sabato 28 febbraio 2026

Imperialismo versus diritto internazionale

(pubblicato su laRegione, 10 febbraio 2026)

Iran, Venezuela, Palestina, Ucraina… In un’epoca di vecchi e nuovi imperialismi e colonialismi solo il diritto internazionale, con i suoi principi quali l’autodeterminazione dei popoli e il divieto dell’uso della forza, può essere una valida alternativa per contrastare chi intende minacciare e distruggere la vita, la libertà e la dignità dei popoli. 

Ma mobilitarsi in nome dei diritti dei popoli richiederebbe, almeno in linea di principio, coerenza. Al di là delle differenze e della gravità dei singoli casi, la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Nella realtà emergono invece preferenze, pregiudizi e disparità di trattamento. Spesso coloro che prendono posizione per i diritti di un popolo rimangono in silenzio, per non dire giustificano la negazione di quegli stessi diritti quando si tratta di altri popoli. Si diventa così utili strumenti, per non dire complici, di strutture e logiche di potere imperiali, coloniali e razziali che negano l’uguaglianza dei diritti.

Vi sono coloro che prendono posizione a favore dei diritti degli ucraini contro l’imperialismo russo, ma che sono molto più tiepidi e silenti quando il diritto internazionale viene violato dal colonialismo israeliano in Palestina. Si arriva persino a giustificare interventi armati Usa contro l’Iran e il Venezuela, evidenti violazioni della sovranità territoriale di uno Stato e del principio di non aggressione. 

Due pesi e due misure che riportano in superficie i tradizionali doppi standard dell’imperialismo occidentale. Mentre l’Europa moderna pensava, elaborava e affermava l’importanza del diritto internazionale e dei diritti umani, fu presto chiaro al resto del mondo che questi principi valevano solo per gli individui e i popoli europei. Gli altri erano visti come inferiori, sottosviluppati, incapaci di autodeterminarsi. Potevano e dovevano quindi essere “liberati” e colonizzati, “educati” e sfruttati, talvolta annientati.

Non cogliere, nell’attuale tragedia palestinese, questa classica struttura di potere imperiale, coloniale e razziale significa, nel migliore dei casi, negare la realtà. Nel peggiore si giunge a giustificarla: sono arabi e musulmani, potenzialmente violenti e terroristi, nemici da combattere ai quali non si possono concedere i nostri stessi diritti fondamentali.

Esiste però anche il fronte opposto, sempre pronto e all’erta quando si tratta di denunciare i crimini e le violenze occidentali, ma del tutto restio a prendere posizione e mobilitarsi quando il male è inflitto da potenze non occidentali. In questo fronte la causa prima e ultima delle guerre pare essere sempre e solo occidentale. Come se nel resto del mondo non ci fossero logiche di potere imperiali, coloniali e razziali, come se, senza l’intrusione dell’Occidente, i popoli del resto del mondo vivessero e avessero vissuto in pace e in armonia tra di loro senza volontà di espansione, controllo e dominio territoriali. 

Anche qui si assiste a una negazione della realtà che perdura da tempo. Ci si mobilitava ad esempio contro le guerre e i colpi di Stato sostenuti dagli Stati Uniti, mentre si taceva sull’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’occupazione militare dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Oggi ci si indigna per il colonialismo israeliano e per i diritti negati ai bambini palestinesi, mentre l’occupazione coloniale russa dei territori ucraini e le migliaia di bambini ucraini rapiti da Mosca vengono ignorate o relativizzate.

L’Ucraina è un caso paradigmatico. Dare la colpa ultima dell’aggressione russa all’espansione della Nato e all’imperialismo Usa non solo è la negazione dell’imperialismo russo, ma ne diventa la giustificazione. Coloro che sostengono che la Russia avrebbe diritto alla sua sfera di influenza in Europa, che sarebbe una guerra per procura e/o che gli ucraini per il loro bene dovrebbero smettere di combattere, non fanno che negare l’uguale diritto alla libertà, all’autodeterminazione e alla dignità di tutti i popoli del mondo. L’atteggiamento imperiale, coloniale e razziale è ben presente sia a destra che a sinistra dello spettro politico.

Nel frattempo, l’imperialismo di Trump fa fronte e gara comune con tutti coloro che intendono imporre, contro il diritto internazionale, le loro volontà di espansione, dominio e controllo nel mondo. Non per nulla il progetto di ricostruzione di Gaza che Trump ha in mente è colonialismo allo stato puro, progetto sostenuto nota bene quasi solo da potenze non occidentali, ben disposte a ritagliarsi la loro parte nel nuovo (dis)ordine mondiale fondato sulla legge del più forte.

