lunedì 1 marzo 2021
Il virus tra dittatura e democrazia
venerdì 5 febbraio 2021
G. Mattei, "Disumanizzare le persone. Stereotipi e pregiudizi sui profughi in Svizzera e in Europa", in N. Emery (a cura di), Potere e pregiudizio. Filosofia versus xenofobia, Mimesis editore, Milano 2021.
Queste rappresentazioni e narrazioni sono funzionali alla costruzione e al mantenimento di un’egemonia sociale, culturale e politica che riattualizza i nazionalismi degli stati moderni e suddivide il mondo tra chi ha il privilegio e beneficia dei rispettivi diritti di poter stare dalla parte del “noi”, e chi rischia invece di non aver alcun diritto, se non quelli che gli vengono concessi dal “potere del noi”.
Questa egemonia e questi processi di disumanizzazione dell’alterità producono conseguenze psicologiche, morali, sociali e politiche. “Loro”, i profughi in particolare e i migranti in generale, percepiti, vissuti e pensati come degli “esseri non umani come noi”, che hanno meno diritti di noi (o non ne hanno del tutto), possono così essere respinti ed esclusi, rinchiusi, espulsi e lasciati morire senza che ci si senta responsabili nei loro confronti, né come individui né come società."
I contributi raccolti in questo libro ruotano attorno a un'ipotesi di fondo: la Teoria critica prosegue e si rinnova oggi anche nella decostruzione delle discriminazioni di genere, di orientamento sessuale, di razza e di specie. Impegnatasi in maniera pionieristica sui temi della genesi critica dell'antisemitismo e della personalità autoritaria, essa ha contribuito - con i lavori di Horkheimer, Adorno, Fromm e Löwenthal - a scardinare i pregiudizi distruttivi e ad aprire la via della rivendicazione dei diritti delle differenze, poi al centro di orientamenti di pensiero cardinali - come il femminismo, i Gender studies, gli studi post-coloniali, l'animalismo. D'altra parte, lo "psicologismo" caratterizzante la diagnosi classico-francofortese dell'accecamento xenofobo, definito in termini di "proiezione morbosa" e di "paranoia", per quanto lungimirante non è assunto in termini riduzionistici. Il rapporto fra potere e pregiudizio disegna un minaccioso circolo vizioso a più fattori, che il presente libro contribuisce a indagare e a smontare in tutta la sua estensione.
Acquistabile online:mercoledì 3 febbraio 2021
Se l’11 maggio quasi tutto il “mondo degli adulti” aprirà, perché la scuola non dovrebbe poter aprire?
(da LaRegione del 5 maggio 2020)
Chi scrive non è né virologo né epidemiologo. I dati e la letteratura scientifica ci dicono però che i bambini, tranne quelli con patologie pregresse, si ammalano molto meno di Covid-19 degli adulti e degli anziani, e se si ammalano il decorso della malattia è molto più lieve. I bambini rispetto agli adulti e agli anziani sono molto meno a rischio. Ma allora perché non aprire le scuole? Non si può né si vuole qui entrare nel dibattito sulla potenziale contagiosità dei bambini nei confronti degli adulti, che per taluni esiste, mentre per altri è più ridotto o quasi del tutto inesistente. Una domanda però non può non essere posta: se l’11 maggio quasi tutto il “mondo degli adulti” aprirà, perché la scuola non dovrebbe poter aprire? È forse dimostrato che il rischio di contagio su cantieri, trasporti pubblici, in bar e ristoranti che saranno sempre più affollati è minore che a scuola? Ma allora perché voler applicare il principio di precauzione al “mondo dei bambini”, tenendo le scuole chiuse, e non ad altri ambiti del “mondo degli adulti” magari molto a più a rischio di trasmissione del contagio? Non sarebbe questa una negazione dei diritti dei bambini e discriminatorio nei loro confronti?
Le conseguenze economiche e sociali di questa crisi sanitaria la pagheranno anche e soprattutto le nuove generazioni. È oramai certo che nei prossimi mesi e anni vivremo una delle più grandi recessioni nella storia del capitalismo. Tra crisi socioeconomica e crisi climatica noi adulti rischiamo di consegnare alle nuove generazioni un mondo che potrebbe essere molto più difficile, duro e spietato del mondo nel quale abbiamo potuto vivere noi. In nome della solidarietà e del diritto alla vita, alla cura e alla salute di tutti, in particolare delle persone più anziane, vulnerabili e a rischio di contrarre il Covid-19 nelle sue conseguenze più tragiche, abbiamo deciso giustamente di rimanere in casa e chiudere un mondo. Ma d’ora in poi, nella ricostruzione del mondo che verrà, bisognerà anche e soprattutto saper garantire alle persone più giovani, quelle meno a rischio di contrarre il Covid-19 ma che vivranno per più tempo nel nuovo mondo, quelle che ne pagheranno di più le conseguenze senza averne colpa, il diritto alla scuola, alla formazione, all’educazione e alla socializzazione, perlomeno il diritto di poter uscire di casa anche loro.
