lunedì 26 luglio 2021


Scienza, democrazia e libertà degli ignoranti 
in "La Regione", 23 luglio 2021. Leggi l'articolo qui.





Io mi faccio vaccinare


Mi sono vaccinato per proteggere me stesso, le persone a me vicine e la collettività.
L’ho fatto per il mio bene e per la mia salute personale, perché reputo i rischi e i pericoli di contrarre la malattia ben più gravi dei possibili effetti collaterali dei vaccini.
L’ho fatto per il bene e la salute dei miei famigliari, dei miei amici, delle persone che incontro e della società.
L’ho fatto per il mio interesse personale, per evitare che ci siano nuove chiusure e perché vorrei poter continuare a frequentare bar, ristoranti, cinema, teatri, sale concerti, stadi e musei.
L’ho fatto per l’interesse di tutte e di tutti, perché la pandemia aumenta le disuguaglianze sociali, amplifica il disagio e la sofferenza mentale, attacca i più deboli causando morti che, volendo, potremmo evitare.



lunedì 1 marzo 2021

Il virus tra dittatura e democrazia


Viviamo veramente in Svizzera in una “dittatura sanitaria” voluta dalle autorità politiche in generale e del Consiglio federale in particolare, che limiterebbero e usurperebbero i diritti, le libertà e le volontà fondamentali del “popolo”?

Senza voler entrare nella discussione su come, quando e se sia giustificato allentare le misure di protezione dal virus, sostenere che vivremmo attualmente in una dittatura significa non cogliere i fondamenti etico-politici delle nostre società liberal-democratiche.

In una situazione di emergenza e di crisi come quella della pandemia è la stessa Costituzione svizzera, oltre che la legge sulle epidemie, a conferire al potere politico la possibilità di limitare i diritti e le libertà fondamentali. Infatti l’art. 34 della Costituzione prevede che “le restrizioni dei diritti fondamentali devono essere giustificate da un interesse pubblico o dalla protezione di diritti fondamentali altrui”.


Le restrizioni alle libertà fondamentali sono volte a garantire l’interesse della salute pubblica. Non subiamo quindi le decisioni di un’autorità che abuserebbe del suo potere per schiacciare i diritti dei cittadini, ma che tenta di trovare un equilibrio all’interno di un conflitto tra i diritti dei cittadini, in particolare tra il diritto alla libertà e al benessere degli uni, e il diritto alla vita e alla salute degli altri.

Non sarebbe quindi forse il caso, finalmente, di ammettere pubblicamente che chiedere più libertà e minori restrizioni significa anche prendersi il rischio e la responsabilità di causare più malattia e più morti nella popolazione, così come continuare a limitare le libertà fondamentali significa accettare che la situazione crei malessere e disagio mentale nella popolazione?

Se non si vuole ammettere che viviamo all’interno di questo conflitto, non rimane allora che negare le attuali conoscenze che abbiamo sul virus nonché il valore e la fiducia nella scienza, contribuendo così a rinforzare le opinioni e le teorie negazioniste e complottiste tra la popolazione.

Un populismo che evoca la dittatura e attacca la legittimità delle autorità politiche e scientifiche, e sfrutta per i suoi interessi personali le emozioni e l’affaticamento mentale della popolazione, non rischia di essere un pericolo peggiore per la democrazia?

venerdì 5 febbraio 2021


G. Mattei, "Disumanizzare le persone. Stereotipi e pregiudizi sui profughi in Svizzera e in Europa", in N. Emery (a cura di), Potere e pregiudizio. Filosofia versus xenofobia, Mimesis editore, Milano 2021.


"Viviamo in un’epoca segnata da stereotipi e pregiudizi nei confronti dei profughi e dei migranti che giungono in Svizzera e in Europa. Questi stereotipi e pregiudizi sono radicati all’interno di rappresentazioni e narrazioni potenzialmente disumanizzanti, che identificano gli stranieri come individui “altri da noi”, spesso come “intrusi”, “invasori”, “nemici della società”, talvolta come delle “non persone” che si preferirebbe non esistessero.

