione economica, sociale, politica e culturale, assumono una forma nuova, caratterizzata dall’impossibilità di avere accesso gioco, dal venire rifiutati e messi al bando secondo inedite modalità di marginalizzazione della devianza.

Uno degli assunti di base nell’analisi della “nuova ragione del mondo” tecno-capitalista è che la trasformazione in atto non è unicamente “economica”. Non assistiamo semplicemente al trionfo del libero mercato globale e del “laissez-faire” liberista contro lo stato moderno e la sua politica incapace di governarne il processo. La “nuova ragione del mondo”, per funzionare, ha messo in atto nuove tecniche di governo del mondo, della società e delle persone che lo abitano. La trasformazione è quindi anche “politica”, con nuove modalità di gestione e di amministrazione della “cosa pubblica” e del “bene comune”, ad esempio in vista della massimizzazione dell’”utile collettivo” pensato a partire dalla produzione individuale di ricchezza; “sociale”, con nuove modalità dello “stare insieme”, ad esempio la competizione e la concorrenza tra persone come modalità fondamentali della vita in comune e della nostra relazione con gli altri; “antropologica”, con nuove modalità di costruzione ed educazione delle soggettività, ad esempio l’essere liberi cittadini-consumatori, imprenditori di se stessi, condizione indispensabile per diventare qualcuno e poter essere felici.


La cittadinanza nell’epoca delle società della produzione

Prima dell’epoca odierna, della globalizzazione neoliberale tecno-capitalista, nella quale la cittadinanza è data dal “consumo” e dalla capacità (o incapacità) di essere imprenditori di se stessi, vi è stata l’epoca delle società della produzione, giunte al loro apogeo nel ventesimo secolo, caratterizzata dal sistema di produzione fordista e dal compromesso “socialdemocratico keynesiano”[3].

[…]


I cittadini-consumatori, liberi imprenditori di se stessi.

[…]

Contemporaneamente, la nuova “ragione del mondo” neoliberale si impone come nuovo modello economico, sociale, politico e morale di governo della società e dei suoi membri, modificando così anche il senso della cittadinanza e le modalità d’accesso al corpo sociale. Tramontate le ultime “ideologie totalitarie” del Novecento, la globalizzazione tecno-capitalista si propone come termine ultimo della Storia[4]. Una volta che tutto il mondo sarà connesso in un unico libero mercato, vi è la possibilità di concretizzare l’utopia di una società globale di liberi cittadini-consumatori, imprenditori e “manager” di se stessi[5]. 

Questa società permetterebbe ad ognuno la realizzazione dei propri unici e individuali desideri di felicità, trasformando ogni cosa (e ogni persona) in merce, in occasione di consumo e di godimento, nella continua ricerca del piacere nel qui e ora che la vita sarebbe diventata[6]. Ma anche per chi non volesse credere nell’utopia, la nuova “ragione del mondo” si impone, più “realisticamente”, come il miglior modo, l’unico, di gestione e di amministrazione delle società. Le alternative non possono che essere peggiori, reazionarie e totalitarie, in ogni caso lesive delle libertà dell’individuo e delle sue possibilità di “farsi una propria vita”.

Il libero mercato diventa così la condizione indispensabile per l’esercizio della propria libertà individuale, per l’espressione e la realizzazione dei propri desideri e di se stessi, di un’identità individuale che non si vuole più “imposta” come all’epoca delle società della produzione, ma che ognuno può “liberamente” costruirsi. Libera scelta del mestiere, della formazione, dell’identità sessuale, del partner, del ruolo famigliare, di come nascere e di come morire. Le scelte di vita, e con esse la propria identità da progettare e costruire, si possono e si debbono continuamente modificare quando non sono più occasioni di godimento, di “qualità di vita”, e quindi, pare, di felicità.

La cittadinanza pare così “emanciparsi” dalle imposizioni identitarie dell’epoca delle società della produzione, dal suo essere stata dovere di partecipazione all’ideale morale dello stato-nazione (dover essere bravi padri-lavoratori-cittadini dello stato), ideale per il quale si produceva, si lavorava e si era qualcuno. La “nuova cittadinanza” è data dalla partecipazione al nuovo ideale morale, il libero mercato, nel suo poter essere occasione di produzione di ricchezza, di utilità e felicità per tutti, o piuttosto per chi riesce a stare al passo coi tempi ed è in grado di giocare al nuovo gioco sociale[7]. La libertà è quella di poter scegliere cosa consumare e cosa diventare, la responsabilità quella di scegliere i prodotti e costruirci le identità che ci danno più piacere e felicità, il nuovo imperativo morale ci intima: “Consuma e godi!”. Non che la “produzione” scompaia dalla società, ma non è più il lavoro il fulcro che garantisce la partecipazione e l’integrazione sociale, ma il “potere d’acquisto” come possibilità di consumo, di godimento e di costruzione della propria vita. Nella finanziarizzazione dell’economia, ciò che ha valore è il capitale, non il lavoro[8]. “The Wolf of Wall Street”[9].

