venerdì 5 febbraio 2021


G. Mattei, "Disumanizzare le persone. Stereotipi e pregiudizi sui profughi in Svizzera e in Europa", in N. Emery (a cura di), Potere e pregiudizio. Filosofia versus xenofobia, Mimesis editore, Milano 2021.


"Viviamo in un’epoca segnata da stereotipi e pregiudizi nei confronti dei profughi e dei migranti che giungono in Svizzera e in Europa. Questi stereotipi e pregiudizi sono radicati all’interno di rappresentazioni e narrazioni potenzialmente disumanizzanti, che identificano gli stranieri come individui “altri da noi”, spesso come “intrusi”, “invasori”, “nemici della società”, talvolta come delle “non persone” che si preferirebbe non esistessero.

Queste rappresentazioni e narrazioni sono funzionali alla costruzione e al mantenimento di un’egemonia sociale, culturale e politica che riattualizza i nazionalismi degli stati moderni e suddivide il mondo tra chi ha il privilegio e beneficia dei rispettivi diritti di poter stare dalla parte del “noi”, e chi rischia invece di non aver alcun diritto, se non quelli che gli vengono concessi dal “potere del noi”.

Questa egemonia e questi processi di disumanizzazione dell’alterità producono conseguenze psicologiche, morali, sociali e politiche. “Loro”, i profughi in particolare e i migranti in generale, percepiti, vissuti e pensati come degli “esseri non umani come noi”, che hanno meno diritti di noi (o non ne hanno del tutto), possono così essere respinti ed esclusi, rinchiusi, espulsi e lasciati morire senza che ci si senta responsabili nei loro confronti, né come individui né come società."

I contributi raccolti in questo libro ruotano attorno a un'ipotesi di fondo: la Teoria critica prosegue e si rinnova oggi anche nella decostruzione delle discriminazioni di genere, di orientamento sessuale, di razza e di specie. Impegnatasi in maniera pionieristica sui temi della genesi critica dell'antisemitismo e della personalità autoritaria, essa ha contribuito - con i lavori di Horkheimer, Adorno, Fromm e Löwenthal - a scardinare i pregiudizi distruttivi e ad aprire la via della rivendicazione dei diritti delle differenze, poi al centro di orientamenti di pensiero cardinali - come il femminismo, i Gender studies, gli studi post-coloniali, l'animalismo. D'altra parte, lo "psicologismo" caratterizzante la diagnosi classico-francofortese dell'accecamento xenofobo, definito in termini di "proiezione morbosa" e di "paranoia", per quanto lungimirante non è assunto in termini riduzionistici. Il rapporto fra potere e pregiudizio disegna un minaccioso circolo vizioso a più fattori, che il presente libro contribuisce a indagare e a smontare in tutta la sua estensione.

Acquistabile online:

mercoledì 3 febbraio 2021


Il diritto alla scuola

Se l’11 maggio quasi tutto il “mondo degli adulti” aprirà, perché la scuola non dovrebbe poter aprire?


(da LaRegione del 5 maggio 2020)

La riflessione sull’opportunità o meno di aprire le scuole dell’obbligo l’11 maggio è senza dubbio complessa. Immaginare bambine e bambini nuovamente seduti sui banchi o che giocano nei cortili delle scuole può far emergere negli adulti emozioni di paura e preoccupazione. E questo è comprensibile. Chi scrive, che è padre di un bambino che frequenta le scuole elementari nonché docente delle scuole post obbligatorie, reputa però che nella situazione attuale, con le relative misure di sicurezza e protezione, le scuole dell’obbligo vadano riaperte. Non si possono né si vogliono negare gli eventuali rischi di un aumento dei contagi che un luogo di socializzazione come la scuola potrebbe portare con sé, rischi che sono comunque ancora da dimostrare. Ma la mancata riapertura può essere un’ingiustizia ben maggiore nei confronti del diritto all’educazione, alla socializzazione e alla vita delle nuove generazioni.