Queste rappresentazioni e narrazioni sono funzionali alla costruzione e al mantenimento di un’egemonia sociale, culturale e politica che riattualizza i nazionalismi degli stati moderni e suddivide il mondo tra chi ha il privilegio e beneficia dei rispettivi diritti di poter stare dalla parte del “noi”, e chi rischia invece di non aver alcun diritto, se non quelli che gli vengono concessi dal “potere del noi”.

Questa egemonia e questi processi di disumanizzazione dell’alterità producono conseguenze psicologiche, morali, sociali e politiche. “Loro”, i profughi in particolare e i migranti in generale, percepiti, vissuti e pensati come degli “esseri non umani come noi”, che hanno meno diritti di noi (o non ne hanno del tutto), possono così essere respinti ed esclusi, rinchiusi, espulsi e lasciati morire senza che ci si senta responsabili nei loro confronti, né come individui né come società."

I contributi raccolti in questo libro ruotano attorno a un'ipotesi di fondo: la Teoria critica prosegue e si rinnova oggi anche nella decostruzione delle discriminazioni di genere, di orientamento sessuale, di razza e di specie. Impegnatasi in maniera pionieristica sui temi della genesi critica dell'antisemitismo e della personalità autoritaria, essa ha contribuito - con i lavori di Horkheimer, Adorno, Fromm e Löwenthal - a scardinare i pregiudizi distruttivi e ad aprire la via della rivendicazione dei diritti delle differenze, poi al centro di orientamenti di pensiero cardinali - come il femminismo, i Gender studies, gli studi post-coloniali, l'animalismo. D'altra parte, lo "psicologismo" caratterizzante la diagnosi classico-francofortese dell'accecamento xenofobo, definito in termini di "proiezione morbosa" e di "paranoia", per quanto lungimirante non è assunto in termini riduzionistici. Il rapporto fra potere e pregiudizio disegna un minaccioso circolo vizioso a più fattori, che il presente libro contribuisce a indagare e a smontare in tutta la sua estensione.

Acquistabile online:

mercoledì 3 febbraio 2021


Il diritto alla scuola

Se l’11 maggio quasi tutto il “mondo degli adulti” aprirà, perché la scuola non dovrebbe poter aprire?


(da LaRegione del 5 maggio 2020)

La riflessione sull’opportunità o meno di aprire le scuole dell’obbligo l’11 maggio è senza dubbio complessa. Immaginare bambine e bambini nuovamente seduti sui banchi o che giocano nei cortili delle scuole può far emergere negli adulti emozioni di paura e preoccupazione. E questo è comprensibile. Chi scrive, che è padre di un bambino che frequenta le scuole elementari nonché docente delle scuole post obbligatorie, reputa però che nella situazione attuale, con le relative misure di sicurezza e protezione, le scuole dell’obbligo vadano riaperte. Non si possono né si vogliono negare gli eventuali rischi di un aumento dei contagi che un luogo di socializzazione come la scuola potrebbe portare con sé, rischi che sono comunque ancora da dimostrare. Ma la mancata riapertura può essere un’ingiustizia ben maggiore nei confronti del diritto all’educazione, alla socializzazione e alla vita delle nuove generazioni.

Se apre (quasi) tutto, perché la scuola no?
Chi scrive non è né virologo né epidemiologo. I dati e la letteratura scientifica ci dicono però che i bambini, tranne quelli con patologie pregresse, si ammalano molto meno di Covid-19 degli adulti e degli anziani, e se si ammalano il decorso della malattia è molto più lieve. I bambini rispetto agli adulti e agli anziani sono molto meno a rischio. Ma allora perché non aprire le scuole? Non si può né si vuole qui entrare nel dibattito sulla potenziale contagiosità dei bambini nei confronti degli adulti, che per taluni esiste, mentre per altri è più ridotto o quasi del tutto inesistente. Una domanda però non può non essere posta: se l’11 maggio quasi tutto il “mondo degli adulti” aprirà, perché la scuola non dovrebbe poter aprire? È forse dimostrato che il rischio di contagio su cantieri, trasporti pubblici, in bar e ristoranti che saranno sempre più affollati è minore che a scuola? Ma allora perché voler applicare il principio di precauzione al “mondo dei bambini”, tenendo le scuole chiuse, e non ad altri ambiti del “mondo degli adulti” magari molto a più a rischio di trasmissione del contagio? Non sarebbe questa una negazione dei diritti dei bambini e discriminatorio nei loro confronti?