In questo nuovo processo di integrazione e di esclusione sociale, ogni “cittadino” deve diventare un manager, un imprenditore di se stesso all’interno delle molteplici possibilità di stili di vita e scelte identitarie che gli vengono offerte dal mercato, stili di vita che è costretto a scegliere, sempre che abbia abbastanza potere d’acquisto (=“potere di cittadinanza”)[10]. Il “bene comune” non è più lo stato e la sua democratica gestione della “cosa pubblica”, essendo il mercato, per il neoliberalismo, il nuovo “bene comune”. Al “centro del villaggio” non vi è più la Chiesa, come nelle società premoderne, ma neppure la Piazza del Municipio, vi è il Centro Commerciale. Si può non più credere in Dio, si può anche decidere di non più votare, ma non si può non consumare.

Non che i governi e gli stati scompaiano, ma cambiano le loro finalità: la loro ragion d’essere diventa quella di permettere, tramite una corretta regolamentazione politica e legale, al mercato di poter sviluppare la sua supposta virtù di produzione di benessere comune[11]. Così come non scompare la società[12], ma si modificano le modalità e le finalità dello stare insieme: gli altri diventando da un lato le persone con le quali entrare in relazione per poter godere di se stessi e potersi costruire la propria vita, dall’altro gli altri diventano i miei concorrenti, coloro con i quali entro in competizione per poter diventare qualcuno e, pare, poter essere sempre migliore[13]. La persona diventa così un cliente a cui posso offrire delle prestazioni, e capitale umano, relazionale e affettivo delle cui prestazioni io stesso posso usufruire. In questo “reality show” basato su competizione e concorrenza, solo i migliori dovrebbero vincere e il merito venire valorizzato. Si allunga però sempre di più anche la lista degli scartati, degli inadatti alla sopravvivenza che non sono stati abbastanza bravi a giocare.


La cittadinanza negata nelle società dei rifiuti

Chi non raggiunge gli scopi richiesti dalle regole sociali stabilite dalla nuova “ragione del mondo” rischia di venire riconosciuto (e di riconoscersi) come un perdente, uno scarto, un rifiuto della società[14]. Non sarebbe all’altezza della morale vigente e non è in grado di adeguarsi a un sistema che gli darebbe tutte le possibilità per diventare qualcuno. Oppure, non essendoci alternativa e non essendoci abbastanza spazio per tutti, chi non ce la fa non ha saputo giocare bene le sue carte. Alle persone sempre più ai margini della società, che rischiano di essere estromesse dal gioco sociale, non rimane che la lotta, la competizione per accaparrarsi i pochi beni di cui possono ancora usufruire (un lavoro, una casa, una prestazione sociale,…). La guerra tra poveri è un efficace e fondamentale modello di gestione delle popolazioni all’interno delle odierne società neoliberali.

[…]


Epilogo: l’amministrazione dei “senza-cittadinanza”

[…]

I problemi, le emergenze, le crisi da gestire non sono quelle del sistema neoliberale tecno-capitalista, strutturalmente incapace di concedere a ognuno la partecipazione al gioco sociale dei consumi, sistema che produce sempre più rifiuti materiali e sociali per rendere possibile il suo statu quo. I problemi da risolvere sono invece quelli di un sempre maggiore indebitamento dei singoli e degli stati, indebitamento che rischia di diminuire il potere d’acquisto=la possibilità di consumo=la possibilità di cittadinanza, tramite politiche d’austerità che non fanno che aumentare il numero degli scartati. I problemi ulteriori saranno allora quelli del controllo sociale e securitario (assistenza e polizia) per tenere sotto controllo i rifiuti[15].

Le emergenze da contrastare sono quelle del sempre maggiore afflusso di immigrati dalle discariche del mondo, sono quelle della piccola criminalità diffusa, dallo spaccio di quartiere al bullismo a scuola, perché la violenza non è quella del sistema che produce la devianza, ma sempre e solo del singolo che pone problemi... Assistiti, stranieri, invalidi,…, sono loro i colpevoli della mia incapacità di partecipare appieno alla nuovo forma di cittadinanza[16]. Loro, i “colpevoli individuali”, si possono socialmente e politicamente controllare, tenere a bada, reprimere; non invece i meccanismi e le responsabilità collettive che producono la devianza, anche se ne sono cosciente e me ne posso anche indignare[17].

[…]















[1] Vengono qui ripresi e declinati a partire dal concetto di cittadinanza, alcuni temi sviluppati dall’autore in Carcere. Note sulle società del controllo, in “Ground Zero/Luoghi”, n. 1, Cascio, Lugano, 2009, Latte. Note sulle società dei consumi, in “Ground Zero/Cibo”, n. 2, Cascio, Lugano, 2010, Intestino. Note sulle società identitarie, in “Ground Zero/Persone”, n. 3, Cascio, Lugano, 2011, Assistito. Note sulle società dei rifiuti, in “Ground Zero/Rifiuti”, n. 4, Cascio, Lugano, 2012, Ground Zero. Note su utopia e distopia, in “Ground Zero/Frontiere”, n.5, Cascio, Lugano, 2013.