Se apre (quasi) tutto, perché la scuola no?
Chi scrive non è né virologo né epidemiologo. I dati e la letteratura scientifica ci dicono però che i bambini, tranne quelli con patologie pregresse, si ammalano molto meno di Covid-19 degli adulti e degli anziani, e se si ammalano il decorso della malattia è molto più lieve. I bambini rispetto agli adulti e agli anziani sono molto meno a rischio. Ma allora perché non aprire le scuole? Non si può né si vuole qui entrare nel dibattito sulla potenziale contagiosità dei bambini nei confronti degli adulti, che per taluni esiste, mentre per altri è più ridotto o quasi del tutto inesistente. Una domanda però non può non essere posta: se l’11 maggio quasi tutto il “mondo degli adulti” aprirà, perché la scuola non dovrebbe poter aprire? È forse dimostrato che il rischio di contagio su cantieri, trasporti pubblici, in bar e ristoranti che saranno sempre più affollati è minore che a scuola? Ma allora perché voler applicare il principio di precauzione al “mondo dei bambini”, tenendo le scuole chiuse, e non ad altri ambiti del “mondo degli adulti” magari molto a più a rischio di trasmissione del contagio? Non sarebbe questa una negazione dei diritti dei bambini e discriminatorio nei loro confronti?

Il bisogno e il diritto alla socializzazione
È probabile che dall’11 maggio ci saranno sempre più adulti che lavoreranno, andranno per negozi, frequenteranno bar e ristoranti nelle piazze cittadine e di paese. Avranno la possibilità di comunicare con amici e colleghi, all’interno di un mondo nel quale le relazioni personali e sociali saranno sempre più frequenti e numerose, anche se, si spera, con le dovute distanze. E i bambini? I parchi giochi, i campetti, i luoghi di ritrovo dei bambini per evitare assembramenti rimarranno con ogni probabilità chiusi o ne sarà limitato l’accesso. Se non potranno andare a scuola, allora i bambini, mentre il “mondo degli adulti esce”, rischiano di essere costretti a continuare a rimanere chiusi in casa. E i bambini più piccoli con i genitori che dovranno lavorare sempre di più con chi staranno? Verranno organizzati dei servizi di accudimento nei quali i bambini saranno sempre di più? E i bambini più grandi, che possono già girare da soli, non rischiano di ritrovarsi in giro tra pari in assembramenti sempre più numerosi? Ma allora non sarebbe meglio mandarli a scuola? Negare per mesi il bisogno e il diritto alla socializzazione del “mondo dei bambini”, a poter comunicare, giocare, entrare in relazione con i propri pari, può creare in particolare nei bambini più fragili e vulnerabili dei seri problemi per la loro salute psicologica, il loro sviluppo, la loro crescita.

L’aumento delle disuguaglianze e dell’emarginazione sociale
Ci sono bambini che stanno vivendo più o meno bene l’insegnamento a distanza. Molti probabilmente se la cavano. Diversi però probabilmente non ce la fanno. Magari hanno genitori che non hanno le competenze sociali e culturali per seguirli, aiutarli e sostenerli. Oppure mamma e papà devono seguire anche i fratelli e le sorelle, magari devono pure lavorare in casa e fuori casa, e magari non hanno a disposizione tutti i mezzi tecnologici necessari. Oppure mamma e papà litigano di continuo, e magari papà picchia la mamma. E poi ci sono bambini che per i loro problemi di salute e sviluppo necessitano di un’educazione speciale. E bambini più grandi che, nonostante magari i genitori ce la mettono tutta, non fanno quello che dovrebbero fare e vivono come se la scuola non esistesse più. E poi ci sono i bambini abbandonati e maltrattati. Quando i genitori faticano, gli insegnanti non hanno sempre la possibilità di offrire agli allievi un accompagnamento regolare e individualizzato che il fare scuola a distanza richiederebbe, per non parlare dei bisogni di relazione, integrazione e socializzazione fuori dall’ambiente famigliare e con i pari, così importanti nei processi di sviluppo e formazione della personalità dei minori.
Più le scuole rimarranno chiuse, più rischiano di aumentare le disuguaglianze sociali e culturali, più il diritto all’educazione per tutti verrà messo in discussione, e più rischia di acuirsi l’emarginazione sociale dei bambini più vulnerabili da un punto di vista psicosociale. E se sei settimane fino all’inizio delle vacanze estive potrebbero sembrare poche, anche se per molti casi non lo sono, chi ci garantisce che in autunno sarà tutto tornato come prima? Vogliamo rischiare che alle 13 settimane di scuola in aula perse fino a giugno se ne aggiungano ancora diverse altre in autunno?