Nel passaggio epocale che stiamo vivendo, forse è finalmente giunta l’ora per l’Europa e i suoi cittadini di riconoscere e contrastare le logiche di potere imperiali, coloniali e razziali. Mai come adesso, grazie a Trump, sarebbe possibile tracciare insieme al resto del mondo un fronte alternativo comune di resistenza, fondato sulla libertà e l’uguaglianza dei diritti di tutti i popoli minacciati, oppressi e aggrediti.


giovedì 1 gennaio 2026

L'ipocrisia elvetica

(laRegione, 26 settembre 2005)
In seguito all’aggressione dell’Ucraina la Svizzera adotta sanzioni contro la Russia. Come sostenuto dal nostro consigliere federale Ignazio Cassis, di fronte alla violazione del diritto internazionale non si poteva restare passivi. La neutralità non può essere uno scudo per chi calpesta i diritti umani. 
Ben diversa è la posizione nei confronti di Israele. Nonostante i crimini di guerra, la pulizia etnica, i crimini contro l’umanità e il genocidio in corso a Gaza non si adotteranno sanzioni. Per giustificare questa posizione ritorna la classica retorica di una Svizzera neutrale, imparziale ed equidistante tra le parti in conflitto, che darebbe priorità alla sua tradizione umanitaria e ai suoi buoni uffici diplomatici.
La contraddizione e l’ipocrisia della nostra politica estera risulta evidente: nel dilemma tra rispetto del diritto internazionale e neutralità integrale, nel caso della Russia si opta per il diritto internazionale, mentre nel caso di Israele si preferisce una neutralità integrale. 
Ma la nostra neutralità etica, umanitaria e diplomatica è perlopiù un mito, abilmente costruito nel tempo per rassicurare le nostre coscienze al fine di nascondere ciò che veramente importa: i nostri interessi economici e le nostre preferenze nello scacchiere internazionale.
Forse la ragione principale per cui la Svizzera ha imposto sanzioni alla Russia non sono i crimini di Putin. In realtà non ci si poteva permettere di diventare un rifugio sicuro in mezzo all’Europa per i capitali russi colpiti dalle sanzioni occidentali. D’altra parte, visto che al momento non vi sono sufficienti pressioni da parte della comunità internazionale per sanzionare i crimini del governo Netanyahu, la Svizzera può continuare tranquillamente a fare affari con il suo amico Israele.
Ammettere però che tra le inaudite violazioni dei diritti umani dei palestinesi e i nostri interessi si preferisce la seconda opzione non è moralmente facile né politicamente auspicabile. La favola rassicurante della nostra supposta neutralità ci viene così in soccorso per celare la nostra ignavia. 
In realtà la Svizzera non è imparziale né equidistante nel conflitto israelo-palestinese, ma chiaramente schierata dalla parte di Israele. Se fosse neutrale, riconoscerebbe ad esempio lo Stato di Palestina, non sanzionerebbe solo Hamas ma anche i crimini israeliani (o nessuno dei due) e non minaccerebbe di togliere il sostegno economico solo a una delle due parti, come nel caso dell’Unrwa.
Non vi è inoltre alcuna particolare tradizione umanitaria elvetica che ci distingua dagli altri. Diversi Paesi si impegnano più di noi nell’assistenza umanitaria alla Palestina e nell’aiuto internazionale allo sviluppo in generale. Discorso analogo vale anche per i buoni uffici diplomatici. In un mondo multipolare il cui baricentro non si trova più in Europa, la Svizzera è solo uno dei tanti possibili attori di mediazione degli attuali conflitti.
Continuare a credere che una Svizzera neutrale sarebbe un elemento concreto per convincere Putin e Netanyahu a sedersi a un tavolo di trattative, mentre non hanno alcuna intenzione di fermare le loro guerre, così come continuare a chiedere regolarmente a Israele di rispettare le Convenzioni di Ginevra, mentre il suo esercito non smette di compiere fra le più gravi e feroci violazioni nella storia di queste convenzioni, dovrebbe farci prendere coscienza che la narrazione di un’eccezionalità e particolarità elvetica serve solo a mascherare la nostra impotenza e inadempienza.
Al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale la Svizzera ha spesso anteposto i suoi interessi, usando il mito della sua tradizione neutrale e umanitaria per darsi una parvenza etica. Qualche esempio: abbiamo continuato a fare affari con Hitler anche quando non era più necessario; i fondi ebraici e il segreto bancario; siamo stati uno dei Paesi al mondo più restii ad adottare sanzioni contro l’apartheid in Sudafrica, uno degli ultimi ad aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e all’Onu. Che i politici di oggi siano consapevoli di questa ipocrisia o stiano mentendo pure a loro stessi non è dato sapere.
È giusto continuare a indignarsi e mobilitarsi per la Palestina. Forse però quel che più conta oggi per il nostro Paese è riuscire finalmente a fare una scelta politica di fondo. Sostenere e lavorare insieme per il rispetto dei diritti umani e per la promozione della pace nel mondo tramite il diritto internazionale, sanzionando tutti i governi criminali che violano questi principi. Oppure continuare a chiuderci a riccio nel nostro sovranismo nazionalista, utilizzando la favola della nostra eccezionalità come scudo per essere lasciati in pace e non dover sentire le grida di quei popoli la cui umanità viene uccisa, soffocata e tradita.
Nel frattempo, si può solo sperare che siano gli altri Paesi europei a uscire finalmente dalle loro di ipocrisie e a imporci, come per l’Ucraina, di prendere una posizione chiara sulla Palestina. Lo faremo probabilmente solo se ci conviene.