[2]Il riferimento è a P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2013. Gli autori, riprendendo le riflessioni sulla “razionalità politica” del neoliberalismo portate avanti da Michel Foucault, analizzano la nuova ragione del mondo della globalizzazione tardocapitalista nei suoi aspetti economici, sociali e politici. Nell’opera di Michel Foucault, si vedano in particolare Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979, Feltrinelli, Milano, 2005 e Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France 1977-1978, Feltrinelli, Milano, 2004.


[3] Sul consenso keynesiano, T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Roma-Bari, 2011, pp. 33-60.


[4] Il riferimento è a F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, Milano, 2003.


[5] Sulle società del consumo, Z. Bauman, Consumo, dunque sono, Laterza, Roma-Bari, 2010, Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006, pp. 84-130, M. Franchi, Il senso del consumo, Bruno Mondadori, Milano, 2007.


[6] Sul godimento, P. Dardot e C. Laval, op. cit., pp. 445-449 e 463-465, S. Zizek, Il godimento come fattore politico, Raffaello Cortina, Milano, 2001.


[7] Sul cittadino-consumatore, si veda anche P. Dardot e C. Laval, op. cit., cap.7.


[8] Sulla finanziarizzazione del capitale, L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2013.


[9] Il riferimento è all’ultimo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street, 2013, nel quale il godimento dato dal consumo e dall’accumulazione del capitale viene portato all’eccesso.


[10] Sul cittadino-imprenditore, P. Dardot e C. Laval, op. cit., cap. 13.


[11] Sul nuovo ruolo dei governi e dello stato, idem, cap. 9.


[12] Il riferimento è a una celebra frase di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”.


[13] Sulla concorrenza, idem, pp. 396-402.


[14] Sulla stigmatizzazione della devianza, E. Goffman, Stigma. L’identità negata, Ombre Corte, Verona, 2003.


[15] Sulla società del controllo, G. Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Macerata, 2000, cap. 5


[16] Sulle nuovo forme di insicurezza, A. Appadurai, Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione, Meltemi, Roma, 2005.


[17] Il riferimento è a S. Hessel, Indignatevi!, add , Torino, 2011.

venerdì 16 maggio 2014

Appunti morali IV.: Libertà di parola




(da "La Regione" del 16 maggio 2014)







Sono sempre libero di dire ciò che mi pare e piace, oppure la mia libertà di parola deve essere limitata? Non è molto corretto insultare chi non la pensa come me, ma se uno proprio non lo sopporto perché non dovrei poterlo dire in pubblico? Ma non è il caso, talvolta, di censurare l’offesa?

D’altra parte, fino a che punto sono costretto a tollerare gusti e opinioni che mi urtano e che reputo del tutto sbagliati? È facile essere tollerante con gli amici e i compagni, loro la pensano come me. Mi risulta più difficile tollerare la libertà di parola di persone che offendono la mia sensibilità e la mia visione del giusto. Loro stanno dalla parte del torto, e quindi perché dovrei accettarli?

La classica massima morale liberaldemocratica mi dice che sarei libero di fare ciò che mi pare e piace finché non faccio del male agli altri. Non possiamo tollerare che la libertà individuale arrivi al punto da permettere a qualcuno di fare del male fisico a qualcun altro. Nessuno vorrebbe vivere in una società nella quale una persona è libera di picchiare chi non gli sta a genio, o di uccidere o anche solo torturare chi gli ha fatto un torto. La mia libertà individuale è quindi limitata dai danni fisici che posso arrecare agli altri.


Ma anche le parole possono fare male. Possono urtare la sensibilità di qualcuno e offenderlo, ed essere causa, quindi, di un danno psichico. Le parole hanno una loro forza, ed è per questo che uno ci può stare male. Ma quindi, visto che limitiamo e censuriamo la violenza fisica, perché non dovremmo limitare e censurare anche la violenza verbale, se è causa di malessere psichico?

Pensiamo a qualche caso pratico: Sergio Savoia, coordinatore del partito dei Verdi ticinesi, sul suo blog è avvezzo a insultare e offendere chi non la pensa come lui. Se l’è presa ad esempio con Virginio Pedroni, docente e filosofo, perché contrario all’iniziativa popolare “Contro l’immigrazione di massa” del 9 febbraio 2014. In un suo scritto aveva proposto dei parallelismi storici tra l’odierno Canton Ticino e il Sud degli Stati Uniti durante l’epoca dello schiavismo. Savoia se la prende con Pedroni affermando che il filosofo anni fa “ebbe un breve periodo di notorietà” quale candidato alla presidenza del Partito socialista, che ”durò anche meno dei 15 minuti di cui parlava Andy Warhol. Pedroni era troppo triste e grigio perfino per il PS… Il suo culo è perennemente riscaldato dalle serpentine dell'impiego pubblico… uno le cui capacità argomentative non sposterebbero nemmeno il voto della moglie.”

Lo scorso mese di marzo Massimiliano Robbiani, municipale di Mendrisio per il partito della Lega dei Ticinesi, pubblica sul suo profilo Facebook una foto di due donne col burqa accanto a due sacchi della spazzatura neri con la scritta “trova le differenze”, aggiungendo un ulteriore commento politico: “Ragione in più per non pagare la tassa sul sacco!!!”.