Il prezzo della crisi
Le conseguenze economiche e sociali di questa crisi sanitaria la pagheranno anche e soprattutto le nuove generazioni. È oramai certo che nei prossimi mesi e anni vivremo una delle più grandi recessioni nella storia del capitalismo. Tra crisi socioeconomica e crisi climatica noi adulti rischiamo di consegnare alle nuove generazioni un mondo che potrebbe essere molto più difficile, duro e spietato del mondo nel quale abbiamo potuto vivere noi. In nome della solidarietà e del diritto alla vita, alla cura e alla salute di tutti, in particolare delle persone più anziane, vulnerabili e a rischio di contrarre il Covid-19 nelle sue conseguenze più tragiche, abbiamo deciso giustamente di rimanere in casa e chiudere un mondo. Ma d’ora in poi, nella ricostruzione del mondo che verrà, bisognerà anche e soprattutto saper garantire alle persone più giovani, quelle meno a rischio di contrarre il Covid-19 ma che vivranno per più tempo nel nuovo mondo, quelle che ne pagheranno di più le conseguenze senza averne colpa, il diritto alla scuola, alla formazione, all’educazione e alla socializzazione, perlomeno il diritto di poter uscire di casa anche loro.


P.S.: l’apertura delle scuole in nome dell’equità e del diritto di ogni bambino a ricevere un’educazione adeguata è la posizione della Task Force Scientifica Nazionale Covid-19, che ha dato il suo consenso al Consiglio federale per l’apertura delle scuole dell’obbligo.


venerdì 19 aprile 2019

L'attacco contro i giovani


Negli ultimi tempi si susseguono gli attacchi da parte di un certo “mondo degli adulti” contro i giovani che scendono in piazza per chiedere un futuro migliore, o per poter perlomeno sperare in un “futuro minimamente sopportabile” su questa terra.



Le tattiche messe in atto in questa “guerra simbolica” sono molteplici: attacchi personali, accuse d’incoerenza tra quanto viene affermato e gli stili di vita personali, messa in dubbio delle “buone intenzioni” di chi scende in piazza; utilizzo di fake news, pregiudizi e post-verità.

Questo processo è funzionale alla costruzione di una narrazione e di una rappresentazione simbolica volta a delegittimare e ridurre al silenzio l’avversario, affinché noi adulti non dobbiamo più sentirci costretti a rispondere alle domande di cambiamento sociale, politico e culturale dei giovani.

Lo scopo finale di questa strategia è fare in modo che nulla (o poco) cambi, affinché si possa continuare a vivere come abbiamo sempre fatto. Vengono così negate le responsabilità da parte degli adulti di consegnare un “mondo minimamente sopportabile” ai nostri figli e alle future generazioni.


“Greta è manipolata!”


Nella strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio le richieste da parte dei giovani di un “futuro minimamente sopportabile”, vi sono gli attacchi personali contro Greta Thunberg.

Tra questi, uno dei più diffusi è che la giovane attivista svedese sarebbe manovrata dal mondo degli adulti per motivi economici e di successo personale e famigliare (il “marchio Greta Thunberg” creerebbe profitto), o persino politici (le “caste al potere” utilizzerebbero Greta per spostare l’attenzione delle persone comuni dai “veri problemi della gente”). In ogni caso, Greta non si “sarebbe fatta da sé”, ma ciò che dice, crede e pensa le sarebbe stato “messo in testa” da “adulti manipolatori”.

Innanzitutto, sostenere che l’attivista svedese non “pensi con la propria testa” e agisca in maniera “non autonoma”, significa giudicarla, in maniera implica o esplicita, come una ragazza stupida e ingenua, il che rimane tutto da dimostrare (i dati che conosciamo della sua biografia tendono a mostrare l’esatto contrario).