Il bisogno e il diritto alla socializzazione
È probabile che dall’11 maggio ci saranno sempre più adulti che lavoreranno, andranno per negozi, frequenteranno bar e ristoranti nelle piazze cittadine e di paese. Avranno la possibilità di comunicare con amici e colleghi, all’interno di un mondo nel quale le relazioni personali e sociali saranno sempre più frequenti e numerose, anche se, si spera, con le dovute distanze. E i bambini? I parchi giochi, i campetti, i luoghi di ritrovo dei bambini per evitare assembramenti rimarranno con ogni probabilità chiusi o ne sarà limitato l’accesso. Se non potranno andare a scuola, allora i bambini, mentre il “mondo degli adulti esce”, rischiano di essere costretti a continuare a rimanere chiusi in casa. E i bambini più piccoli con i genitori che dovranno lavorare sempre di più con chi staranno? Verranno organizzati dei servizi di accudimento nei quali i bambini saranno sempre di più? E i bambini più grandi, che possono già girare da soli, non rischiano di ritrovarsi in giro tra pari in assembramenti sempre più numerosi? Ma allora non sarebbe meglio mandarli a scuola? Negare per mesi il bisogno e il diritto alla socializzazione del “mondo dei bambini”, a poter comunicare, giocare, entrare in relazione con i propri pari, può creare in particolare nei bambini più fragili e vulnerabili dei seri problemi per la loro salute psicologica, il loro sviluppo, la loro crescita.

L’aumento delle disuguaglianze e dell’emarginazione sociale
Ci sono bambini che stanno vivendo più o meno bene l’insegnamento a distanza. Molti probabilmente se la cavano. Diversi però probabilmente non ce la fanno. Magari hanno genitori che non hanno le competenze sociali e culturali per seguirli, aiutarli e sostenerli. Oppure mamma e papà devono seguire anche i fratelli e le sorelle, magari devono pure lavorare in casa e fuori casa, e magari non hanno a disposizione tutti i mezzi tecnologici necessari. Oppure mamma e papà litigano di continuo, e magari papà picchia la mamma. E poi ci sono bambini che per i loro problemi di salute e sviluppo necessitano di un’educazione speciale. E bambini più grandi che, nonostante magari i genitori ce la mettono tutta, non fanno quello che dovrebbero fare e vivono come se la scuola non esistesse più. E poi ci sono i bambini abbandonati e maltrattati. Quando i genitori faticano, gli insegnanti non hanno sempre la possibilità di offrire agli allievi un accompagnamento regolare e individualizzato che il fare scuola a distanza richiederebbe, per non parlare dei bisogni di relazione, integrazione e socializzazione fuori dall’ambiente famigliare e con i pari, così importanti nei processi di sviluppo e formazione della personalità dei minori.
Più le scuole rimarranno chiuse, più rischiano di aumentare le disuguaglianze sociali e culturali, più il diritto all’educazione per tutti verrà messo in discussione, e più rischia di acuirsi l’emarginazione sociale dei bambini più vulnerabili da un punto di vista psicosociale. E se sei settimane fino all’inizio delle vacanze estive potrebbero sembrare poche, anche se per molti casi non lo sono, chi ci garantisce che in autunno sarà tutto tornato come prima? Vogliamo rischiare che alle 13 settimane di scuola in aula perse fino a giugno se ne aggiungano ancora diverse altre in autunno?