Dadò padre (Armando l’editore) e Dadò figlio (Fiorenzo il politico) sono invece ogni estate impegnati in una lotta contro le scelte artistiche dei direttori del Festival del film di Locarno. In particolare nel 2010 Armando Dadò ha invocato la censura della proiezione del film “L.A. Zombie” di Bruce LaBruce, che mostra la vicenda di uno zombie omosessuale che penetra con il suo fallo delle persone assassinate, riportandole così in vita. L’anno scorso il figlio, Fiorenzo Dadò, voleva invece censurare la pellicola “Sangue” di Pippo Delbono, all’interno della quale l’ex brigatista Giovanni Senzani racconta del sequestro e dell’esecuzione di Roberto Peci, di cui è stato responsabile.

All’inizio di quest’anno il governo francese riesce a bloccare le rappresentazioni teatrali del comico e attivista Dieudonné M’Bala M’Bala, per “questioni di ordine pubblico”, essendo intrise di “luoghi comuni antisemiti” che “inciterebbero all’odio razziale” e sarebbero “offensive della dignità della persona”.

Ognuno di questi casi è diverso nei metodi e nei contenuti. Per ciascuno si pone però la questione fino a che punto bisogna tollerare la libertà di parola. Le parole di Sergio Savoia insultano e offendono l’onore e la reputazione di un’altra persona (sarebbe diffamazione…), mentre quelle di Massimiliano Robbiani sono lesive della dignità delle “donne che indossano il burqa” (sarebbe razzismo…). E quindi non sarebbe il caso di censurarle, come desiderano tanto i Dadò per certi film e come ha fatto il governo francese con quell’antisemita di Dieudonné? I nostri soldi pubblici non possono mica essere impiegati per mostrare un film come “L.A. Zombie” che urta la sensibilità della maggioranza dei ticinesi, e neppure per una pellicola che dà parola ad un brigatista che offende così le sue vittime e i loro famigliari. Lo Stato non dovrebbe intervenire in nome dell’igiene sociale e in difesa della morale pubblica? Non tutte le parole dovrebbero essere permesse...


Perché non mettere in atto la censura qualora la libertà di parola offenda la reputazione, la sensibilità e la dignità di altre persone?

Io sono musulmano, credo tanto nella mia religione, Maometto è colui che dona senso al mio vivere, ed è per questo che ci sto veramente male quando criticano la mia fede. Hanno addirittura osato fare della satira sul Profeta! Io invece sono un ateo razionalista convinto, credo che le religioni siano la fonte di molti mali per l’umanità. Gesù, Maometto, Abramo e gli altri non erano per me che degli invasati, e affermare che le loro parole sono quelle di Dio e della Verità lo trovo veramente un insulto alla mia ragione e alla dignità dell’uomo!

Ogni opinione, gusto, stile di vita molto distante dalla mia visione del mondo rischia di urtare la mia sensibilità. La posso reputare offensiva di ciò che per me ha valore e dignità. Se all’interno delle nostre società liberaldemocratiche possiamo mettere dei limiti alla libertà d’azione degli individui qualora provochino dei danni fisici ad altri, non lo possiamo invece fare per la libertà di parola. Se si usasse il male psichico come giustificazione per mettere in pratica la censura, qualsiasi voce critica nei confronti di una credenza avversa potrebbe un giorno essere messa a tacere. La tolleranza presuppone che l’altro, all’interno del dibattito pubblico, con le sue parole, possa anche farmi del male, insultare ciò in cui credo, offendere la mia persona. È il prezzo, in termine di sofferenza, che dobbiamo pagare per la nostra libertà di pensiero.

E quindi, lasciamo libertà a Savoia, Robbiani, LaBruce, Senzani e Dieudonné di poter dire ciò che gli pare e piace? Anche se per me hanno palesemente torto e li posso trovare disgustosi, non hanno anche loro diritto di parola? Savoia può essere accusato di diffamazione, ma non è detto che la sua violenza verbale causi più sofferenza delle offese al Profeta per un musulmano. Le parole di Robbiani, così come quelle di Dieudonné, insultano senza ombra di dubbio la dignità dell’essere umano, ma non lo fa anche “L.A. Zombie” per chi crede che i cadaveri siano sacri e non vadano profanati? Le leggi contro il razzismo dovrebbero proteggere le minoranze culturali dalla discriminazioni, ma allora non dovremmo limitare anche la critica alle minoranze sessuali, religiose, diversamente abili, …? Forse sì, in nome della difesa di chi sta ai margini, di chi non sempre ha quel potere di parola che invece esercitano coloro che si permettono di stigmatizzarli, una protezione dei deboli nei confronti della libertà dei potenti.

Ma poi, che garanzia avremmo che il potere lo faccia sempre in nome della giustizia? Se proprio non vogliamo che sia lo Stato il censuratore, l’operatore di igiene sociale in nome di qualsivoglia morale pubblica imperante, non ci rimangono che le armi del confronto, dello scontro, della guerra di parole per dimostrare che dei cittadini stanno facendo del male alla nostra società e stanno sbagliando.