P.S.: l’apertura delle scuole in nome dell’equità e del diritto di ogni bambino a ricevere un’educazione adeguata è la posizione della Task Force Scientifica Nazionale Covid-19, che ha dato il suo consenso al Consiglio federale per l’apertura delle scuole dell’obbligo.
venerdì 19 aprile 2019
L'attacco contro i giovani
Innanzitutto, sostenere che l’attivista svedese non “pensi con la propria testa” e agisca in maniera “non autonoma”, significa giudicarla, in maniera implica o esplicita, come una ragazza stupida e ingenua, il che rimane tutto da dimostrare (i dati che conosciamo della sua biografia tendono a mostrare l’esatto contrario).
Al di là di questo, ciò che emerge da questa narrazione e rappresentazione “contro Greta e i giovani” è un dato di partenza irrazionale, e quindi ideologico e funzionale alla strategia di potere delle vere lobby politiche ed economiche che vogliono l’egemonia sul mondo. Le critiche a coloro che scendono in piazza per il clima servono infatti a nascondere e a far dimenticare i veri interessi in gioco, ad esempio quelli dell’industria petrolifera e automobilistica (i cui rappresentanti politici e mediatici a livello globale, nazionale e locale non sarebbero invece manipolabili e manipolati?) il cui scopo, in nome di profitti milionari e interessi geopolitici internazionali, è quello di evitare o ritardare il più possibile il passaggio dalla “benzina” a “energie più pulite”.
Ma l’importante è promuovere e far circolare attacchi personali a Greta e ai giovani che si stanno mobilitando, e questo per non dover prendere coscienza dei dati scientifici sul surriscaldamento globale, e non dover rispondere alle domande di un “futuro minimamente sopportabile” delle nuove generazioni. Come dice il proverbio: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Peccato che gli stolti che si fanno manipolare non siano i giovani come Greta.
Si rendono così virali messaggi che mettono in dubbio la coerenza e l’autenticità di chi scende in piazza: “si fanno portare a scuola dalla mamma col Suv!”, “vanno in vacanza in aereo!”, “durante le manifestazioni buttano per terra la spazzatura!”, “non sanno neanche per cosa si sta manifestando!”, “in fondo non gliene frega niente!”, e così via.
La tattica è la seguente: si pronunciano innanzitutto affermazioni che non sono dimostrate dai dati di fatto. Ma è vero che i giovani che scendono in piazza si fanno portare a scuola dalla mamma col SUV? È vero che vanno in vacanza con l’aereo? È vero che buttano la spazzatura per terra? È vero che non sanno neanche per cosa si sta manifestando? È vero che in fondo non gliene frega niente? E se sì, quanti sono questi giovani (e per quante volte), sulle migliaia e migliaia di giovani che si stanno mobilitando? A queste domande non bisogna dare risposta, non bisogna neanche porsele.
Le affermazioni vengono così generalizzate e possono trasformarsi in pregiudizi, funzionali alla narrazione e alla rappresentazione che non intende affrontare i dati di fatto e i problemi del cambiamento climatico: “quei giovani sono (quasi) tutti così, idealisti incoerenti, ingenui manipolati o menefreghisti, immaturi e un po’ rompiscatole…”. Avendo spostato l’attenzione su un’immagine stereotipata, pregiudizievole e falsificata dei giovani d’oggi, non si parla più di come affrontare personalmente, socialmente, culturalmente e politicamente le potenziali catastrofi climatiche globali e locali che s’intravvedono all’orizzonte.
Questa immagine dei giovani permette infatti al mondo degli adulti di dirsi: “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi, sono semmai solo più ingenui ed illusi di noi!”. Ed ecco che in coscienza, volendo e senza farsi troppi problemi, possiamo continuare “a portare a scuola i nostri figli col SUV”, tanto non cambierà mai nulla, almeno per noi. Su come sarà invece il mondo quando i nostri figli e le nuove generazioni prenderanno il nostro posto, l’importante è riuscire a non pensarci.