Al di là di questo, ciò che emerge da questa narrazione e rappresentazione “contro Greta e i giovani” è un dato di partenza irrazionale, e quindi ideologico e funzionale alla strategia di potere delle vere lobby politiche ed economiche che vogliono l’egemonia sul mondo. Le critiche a coloro che scendono in piazza per il clima servono infatti a nascondere e a far dimenticare i veri interessi in gioco, ad esempio quelli dell’industria petrolifera e automobilistica (i cui rappresentanti politici e mediatici a livello globale, nazionale e locale non sarebbero invece manipolabili e manipolati?) il cui scopo, in nome di profitti milionari e interessi geopolitici internazionali,  è quello di evitare o ritardare il più possibile il passaggio dalla “benzina” a “energie più pulite”.

Ma l’importante è promuovere e far circolare attacchi personali a Greta e ai giovani che si stanno mobilitando, e questo per non dover prendere coscienza dei dati scientifici sul surriscaldamento globale, e non dover rispondere alle domande di un “futuro minimamente sopportabile” delle nuove generazioni. Come dice il proverbio: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Peccato che gli stolti che si fanno manipolare non siano i giovani come Greta.


“Si fanno portare a scuola col SUV!”


Gli attacchi contro i giovani, per essere funzionali alla strategia che intende negare qualsiasi possibilità di cambiamento sociale, politico e culturale, non possono essere rivolti solo contro Greta Thunberg. Bisogna infatti tentare di delegittimare e denigrare tutti quei giovani che osano alzare la loro voce.

Si rendono così virali messaggi che mettono in dubbio la coerenza e l’autenticità di chi scende in piazza: “si fanno portare a scuola dalla mamma col Suv!”, “vanno in vacanza in aereo!”, “durante le manifestazioni buttano per terra la spazzatura!”, “non sanno neanche per cosa si sta manifestando!”, “in fondo non gliene frega niente!”, e così via.

La tattica è la seguente: si pronunciano innanzitutto affermazioni che non sono dimostrate dai dati di fatto. Ma è vero che i giovani che scendono in piazza si fanno portare a scuola dalla mamma col SUV? È vero che vanno in vacanza con l’aereo? È vero che buttano la spazzatura per terra? È vero che non sanno neanche per cosa si sta manifestando? È vero che in fondo non gliene frega niente? E se sì, quanti sono questi giovani (e per quante volte), sulle migliaia e migliaia di giovani che si stanno mobilitando? A queste domande non bisogna dare risposta, non bisogna neanche porsele.

Le affermazioni vengono così generalizzate e possono trasformarsi in pregiudizi, funzionali alla narrazione e alla rappresentazione che non intende affrontare i dati di fatto e i problemi del cambiamento climatico: “quei giovani sono (quasi) tutti così, idealisti incoerenti, ingenui manipolati o menefreghisti, immaturi e un po’ rompiscatole…”. Avendo spostato l’attenzione su un’immagine stereotipata, pregiudizievole e falsificata dei giovani d’oggi, non si parla più di come affrontare personalmente, socialmente, culturalmente e politicamente le potenziali catastrofi climatiche globali e locali che s’intravvedono all’orizzonte.

Questa immagine dei giovani permette infatti al mondo degli adulti di dirsi: “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi, sono semmai solo più ingenui ed illusi di noi!”.  Ed ecco che in coscienza, volendo e senza farsi troppi problemi, possiamo continuare “a portare a scuola i nostri figli col SUV”, tanto non cambierà mai nulla, almeno per noi. Su come sarà invece il mondo quando i nostri figli e le nuove generazioni prenderanno il nostro posto, l’importante è riuscire a non pensarci.


Pensare, volere e agire il futuro


Magari bisognerebbe iniziare ad analizzare non solo il “mondo dei giovani”, ma anche il “mondo degli adulti”, e chiedersi perché per gli adulti (o per una parte di loro) l’immagine dei giovani sia sempre negativa. Solitamente i giovani ci appaiono come degli “sdraiati”, svogliati e senza interessi. Ora invece anche come coloro che hanno voglia di mobilitarsi per una causa. Per entrambe le rappresentazioni, per qualcuno comunque sembra che “non vadano mai bene”.