Ai Dadò consigliamo così, invece di invocare la censura governativa nei confronti della libertà artistica, di finalmente iniziare a distruggere pubblicamente i film con delle oneste argomentazioni. Ai razzisti di provincia come Robbiani non si tratta di tappare la bocca, ma di mostrarne la pochezza intellettuale, non è il caso di far diventare persone così martiri della libertà di parola. Anche i populisti intolleranti come Savoia, infine, li dovremo tollerare, anche se continueranno a usare la macchina del fango per gettare discredito sulla personalità dei loro avversari, invece di tentare di confutarne le argomentazioni. Ma in guerra spesso l’insulto e l’offesa sono più efficaci, quando il rischio è quello di sempre, in democrazia: la vittoria dei sofisti, di coloro che sanno meglio sedurre con le loro parole il popolo per la loro personale volontà di potenza.



Nella Costituzione e nel Codice penale..

La libertà di parola nella Costituzione svizzera, art. 16: “La libertà d’opinione e d’informazione è garantita. Ognuno ha il diritto di formarsi liberamente la propria opinione, di esprimerla e diffonderla senza impedimenti”, art. 17: “La censura è vietata.”

Nel codice penale, contro la diffamazione, art. 173: “Chiunque, comunicando con un terzo, incolpa o rende sospetta una persona di condotta disonorevole o di altri fatti che possano nuocere alla riputazione di lei, (…) è punito (…) con una pena pecuniaria sino a 180 aliquote giornaliere”.

Contro il perturbamento della libertà di credenza, art. 261: “Chiunque pubblicamente ed in modo abietto offende o schernisce le convinzioni altrui in materia di credenza, particolarmente di credenza in Dio (…) è punito con una pena pecuniaria sino a 180 aliquote giornaliere.”


Contro la discriminazione razziale, art. 261bis: “Chiunque, pubblicamente, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignità umana, discredita o discrimina una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione (…) è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.”



sabato 5 aprile 2014

Appunti morali III.: Tortura



(da "La Regione" del 5 aprile 2014)




Ma siamo proprio sicuri che la tortura sia sempre sbagliata? 
E se torturare un criminale terrorista ci permettesse di salvare la vita a migliaia di persone innocenti? 

Qualche attivista dei diritti umani sosterebbe che anche il terrorista ha una sua umanità che va protetta, e quindi guai a toccarlo. Contro ci sarà pure, forse, ancora qualche intellettuale, disposto a firmare qualsivoglia appello che sia in odore di engagement. Ma al di là dei buoni sentimenti e della fede in un mondo teorico ideale, la realtà è un’altra cosa: sul piatto della bilancia vi sono le vite di civili innocenti contro la supposta dignità di un individuo che ha fatto del terrore e del massacro incondizionato la sua ragione esistenziale e la sua religione di vita.

Proviamo a riflettere a partire dai casi seguenti, ispirati dalla cruda realtà: New York 10 settembre 2001, Madrid 10 marzo 2004, Londra 6 luglio 2005, i servizi segreti americani, spagnoli e britannici sospettano che nei prossimi giorni possano avvenire degli attentati in queste città. I loro rispettivi agenti arrestano ciascuno un supposto terrorista. Gli agenti presumono che gli arrestati conoscano il piano dell’attentato. I terroristi, ovviamente, non vogliono parlare, ma se parlassero si potrebbero salvare tante vite umane. Il giorno seguente nelle Torri Gemelle di New York moriranno 2752 persone, nei treni di Madrid 191, nella metropolitana di Londra 52, senza contare le migliaia di persone rimaste ferite.

Che fare? Perché non sarebbe giusto, per non dire doveroso di fronte a queste vittime innocenti, utilizzare qualsiasi mezzo per far confessare il terrorista, ricorrendo se necessario anche alla violenza? Non bisogna subito torturare, beninteso, si può sempre iniziare a dialogare e tentare di convincerlo. Se poi non dovesse funzionare si può passare alla pressione psicologica, che presto potrà trasformarsi in violenza psichica e poi, sempre come ultima ratio, il dolore fisico, da quello più soft fino a quello più hard. Ricordiamoci però che non abbiamo molto tempo a disposizione, gli altri terroristi si stanno preparando...

È secondo queste argomentazioni morali che l’amministrazione americana di allora, sotto la guida di George W. Bush, giustificava il ricorso ai tormenti corporali contro i nemici della società. Come sosteneva Robert Kagan, intellettuale e professore universitario vicino al clan neoconservatore, gli americani non potevano che essere realisti, pragmatici ed efficaci. Il loro idolo doveva essere Marte, dio della guerra, che permette quando necessario l’utilizzo della forza per la conservazione della civiltà. Le femminucce europee, invece, buoniste ed idealiste, adorano Venere, dea dell’amore, sempre disposte come sono a perdonare e a permettere al male di propagarsi. Toccava agli americani fare il lavoro sporco.