Il prezzo della crisi
Le conseguenze economiche e sociali di questa crisi sanitaria la pagheranno anche e soprattutto le nuove generazioni. È oramai certo che nei prossimi mesi e anni vivremo una delle più grandi recessioni nella storia del capitalismo. Tra crisi socioeconomica e crisi climatica noi adulti rischiamo di consegnare alle nuove generazioni un mondo che potrebbe essere molto più difficile, duro e spietato del mondo nel quale abbiamo potuto vivere noi. In nome della solidarietà e del diritto alla vita, alla cura e alla salute di tutti, in particolare delle persone più anziane, vulnerabili e a rischio di contrarre il Covid-19 nelle sue conseguenze più tragiche, abbiamo deciso giustamente di rimanere in casa e chiudere un mondo. Ma d’ora in poi, nella ricostruzione del mondo che verrà, bisognerà anche e soprattutto saper garantire alle persone più giovani, quelle meno a rischio di contrarre il Covid-19 ma che vivranno per più tempo nel nuovo mondo, quelle che ne pagheranno di più le conseguenze senza averne colpa, il diritto alla scuola, alla formazione, all’educazione e alla socializzazione, perlomeno il diritto di poter uscire di casa anche loro.


P.S.: l’apertura delle scuole in nome dell’equità e del diritto di ogni bambino a ricevere un’educazione adeguata è la posizione della Task Force Scientifica Nazionale Covid-19, che ha dato il suo consenso al Consiglio federale per l’apertura delle scuole dell’obbligo.


venerdì 19 aprile 2019

L'attacco contro i giovani


Negli ultimi tempi si susseguono gli attacchi da parte di un certo “mondo degli adulti” contro i giovani che scendono in piazza per chiedere un futuro migliore, o per poter perlomeno sperare in un “futuro minimamente sopportabile” su questa terra.



Le tattiche messe in atto in questa “guerra simbolica” sono molteplici: attacchi personali, accuse d’incoerenza tra quanto viene affermato e gli stili di vita personali, messa in dubbio delle “buone intenzioni” di chi scende in piazza; utilizzo di fake news, pregiudizi e post-verità.

Questo processo è funzionale alla costruzione di una narrazione e di una rappresentazione simbolica volta a delegittimare e ridurre al silenzio l’avversario, affinché noi adulti non dobbiamo più sentirci costretti a rispondere alle domande di cambiamento sociale, politico e culturale dei giovani.

Lo scopo finale di questa strategia è fare in modo che nulla (o poco) cambi, affinché si possa continuare a vivere come abbiamo sempre fatto. Vengono così negate le responsabilità da parte degli adulti di consegnare un “mondo minimamente sopportabile” ai nostri figli e alle future generazioni.


“Greta è manipolata!”


Nella strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio le richieste da parte dei giovani di un “futuro minimamente sopportabile”, vi sono gli attacchi personali contro Greta Thunberg.

Tra questi, uno dei più diffusi è che la giovane attivista svedese sarebbe manovrata dal mondo degli adulti per motivi economici e di successo personale e famigliare (il “marchio Greta Thunberg” creerebbe profitto), o persino politici (le “caste al potere” utilizzerebbero Greta per spostare l’attenzione delle persone comuni dai “veri problemi della gente”). In ogni caso, Greta non si “sarebbe fatta da sé”, ma ciò che dice, crede e pensa le sarebbe stato “messo in testa” da “adulti manipolatori”.

Innanzitutto, sostenere che l’attivista svedese non “pensi con la propria testa” e agisca in maniera “non autonoma”, significa giudicarla, in maniera implica o esplicita, come una ragazza stupida e ingenua, il che rimane tutto da dimostrare (i dati che conosciamo della sua biografia tendono a mostrare l’esatto contrario).