Probabilmente quando gli adulti si costruiscono un’immagine dei giovani, non stanno parlando veramente delle nuove generazioni, ma di loro stessi e della società degli adulti, così come quando un genitore pensa al proprio figlio potrebbe non vedere altro che la sua immagine di sé che ha proiettato su di lui.

Può essere utile partire da dei dati di fatto. Il futuro sarà con ogni probabilità molto meno “sopportabile” del presente, in particolare per le nuove generazioni: il clima, il problema delle pensioni, il crescere dei costi della salute, l’automatizzazione dei processi lavorativi, e così via. Rischiamo quindi di consegnare ai posteri una società peggiore di quella di cui gli adulti possono e hanno potuto beneficiare. Saranno i giovani a pagarci le pensioni e le cure mediche, saranno i giovani che faranno più fatica a trovare un posto di lavoro, saranno loro a vivere in un ambiente naturale distrutto dalle generazioni precedenti.

Per costruire un mondo “minimamente sopportabile” per chi vivrà dopo di noi, per affrontare e tentare di risolvere i problemi che si stagliano all’orizzonte, bisognerebbe innanzitutto iniziare a pensare, credere e volere che “un futuro sia possibile”. La risposta non può essere solo individuale, fondata unicamente sulla coerenza etica del singolo disposto a seguire uno stile di vita rispettoso ad esempio dell’impatto ambientale nei suoi comportamenti. La risposta deve essere collettiva, sociale e culturale, e non solo “morale”, e quindi profondamente “politica”, se per politica s’intende la costruzione, in nome del bene comune, di un senso dello stare insieme per noi e per le future generazioni.

Affinché ciò sia possibile, bisogna sovvertire il presente, bisogna spezzare e trasformare l’attuale sistema sociale, politico e culturale che pensa, vuole e agisce solo per il “qui e ora”. Significa oltrepassare l’individualismo imperante che crede che il benessere e il senso dello stare nel mondo risieda unicamente nella richiesta di soddisfazione dei propri desideri nel tempo presente. Significa andare al di là della narrazione del “sovranismo delle piccole patrie”, che, con la costruzione dei suoi muri mentali, fisici e simbolici, ci illude dicendoci che l’unica promessa di felicità possibile risiederebbe nella difesa egoistica dei nostri interessi personali e particolari. Significa prendere coscienza che non siamo immortali né saremo giovani per sempre, ma siamo esseri finiti e mortali la cui libertà più profonda risiede nella possibilità di trasformare il mondo per coloro che saranno dopo di noi.

I giovani che si stanno mobilitando al momento non stanno attaccando il “mondo degli adulti”. Stanno invece lanciando un appello alle vecchie generazioni affinché si faccia qualcosa per loro. Attaccare invece i giovani per quello che stanno tentando di fare vuol dire negare la fiducia che stanno riponendo in noi. La mancata risposta al loro appello segnerebbe la distruzione del patto intergenerazionale che ci è stato chiesto di sottoscrivere. Se così fosse, l’unica via d’uscita giusta e giustificata sarebbe il conflitto sociale intergenerazionale, nel quale la ragione non potrà che essere dalla loro parte.

Ma esiste un rischio ben peggiore, la vittoria dell’indifferenza. Ritornerebbe così a risuonare il ritornello del cinismo, “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi”. Così tutti uguali, giovani e adulti, potremo tranquillamente tornare a tentare di soddisfare i nostri interessi e i nostri desideri individuali nel qui e ora, “sdraiati” e impauriti a costruire muri che negano l’Altro e la possibilità di un futuro.


domenica 17 dicembre 2017

Remedies – Antidoto a te stesso






Gwenstival 3 ottobre 2017

http://www.radiogwen.ch/remedies-antidoto-a-te-stesso/

Trasmissione sonora vagamente filosofeggiante. Ogni giorno insieme ad un ospite presentiamo una puntata in cui capiamo come la musica si pone come antidoto.

Conduce Laura Melera, ospite della trasmissione Giona Mattei.