Magari bisognerebbe iniziare ad analizzare non solo il “mondo dei giovani”, ma anche il “mondo degli adulti”, e chiedersi perché per gli adulti (o per una parte di loro) l’immagine dei giovani sia sempre negativa. Solitamente i giovani ci appaiono come degli “sdraiati”, svogliati e senza interessi. Ora invece anche come coloro che hanno voglia di mobilitarsi per una causa. Per entrambe le rappresentazioni, per qualcuno comunque sembra che “non vadano mai bene”.
Probabilmente quando gli adulti si costruiscono un’immagine dei giovani, non stanno parlando veramente delle nuove generazioni, ma di loro stessi e della società degli adulti, così come quando un genitore pensa al proprio figlio potrebbe non vedere altro che la sua immagine di sé che ha proiettato su di lui.
Può essere utile partire da dei dati di fatto. Il futuro sarà con ogni probabilità molto meno “sopportabile” del presente, in particolare per le nuove generazioni: il clima, il problema delle pensioni, il crescere dei costi della salute, l’automatizzazione dei processi lavorativi, e così via. Rischiamo quindi di consegnare ai posteri una società peggiore di quella di cui gli adulti possono e hanno potuto beneficiare. Saranno i giovani a pagarci le pensioni e le cure mediche, saranno i giovani che faranno più fatica a trovare un posto di lavoro, saranno loro a vivere in un ambiente naturale distrutto dalle generazioni precedenti.
Per costruire un mondo “minimamente sopportabile” per chi vivrà dopo di noi, per affrontare e tentare di risolvere i problemi che si stagliano all’orizzonte, bisognerebbe innanzitutto iniziare a pensare, credere e volere che “un futuro sia possibile”. La risposta non può essere solo individuale, fondata unicamente sulla coerenza etica del singolo disposto a seguire uno stile di vita rispettoso ad esempio dell’impatto ambientale nei suoi comportamenti. La risposta deve essere collettiva, sociale e culturale, e non solo “morale”, e quindi profondamente “politica”, se per politica s’intende la costruzione, in nome del bene comune, di un senso dello stare insieme per noi e per le future generazioni.
Affinché ciò sia possibile, bisogna sovvertire il presente, bisogna spezzare e trasformare l’attuale sistema sociale, politico e culturale che pensa, vuole e agisce solo per il “qui e ora”. Significa oltrepassare l’individualismo imperante che crede che il benessere e il senso dello stare nel mondo risieda unicamente nella richiesta di soddisfazione dei propri desideri nel tempo presente. Significa andare al di là della narrazione del “sovranismo delle piccole patrie”, che, con la costruzione dei suoi muri mentali, fisici e simbolici, ci illude dicendoci che l’unica promessa di felicità possibile risiederebbe nella difesa egoistica dei nostri interessi personali e particolari. Significa prendere coscienza che non siamo immortali né saremo giovani per sempre, ma siamo esseri finiti e mortali la cui libertà più profonda risiede nella possibilità di trasformare il mondo per coloro che saranno dopo di noi.
Ma esiste un rischio ben peggiore, la vittoria dell’indifferenza. Ritornerebbe così a risuonare il ritornello del cinismo, “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi”. Così tutti uguali, giovani e adulti, potremo tranquillamente tornare a tentare di soddisfare i nostri interessi e i nostri desideri individuali nel qui e ora, “sdraiati” e impauriti a costruire muri che negano l’Altro e la possibilità di un futuro.
domenica 17 dicembre 2017
Remedies – Antidoto a te stesso

Gwenstival 3 ottobre 2017
http://www.radiogwen.ch/remedies-antidoto-a-te-stesso/
Trasmissione sonora vagamente filosofeggiante. Ogni giorno insieme ad un ospite presentiamo una puntata in cui capiamo come la musica si pone come antidoto.
Conduce Laura Melera, ospite della trasmissione Giona Mattei.
A cura di Chiara Spata, Laura Melera, Alice Nicotra, Sebastiano Marvin e Alan Alpenfelt.
venerdì 26 maggio 2017
È uscito il libro che ho avuto il piacere di curare:
Michael Walzer,
Le conseguenze della guerra. Riflessioni sullo Jus post bellum, Mimesis editore, Milano 2017.
Michael Walzer insegna all’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey-USA). Si è occupato di filosofia morale, teoria politica e critica sociale. È autore di studi fondamentali sulla relazione tra guerra ed etica.
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sabato 14 gennaio 2017
Violenza e migrazione
(da Confronti, novembre 2016) 