Al di là di questo, ciò che emerge da questa narrazione e rappresentazione “contro Greta e i giovani” è un dato di partenza irrazionale, e quindi ideologico e funzionale alla strategia di potere delle vere lobby politiche ed economiche che vogliono l’egemonia sul mondo. Le critiche a coloro che scendono in piazza per il clima servono infatti a nascondere e a far dimenticare i veri interessi in gioco, ad esempio quelli dell’industria petrolifera e automobilistica (i cui rappresentanti politici e mediatici a livello globale, nazionale e locale non sarebbero invece manipolabili e manipolati?) il cui scopo, in nome di profitti milionari e interessi geopolitici internazionali,  è quello di evitare o ritardare il più possibile il passaggio dalla “benzina” a “energie più pulite”.

Ma l’importante è promuovere e far circolare attacchi personali a Greta e ai giovani che si stanno mobilitando, e questo per non dover prendere coscienza dei dati scientifici sul surriscaldamento globale, e non dover rispondere alle domande di un “futuro minimamente sopportabile” delle nuove generazioni. Come dice il proverbio: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Peccato che gli stolti che si fanno manipolare non siano i giovani come Greta.


“Si fanno portare a scuola col SUV!”


Gli attacchi contro i giovani, per essere funzionali alla strategia che intende negare qualsiasi possibilità di cambiamento sociale, politico e culturale, non possono essere rivolti solo contro Greta Thunberg. Bisogna infatti tentare di delegittimare e denigrare tutti quei giovani che osano alzare la loro voce.

Si rendono così virali messaggi che mettono in dubbio la coerenza e l’autenticità di chi scende in piazza: “si fanno portare a scuola dalla mamma col Suv!”, “vanno in vacanza in aereo!”, “durante le manifestazioni buttano per terra la spazzatura!”, “non sanno neanche per cosa si sta manifestando!”, “in fondo non gliene frega niente!”, e così via.

La tattica è la seguente: si pronunciano innanzitutto affermazioni che non sono dimostrate dai dati di fatto. Ma è vero che i giovani che scendono in piazza si fanno portare a scuola dalla mamma col SUV? È vero che vanno in vacanza con l’aereo? È vero che buttano la spazzatura per terra? È vero che non sanno neanche per cosa si sta manifestando? È vero che in fondo non gliene frega niente? E se sì, quanti sono questi giovani (e per quante volte), sulle migliaia e migliaia di giovani che si stanno mobilitando? A queste domande non bisogna dare risposta, non bisogna neanche porsele.

Le affermazioni vengono così generalizzate e possono trasformarsi in pregiudizi, funzionali alla narrazione e alla rappresentazione che non intende affrontare i dati di fatto e i problemi del cambiamento climatico: “quei giovani sono (quasi) tutti così, idealisti incoerenti, ingenui manipolati o menefreghisti, immaturi e un po’ rompiscatole…”. Avendo spostato l’attenzione su un’immagine stereotipata, pregiudizievole e falsificata dei giovani d’oggi, non si parla più di come affrontare personalmente, socialmente, culturalmente e politicamente le potenziali catastrofi climatiche globali e locali che s’intravvedono all’orizzonte.

Questa immagine dei giovani permette infatti al mondo degli adulti di dirsi: “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi, sono semmai solo più ingenui ed illusi di noi!”.  Ed ecco che in coscienza, volendo e senza farsi troppi problemi, possiamo continuare “a portare a scuola i nostri figli col SUV”, tanto non cambierà mai nulla, almeno per noi. Su come sarà invece il mondo quando i nostri figli e le nuove generazioni prenderanno il nostro posto, l’importante è riuscire a non pensarci.


Pensare, volere e agire il futuro


Magari bisognerebbe iniziare ad analizzare non solo il “mondo dei giovani”, ma anche il “mondo degli adulti”, e chiedersi perché per gli adulti (o per una parte di loro) l’immagine dei giovani sia sempre negativa. Solitamente i giovani ci appaiono come degli “sdraiati”, svogliati e senza interessi. Ora invece anche come coloro che hanno voglia di mobilitarsi per una causa. Per entrambe le rappresentazioni, per qualcuno comunque sembra che “non vadano mai bene”.