A cura di Chiara Spata, Laura Melera, Alice Nicotra, Sebastiano Marvin e Alan Alpenfelt.

venerdì 26 maggio 2017


È uscito il libro che ho avuto il piacere di curare:

Michael Walzer, 
Le conseguenze della guerra. Riflessioni sullo Jus post bellum, Mimesis editore, Milano 2017.

Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Di fronte al caos geopolitico internazionale e alle odierne tragedie umanitarie, le conseguenze delle guerre contemporanee fino a che punto mettono in crisi l'idea che certe guerre possano essere giustificabili?
Michael Walzer, uno dei massimi pensatori contemporanei dell’idea di guerra giusta, nel suo testo "Le conseguenze della guerra" indica quali dovrebbero essere le responsabilità politiche e morali delle nazioni vincitrici al termine di un conflitto.

Come sottolineato nel saggio critico di Giona Mattei che accompagna lo scritto di Walzer, contestualizzare le pagine dell'intellettuale americano nell'attuale scenario politico globale solleva interrogativi su quanto la nozione di "guerra giusta" abbia contribuito alla legittimazione morale delle politiche di egemonia imperialista. 
D'altra parte, in certi casi, di fronte alle sofferenze e alle uccisioni di civili innocenti, non sarebbe giustificato ancora oggi un intervento militare?

Michael Walzer insegna all’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey-USA). Si è occupato di filosofia morale, teoria politica e critica sociale. È autore di studi fondamentali sulla relazione tra guerra ed etica.



Acquistabile online:
Mimesis editore
IBS
Amazon

sabato 14 gennaio 2017

Violenza e migrazione


(da Confronti, novembre 2016) 


Vi sono due processi in atto quando la rappresentazione sociale dominante collega violenza e migrazione: la “culturalizzazione dei problemi sociali” e la “logica del capro espiatorio”.
 
Questi due processi falsificano la realtà, fomentando pregiudizi e discriminazioni nei confronti degli stranieri, e non permettono di trovare delle soluzioni praticabili a problemi sociali quali la violenza e la criminalità diffuse all’interno della nostra società.

Facciamo un esempio: se un maschio di origine svizzera dovesse picchiare la moglie, tenderemo a spiegare questo problema secondo cause psicologiche e sociali (eventuali problemi di violenza subita durante lo sviluppo, emarginazione sociale, abuso di sostanze, problemi psicologici specifici, ecc.). Se invece un maschio arabo di religione musulmana dovesse picchiare la moglie, ecco che all’interno della nostra rappresentazione sociale spiegheremo questo fenomeno quasi esclusivamente secondo cause culturali e religiose: lo fa perché è nella sua cultura. La “culturalizzazione dei problemi sociali” nasconde così le possibili cause psico-sociali della violenza, non permettendo così di analizzare (e risolvere) il problema nella sua complessità. Questo non significa beninteso che la cultura non possa avere un peso, dovrebbe però emergere solo come una delle possibili cause del problema.

Nella narrazione sociale dominante riguardante il nesso tra violenza e migrazione vi è inoltre la tendenza di dare più spazio, sui mass-media e all’interno del senso comune, alla violenza e alla criminalità di chi è “venuto da fuori”, occultando la violenza e la criminalità “interne alla nostra comunità”, creando una percezione distorta della realtà. Ad esempio, secondo i dati ufficiali riguardanti la violenza domestica in Svizzera, nel 2014 sono avvenuti all’interno di nuclei famigliari 23 omicidi (il 63.9% del totale di tutti gli omicidi in Svizzera), 39 tentativi di omicidio, 72 casi di lesioni corporali gravi, 1879 casi di lesioni corporali semplici, e questo principalmente all’interno delle “nostre famiglie”.

Si mostra qui il secondo processo in atto, la “logica del capro espiatorio”. Questa logica tende a nascondere la violenza interna alla nostra società, costruendo una narrazione dominante che coglie i problemi sociali innanzitutto in quanto “importati da fuori”, proiettando la colpa sugli altri, “su di loro”. L’essenziale è che la responsabilità del degrado e del conflitto sociale, della relativa violenza e criminalità sia innanzitutto “loro”, e mai in prima istanza “nostra”: “noi” in quanto paladini e difensori della non-violenza, del rispetto dell’uguaglianza e della dignità di ogni individuo; “loro” in quanto provenienti da una cultura subalterna perlopiù violenta, discriminatoria e irrispettosa dei diritti dell’uomo.