Perché un fine buono, salvare delle vite umane, non dovrebbe giustificare un mezzo quale la violenza fisica?
Innanzitutto, ma è proprio vero che la violenza fisica non sia mai un mezzo giusto in vista di un fine buono? I pacifisti assoluti possono anche urlare no e poi no, la violenza fisica non può mai essere un mezzo giustificabile. Concretamente, però, se un giorno incontrassimo un malintenzionato che vuole farci del male, mettiamo accoltellarci o violentarci, non sarebbe corretto rispondere a nostra volta con la violenza, per legittima difesa? Altro che porgere l’altra guancia. Altro esempio: se un giorno di notte, in qualche vicolo buio, dovessimo assistere alla scena di un criminale in procinto di violentare una donna, non sarebbe giusto intervenire, con le buone o anche con le cattive? La polizia ci impiegherebbe in ogni caso troppo ad intervenire… La violenza fisica, in questi casi, non è un mezzo accettabile in vista di un fine buono, salvare la nostra pelle o quella di qualcun altro?

Ma allora, se siamo disposti a giustificare moralmente la violenza per autodifesa o per difendere la vita di terzi, perché non possiamo giustificarla anche nel caso della tortura del terrorista? Aggiungiamo un ulteriore tassello al nostro caso pratico: oltre al terrorista che non vuole parlare, siamo riusciti ad arrestare anche sua moglie e sua figlia di 12 anni. Se il fine, salvare migliaia di vite umane, giustifica i mezzi, allora perché non infliggere dolore anche alla moglie e alla figlia? Le probabilità che il terrorista confessi aumenterebbero considerevolmente. Sì, lo sappiamo, sono anche loro creature innocenti, ma i calcoli morali appaiono evidenti: i benefici sono il salvataggio di migliaia di vite umane, mentre i costi unicamente il tormento corporale e il temporaneo patire di due persone.

Non sappiamo se fra i sostenitori della tortura qualcuno sarebbe disposto ad argomentare anche a favore della violenza sui bambini. Osiamo immaginare di no. A questo punto vi devono essere altre ragioni che ci spingono ad accettare i supplizi, al di là di un mero calcolo utilitarista del fine che giustificherebbe i mezzi. Cosa distingue il terrorista da sua moglie e da sua figlia? Il fatto la sofferenza se la sia cercata e se la sia meritata. Lui è un Criminale con la C maiuscola, un nemico esterno alla nostra società che, senza pietà né rimorso per le sue vittime civili, può insidiare e mettere a repentaglio la vita di persone a noi care. Di fronte a individui quali i pedofili, i criminali violenti giudicati irrecuperabili e i terroristi, non possiamo provare pietà. Alle loro barbarie dobbiamo rispondere con quella giusta dose di violenza necessaria per renderli innocui, affinché non si permettano di farlo mai più. Solo così potremo salvare vite umane molto più degne di essere vissute delle loro. Non che si voglia sopprimerli del tutto, beninteso. Si tratta solo di infliggere a individui che non hanno rispetto della dignità altrui, individui che non possono permettersi di rivendicare il loro diritto all’umanità, un dolore consono alla difesa dei nostri bravi concittadini.


N.B.: se nonostante tutto preferiste adorare la bellezza di Venere, piuttosto che il vigore guerriero di Marte, eccovi una serie di argomenti che potreste utilizzare.

1. Se vogliamo valutare anche solamente l’efficacia del metodo della tortura, secondo un calcolo realistico delle conseguenze e delle probabilità, dovrei in ogni caso accertarmi: che la persona arrestata sia veramente un terrorista; che, anche se fosse un terrorista, riesca a convincerlo a parlare; che, anche se riuscissi a convincerlo a parlare, mi dica la verità e non svii le mie indagini; e che, in generale, il fatto che si sappia che delle persone vengono torturate in prigioni quali Guantanamo, non abbia come conseguenza l’aumento della violenza e del terrorismo nel mondo invece della sua auspicata diminuzione.

2. Se decidessimo di giustificare moralmente la tortura, e quindi di legalizzarla, dove metteremmo poi il limite, in quali casi sarebbe permessa e chi deciderebbe quando utilizzarla? Perché un poliziotto non dovrebbe poter torturare uno spacciatore o altri criminali recidivi? Lo farebbe a fin di bene, magari così la smettono di mettere a repentaglio la vita dei nostri ragazzi. Siamo veramente sicuri di voler vivere in una società dove lasciamo libertà di decisione e di manovra ai governanti (o alla maggioranza del popolo) sull’applicazione dei supplizi?