Probabilmente quando gli adulti si costruiscono un’immagine dei giovani, non stanno parlando veramente delle nuove generazioni, ma di loro stessi e della società degli adulti, così come quando un genitore pensa al proprio figlio potrebbe non vedere altro che la sua immagine di sé che ha proiettato su di lui.

Può essere utile partire da dei dati di fatto. Il futuro sarà con ogni probabilità molto meno “sopportabile” del presente, in particolare per le nuove generazioni: il clima, il problema delle pensioni, il crescere dei costi della salute, l’automatizzazione dei processi lavorativi, e così via. Rischiamo quindi di consegnare ai posteri una società peggiore di quella di cui gli adulti possono e hanno potuto beneficiare. Saranno i giovani a pagarci le pensioni e le cure mediche, saranno i giovani che faranno più fatica a trovare un posto di lavoro, saranno loro a vivere in un ambiente naturale distrutto dalle generazioni precedenti.

Per costruire un mondo “minimamente sopportabile” per chi vivrà dopo di noi, per affrontare e tentare di risolvere i problemi che si stagliano all’orizzonte, bisognerebbe innanzitutto iniziare a pensare, credere e volere che “un futuro sia possibile”. La risposta non può essere solo individuale, fondata unicamente sulla coerenza etica del singolo disposto a seguire uno stile di vita rispettoso ad esempio dell’impatto ambientale nei suoi comportamenti. La risposta deve essere collettiva, sociale e culturale, e non solo “morale”, e quindi profondamente “politica”, se per politica s’intende la costruzione, in nome del bene comune, di un senso dello stare insieme per noi e per le future generazioni.

Affinché ciò sia possibile, bisogna sovvertire il presente, bisogna spezzare e trasformare l’attuale sistema sociale, politico e culturale che pensa, vuole e agisce solo per il “qui e ora”. Significa oltrepassare l’individualismo imperante che crede che il benessere e il senso dello stare nel mondo risieda unicamente nella richiesta di soddisfazione dei propri desideri nel tempo presente. Significa andare al di là della narrazione del “sovranismo delle piccole patrie”, che, con la costruzione dei suoi muri mentali, fisici e simbolici, ci illude dicendoci che l’unica promessa di felicità possibile risiederebbe nella difesa egoistica dei nostri interessi personali e particolari. Significa prendere coscienza che non siamo immortali né saremo giovani per sempre, ma siamo esseri finiti e mortali la cui libertà più profonda risiede nella possibilità di trasformare il mondo per coloro che saranno dopo di noi.

I giovani che si stanno mobilitando al momento non stanno attaccando il “mondo degli adulti”. Stanno invece lanciando un appello alle vecchie generazioni affinché si faccia qualcosa per loro. Attaccare invece i giovani per quello che stanno tentando di fare vuol dire negare la fiducia che stanno riponendo in noi. La mancata risposta al loro appello segnerebbe la distruzione del patto intergenerazionale che ci è stato chiesto di sottoscrivere. Se così fosse, l’unica via d’uscita giusta e giustificata sarebbe il conflitto sociale intergenerazionale, nel quale la ragione non potrà che essere dalla loro parte.

Ma esiste un rischio ben peggiore, la vittoria dell’indifferenza. Ritornerebbe così a risuonare il ritornello del cinismo, “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi”. Così tutti uguali, giovani e adulti, potremo tranquillamente tornare a tentare di soddisfare i nostri interessi e i nostri desideri individuali nel qui e ora, “sdraiati” e impauriti a costruire muri che negano l’Altro e la possibilità di un futuro.


domenica 17 dicembre 2017

Remedies – Antidoto a te stesso






Gwenstival 3 ottobre 2017

http://www.radiogwen.ch/remedies-antidoto-a-te-stesso/

Trasmissione sonora vagamente filosofeggiante. Ogni giorno insieme ad un ospite presentiamo una puntata in cui capiamo come la musica si pone come antidoto.

Conduce Laura Melera, ospite della trasmissione Giona Mattei.

A cura di Chiara Spata, Laura Melera, Alice Nicotra, Sebastiano Marvin e Alan Alpenfelt.