Negare questa logica non significa, beninteso, che “loro” siano meglio di “noi”, ma iniziare a comprendere e giudicare le persone e i problemi sociali in maniera equa, sempre che crediamo ancora che la giustizia debba essere uguale per tutti.
Ma si fa fatica ad accettare che il male sia innanzitutto interno, a sopportare la verità che gli abusanti, gli stupratori e i pedofili vivono principalmente nelle nostre famiglie, siano “uno di noi”. Ammetterlo significherebbe diventare consapevoli del fatto che il nostro sistema sociale è in sé problematico, criminale e violento, che non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che il sistema andrebbe cambiato.

Se il paradigma politico è però quello della conservazione dello status quo e della costruzione di muri che difendano la nostra tradizione, i nostri usi, costumi e valori supposti originari, e se non vi è nessuna apertura ad una visione di un futuro che possa essere migliore del qui e ora, allora agiranno i processi di “culturalizzazione dei problemi sociali” e della “logica del capro espiatorio” che criminalizzano il diverso, vedendo nello straniero la causa del problema, e mai nel sistema.

Questi processi tendono, in ultima istanza, a trasformare la violenza, i problemi e i conflitti sociali interni alla società in conflitti culturali e identitari tra “noi” e “loro”, permettendo a chi detiene o ambisce al potere di mantenerlo e/o conquistarlo, tramite iniziative quali l’espulsione dei criminali stranieri. Lo scopo ultimo, infatti, non è quello di risolvere la criminalità all’interno della nostra società, ma la costruzione e il mantenimento, grazie ad una rappresentazione falsificata della realtà, di un’egemonia politica e culturale.



sabato 9 gennaio 2016

Strategie del Terrore



(da laRegione dell'8 gennaio 2016) 





1. Incitare alla guerra

Nel documento programmatico “La gestione del caos”, scritto da Abu Bakr Naji, uno degli ideologi e degli intellettuali dell’ISIS, gli attacchi terroristici nel mondo occidentale sono (anche) pensati come un metodo per incitare i paesi occidentali a fare la guerra allo Stato Islamico.

Se decidono unicamente di intensificare i bombardamenti aerei, questo ha come conseguenza inevitabile un aumento sul terreno delle vittime civili. I cineasti dell’ISIS sono allora pronti a filmare i bambini che muoiono sotto le bombe occidentali, videoclip che, abilmente montati, saranno messi in rete per intensificare il risentimento nei confronti degli “usurpatori delle loro terre”.

Lo scopo ultimo, però, è quello di costringere i paesi occidentali a inviare delle truppe sul terreno, in modo da convincere la popolazione del Medio Oriente che ci troviamo all’interno di una guerra di civiltà, che gli occidentali non sono che dei “crociati”, degli “invasori”, degli “colonizzatori” a cui non si può che opporre una “resistenza armata di liberazione”.

Risposte a questa strategia, ad oggi: nessuna, se non l’aumento dei bombardamenti come mera prova di potenza che, in assenza di un obiettivo globale di ricostruzione del Medio Oriente, rischia di fomentare ancora di più l’odio nei confronti dell’Occidente.


2. Far costruire muri contro i rifugiati

In un comunicato emanato qualche giorno fa, l’ISIS informa che più di 4000 dei loro combattenti stanno arrivando in Europa mascherandosi da profughi.

Questa notizia è falsa. Praticamente la totalità delle persone che arrivano lo fanno per fuggire dalla guerra, dalla persecuzione dello Stato Islamico e della dittatura siriana. I nuovi adepti dell’ideologia islamo-fascista vengono infatti reclutati tra i giovani nati e cresciuti in Europa.

Ma la notizia serve a incutere paura e a provocare la costruzione di nuovi muri fisici, mentali, politici e sociali contro i profughi, innalzando così la conflittualità sociale e il risentimento nei confronti del vecchio continente.