3. Può non essere piacevole, ma bisognerebbe ammettere che anche i terroristi possono avere le loro ragioni, comprensibili anche se forse non giustificabili. Se sono un ragazzo dell’Afghanistan e dei droni USA uccidono la mia famiglia “innocente”, perché non dovrei reagire? Purtroppo non ho la forza bellica per farla pagare a politici e militari americani, ma anche i civili non mi paiono del tutto innocenti, a quanto mi risulta erano più che d’accordo che il loro paese sganciasse delle bombe sulla mia terra e uccidesse i miei cari come effetto collaterale. Le ragioni del potere appaiono sempre più giustificate quando vengono espresse da persone a noi amiche.



tortura s. f. [dal lat. tardo tortura, propr. «torcimento», der. di torquēre «torcere», part. pass. tortus]. – 


L’azione, il fatto di torcere le membra a un imputato o a un reo, per indurlo a confessare o per punizione. Per estens., t. legale o giudiziaria, e istituto giuridico della t., attuati dall’antichità fino all’Ottocento (oggi ripudiati, almeno formalmente, da tutti gli stati), e consistenti in varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato, più di rado a un testimone o ad altro soggetto processuale, allo scopo di estorcere loro una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio (…)
(dal vocabolario online Treccani.it).



venerdì 7 marzo 2014

Appunti morali II.: Prostituzione



(da "La Regione" del 7 marzo 2014)



Perché non dovrei poter vendere il mio corpo per offrire delle prestazioni sessuali, e perché un’altra persona non dovrebbe avere il diritto di usufruirne? 

Un vero amore, puro e incontaminato, direbbe qualcuno, non può essere comprato. Bisogna liberare il desiderio sessuale dai limiti troppo angusti che la tradizione cristiana e piccolo borghese ci ha imposto, sosterebbe qualcun altro, l’essenziale è il piacere, non la riproduzione della specie o della famiglia, e quindi ogni tanto concediamoci anche l’acquisto.

Ma essere pro o contro la prostituzione significa essere di destra o di sinistra, progressisti o conservatori? Si è a favore perché in fondo ognuno può fare con se stesso e con gli altri ciò che gli pare e piace, fino a quando non fa del male agli altri. Si è contrari perché la prostituzione non può essere rispettosa della dignità della persona, riducendola a oggetto e merce del desiderio e del denaro d’altri. E poi, personalmente, io “a puttane” non ci andrei mai, andarci è poco rispettoso anche nei miei confronti, che non voglio mica pagare per andare a letto con qualcuno, non ne ho bisogno e non fa parte del mio ideale di vita virtuosa. Ciò non significa però ancora che io voglia, da buon liberale, impedire agli altri di andarci, se reputano che per loro ciò possa essere una buona cosa.

Ma la prostituzione è immorale al punto da dovere essere resa illegale, o è comunque in qualche modo moralmente giustificabile? Sfatiamo innanzitutto il mito che la prostituzione sarebbe il mestiere più vecchio del mondo e quindi, essendoci sempre stata, non possa essere contrastata. Sorvoliamo l’annosa questione su come, all’inizio della storia dell’homo sapiens, all’interno di società dedite alla caccia e alla raccolta che non hanno ancora inventato l’agricoltura e la proprietà privata, delle persone abbiano potuto vendere il proprio corpo per offrire prestazioni sessuali. Rimarrebbe comunque ancora chi sosterebbe che “c’è (quasi) sempre stata e quindi non ha senso combatterla”. A questi esperti di morale sociale si potrebbe ricordare che utilizzano lo stesso assunto che veniva impiegato anni fa dagli schiavisti per giustificare la schiavitù e dai maschilisti per non concedere il voto alle donne.

Per capire da che parte stare proviamo invece a riflettere a partire dai seguenti esempi liberamente tratti dalla vita reale:
“Maria viene dal Sudamerica. Le avevano promesso che in Ticino avrebbe potuto svolgere una normale attività nell’ambito dell’economia domestica. Invece da quando è arrivata la costringono a prostituirsi, deve ripagare i debiti che ha contratto per andarsene e non può perdere la sua occasione di rimanere qui tra di noi.
Caterina viene dall’Est. A scuola è sempre stata brava, ma la disoccupazione giovanile nel suo paese non le permetteva di trovare un lavoro standard e mantenere la sua mamma bisognosa di cure. Così ha deciso di venire in Ticino a prostituirsi.
Giovanna, invece, è ticinese. È una ragazza bella e affascinante. Con il suo diploma di impiegata di commercio non potrà mai guadagnare la cifra che conquista facendo la escort negli alberghi cinque stelle tra Zurigo e Milano.
Paolo, per finire, è anche lui uno dei nostri, ma è un ragazzo goffo, bruttino, introverso al punto da non riuscire ad aprire bocca di fronte ad una ragazza. Ogni tanto va a far visita a Caterina, la sua ragazza dell’est preferita.”

È giusto o sbagliato permettere a una persona di vendere il proprio corpo?
Dove mettiamo il limite tra libertà e sfruttamento, e tra diritto a fare ciò che ci piace e dignità? Se per Maria anche i più agguerriti difensori della libertà individuale sarebbero d’accordo nel sostenere che non è giusto imporre a qualcuno di fare qualcosa contro la sua volontà, più ostico è il caso di Caterina. Caterina non è costretta a vendersi contro la sua volontà ed è libera di fare ciò che vuole fino a quando non fa del male agli altri, e lei, più che fare del male, fa del bene, si pensi solo al piacere di Paolo.