L’Europa rischia così di mostrare il suo vero volto, come auspicato dall’ISIS: i tanto declamati diritti dell’uomo e i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà non sono che il privilegio di pochi, un’ideologia universale utile a mascherare etnocentrismo e neocolonialismo. Sarà molto più facile, allora, che i dannati della terra si rivolgano ad altre ideologie che promettono loro la liberazione su questa terra, e ancora di più in cielo.


3. Il conflitto sociale

Sempre nel documento programmatico “La gestione del caos”, gli attacchi terroristici nel mondo occidentale sono (anche) pensati come una strategia per frammentare e spezzare l’ordine sociale di un paese.

Il terrorismo, infatti, intensifica l’islamofobia, emarginando e discriminando ulteriormente i giovani musulmani che vivono in Europa o negli USA. Questo processo aumenta il terreno fertile per la propaganda dello Stato Islamico in vista del reclutamento di nuovi adepti.

Risposte a questa strategia, ad oggi: nessuna controstrategia che tenti di risolvere il problema dell’emarginazione sociale delle banlieue, ma unicamente la sospensione dello stato di diritto e la creazione di uno stato di polizia che reprime ulteriormente la devianza, fomentando ancora di più il conflitto sociale.


4. La guerra di civiltà

Al momento non ci troviamo (ancora?) all’interno di un conflitto di civiltà tra Islam e Cristianesimo, tra Oriente e Occidente, tra islamo-fascismo e liberal-democrazia.

La guerra in Medio Oriente è infatti innanzitutto, da un punto di vista culturale e religioso, una guerra interna al mondo musulmano, tra differenti interpretazioni dell’Islam, oltre che essere uno scontro tra volontà di potenza e molteplici interessi politici, economici e sociali.

Neppure il terrorismo in Europa è allo stato attuale un conflitto di civiltà: la cultura e il credo religioso della stragrande maggioranza dei musulmani europei non hanno nulla da spartire con il jihadismo fondamentalista.

Il Terrore aspira a trasformare questi diversi conflitti sociali, politici, economici e culturali in una guerra di civiltà, in una scelta, per i giovani musulmani in Medio Oriente e in Europa, tra “Noi” e “Loro”: o l’Islam o l’Occidente, o il “Regno di Dio” o la “Democrazia”.

Le parole e i simboli contano: più la società inizia a credere in queste visioni del mondo, più queste diventeranno delle rappresentazioni politiche e sociali che strutturano il nostro modo di pensare e percepire il mondo, trasformando la realtà. E così il conflitto rischia di diventare esclusivo: o di qua o di là, o con noi o con loro, e a ciascuno la sua scelta per chi valga la pena di imbracciare le armi.


5. L’ideologia dell’assoluto

Come sostengono molti scienziati sociali (tra i quali Olivier Roy e Jean-Loupe Amselle), vi sono due tipologie di giovani che aderiscono alla Jihad del terrore.

I primi sono i giovani che sono stati messi al bando dalla società, che all’interno dei loro ghetti vivono in una realtà parallela segnata dalla criminalità, dall’appartenenza a bande giovanili e dalla violenza diffusa. Stigmatizzati in quanto feccia, in assenza di futuro e di un possibile reintegro che dia loro un riconoscimento e un ruolo all’interno della società, diventano il primo terreno fertile per il reclutamento dei jihadisti.

I secondi sono i giovani delle classi medie, socializzati in questo caso non alla devianza ma alla normalità, di una normalità che vivono e percepiscono come sprovvista di valori forti, incapace di dare un senso ultimo e quindi un orientamento profondo alle loro esistenze. Il nichilismo contemporaneo come secondo terreno fertile per il reclutamento.

In un Occidente nel quale non vi è più speranza nella Salvezza e nell’Eternità, e nel quale è scomparsa la fede nelle grandi narrazioni che promettevano la liberazione al termine della Storia, nelle nostre società senza futuro né possibilità di riscatto sociale, la conversione all’Islamo-Fascismo rischia di essere l’unica possibilità di una rottura e una rivolta radicale, un’ideologia globale e antisistema in grado di ridare un nome e un senso all’assoluto.