Non si possono però dimenticare le condizioni materiali e sociali di partenza che rendono la sua scelta un po’ meno libera della scelta di altre: se nel suo paese Caterina avesse potuto trovare un lavoro standard, probabilmente non sarebbe venuta in Ticino a vendersi a qualche ticinese più ricco di lei. Ragazze simili a lei nate in Ticino non farebbero il suo mestiere, e che colpa ha Caterina ad essere nata nel suo paese e non in Svizzera? Non le sarebbero garantite le pari opportunità.

I più strenui sostenitori dell’utilitarismo (neo)liberale potrebbero però ancora controbattere che sicuramente la situazione della ragazza non è fra le migliori, ma in ogni caso si tratta di una libera scelta, scelta che in più le permette di vivere meglio che non stando in disoccupazione a casa sua. Siamo realisti, la scelta di Caterina permette a lei di guadagnare bene, ai suoi clienti di provare piacere e a sua madre di ricevere i soldi per curarsi, una vera e propria massimizzazione dell’utile collettivo. Questa massimizzazione dell’utile trova il suo apice in persone come Giovanna: perché dovrebbe fare la segretaria guadagnando poche migliaia di franchi al mese se può raggiungere la stessa cifra in un paio di notti di duro ma piacevole mestiere?

Gli avversari del libero esercizio della prostituzione ribatterebbero però ancora che no, vendere il proprio corpo è contrario alla dignità della persona. Non si rispetta la propria integrità fisica riducendo se stessi a oggetto del desiderio altrui per denaro. Non si può fare ciò che ci pare e piace se ciò va contro il valore assoluto che vogliamo dare all’essere umano. Non per niente non tutta la pornografia, anche se portata avanti da persone adulte e consenzienti, è lecita, così come non posso “da vivo” scegliere liberamente di donare un mio organo per fare il bene di un’altra persona. Non posso neppure, come donna, portare liberamente avanti una gravidanza a favore di terzi, facendomi impiantare nel mio utero, tramite la fecondazione assistita, un embrione che non mi appartiene per partorire un figlio non mio.

Perché il sesso sì e altre pratiche no? La vendita del proprio corpo per offrire prestazioni sessuali è forse più rispettosa della propria integrità fisica della donazione di organi e della maternità surrogata? A rigor di logica i fautori della liberalizzazione della prostituzione non dovrebbero sostenere anche la liberalizzazione di queste altre pratiche? Probabilmente il sesso oggi ha meno valore e non è “sacro” quanto una gravidanza, la cui desacralizzazione potrebbe essere però solo una questione di tempo.

Infine, non bisognerebbe mai dimenticare le conseguenze dei nostri principi etico-legali. Se, per proteggere la dignità delle persone, si rendesse la prostituzione illegale, quanto sarebbero alti i rischi di un incremento dello sfruttamento di un’attività diventata clandestina? D’altra parte, anche la situazione quasi del tutto deregolamentata in un cantone come il nostro non sembra aver diminuito le attività criminali ad essa connesse. Pare quindi imporsi una scelta: o un serio proibizionismo, o un’autentica liberalizzazione morale e sociale (e un relativo controllo sociale). Anche perché non sarà mica del tutto colpa del povero Paolo se la natura, e in seguito i suoi genitori, la scuola e la società nel suo complesso, l’hanno reso così impacciato. Avrà diritto anche lui di andare a letto con i suoi ideali.



prostituzióne s. f. [dal lat. tardo prostitutio -onis, der. di prostituĕre «prostituire»]. – 


1. Il fatto di prostituire, di prostituirsi, spec. come attività abituale e professionale di chi offre prestazioni sessuali a scopo di lucro: p. femminile, maschile; darsi alla p.; indurre, obbligare, istigare alla p.; esercitare la p.; casa di p.; p. minorile; favoreggiamento, sfruttamento della p. (…). Anche, il complesso, l’insieme delle persone che abitualmente si prostituiscono: l’ambiente della p.; i quartieri della città invasi dalla prostituzione. Estens., con riferimento a beni, valori, ideali che non dovrebbero essere oggetto di lucro o interesse: p. della libertà, dell’ingegno, della cultura. 

2. In etnologia e nella storia delle religioni, p. sacra, atto rituale presente nelle cerimonie di culto di molte popolazioni, che si compiva occasionalmente durante la cerimonia o la cui pratica era stabilmente affidata a sacerdotesse, secondo concezioni cosmologiche che attribuivano all’atto sessuale un valore propiziatorio legato al culto della fertilità.
(dal vocabolario online Treccani.it).



Situazione legale in Europa: la prostituzione è attualmente legale e regolamentata dalla legge in paesi quali la Svizzera, l’Austria, la Germania e l’Olanda. La prostituzione non è illegale ma al tempo stesso non è una attività regolamentata, mentre le attività collaterali (gestione di case chiuse, sfruttamento, favoreggiamento) sono illegali, in paesi quali l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, la Danimarca, la Spagna e il Portogallo. La prostituzione è illegale, e le prostitute sono punite dalla legge nei paesi dell’ex-Yugoslavia e in Russia. La prostituzione è illegale, i clienti sono puniti dalla legge ma non lo sono le prostitute, in paesi quali la Svezia, la Norvegia e l’Islanda.