venerdì 15 aprile 2022

Il conflitto ucraino tra pacifismo e guerra giusta

(da laRegione dell'8 marzo 2022)

Occorre domandarsi se la ‘giusta causa’ per combattere una guerra non conduca a conseguenze peggiori del male combattuto

Quasi tutti desidereremmo la pace e quasi nessuno vorrebbe mai che ci fosse una guerra. 

Esiste però un conflitto tragico tra pace e giustizia: la pace non per forza è sempre giusta, mentre talvolta la guerra, in certe situazioni e in determinati contesti, potrebbe apparirci come giusta o perlomeno giustificabile.

Anche Putin, dal suo punto di vista, potrebbe desiderare e volere la pace, la sua "pace imperiale". L’attuale governo ucraino, eletto democraticamente, avrebbe potuto cedere il potere a un nuovo governo dittatoriale imposto e voluto dalla Russia senza opporre alcuna forma di resistenza. Il cambio di regime sarebbe così potuto avvenire, idealmente, senza spargimento di sangue, in nome di una certa visione della pace, di una "pace a tutti i costi".

D’altra parte, la risposta armata da parte della nazione ucraina non è forse moralmente e giuridicamente legittima in quanto guerra di difesa della sua sovranità territoriale e di resistenza nei confronti dell’invasore?

Inoltre, il sostegno morale, politico, economico e militare da parte dell’Occidente all’Ucraina non intende forse essere anche un tentativo di bloccare sul nascere qualsiasi volontà d’espansione imperiale da parte di una potenza dittatoriale e nazionalista che nega i principi del diritto internazionale? La pace non va, in certi momenti, difesa con le armi facendo e sostenendo una guerra?

Per provare a comprendere la complessa relazione, da un punto di vista etico e politico, tra pace e giustizia, tra pacifismo e guerra giusta, può essere utile ricorrere al modello interpretativo del filosofo della morale e della politica Michael Walzer. 

Secondo l’autore americano, l’analisi della giustificabilità o meno di una guerra può essere suddivisa in tre momenti: lo "jus ad bellum", le cause per andare in guerra; lo "jus in bello", i metodi e i mezzi con i quali la guerra viene combattuta; lo "jus post bellum", l’exit strategy, ossia le condizioni di pace e giustizia al termine della guerra.

Per quanto riguarda lo "jus ad bellum", se non si crede alla "pace imperiale" desiderata da Putin, allora la violazione della sovranità territoriale ucraina e la rispettiva guerra d’aggressione e d’invasione russa non possono avere alcun tipo di giustificazione e vanno condannate senza se e senza ma. Inoltre, se non si crede alla "pace a tutti i costi", ma a valori quali la libertà, la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli, allora il diritto del popolo ucraino alla legittima difesa e alla guerra di resistenza ci può apparire legittimo e giustificabile.

Non vi sono però solo le "giuste cause" per combattere una guerra e per sostenere, da un punto di vista morale, politico, economico e militare una delle due parti in conflitto. Ciò di cui spesso ci si dimentica quando si giustifica una ""guerra giusta", o che si preferisce non vedere, sono le conseguenze reali della guerra, come il conflitto verrà combattuto, qual è il suo possibile scopo finale e come si intende porvi termine e fare la pace.

Per riprendere il pensiero di Max Weber, non esiste solo l’etica della convinzione e dei principi, ma anche l’etica della responsabilità nei confronti delle conseguenze dell’applicazione dei propri principi ideali e delle proprie convinzioni nella realtà. 

Chi sostiene il pacifismo dovrebbe così prendersi la responsabilità di scendere a patti, o perlomeno di sedersi al tavolo della trattativa, con l’aggressore, cercando di porre termine al conflitto il prima possibile, e questo non perché si giustifica l’intervento dell’invasore, ma per ridurre il più possibile le sofferenze, le vittime e le tragedie reali che la guerra porta con sé.

D’altra parte, chi continua a sostenere e giustificare la guerra di difesa e di resistenza dell’Ucraina dovrebbe prendersi anche lui le sue responsabilità. In nome dei principi della libertà, della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli quante sofferenze, vittime e tragedie reali è disposto ad accettare?

Idealmente si può continuare a sostenere che sia Putin la causa unica delle tragedie della guerra, ma realisticamente come ci poniamo di fronte a una dittatura che per raggiungere i suoi scopi pare ben disposta a mietere vittime civili e a commettere crimini di guerra infischiandosene del diritto internazionale umanitario? Crediamo che a un certo punto possa essere giustificato un "intervento umanitario" da parte degli eserciti occidentali per provare a bloccare i massacri? Con quali conseguenze? O sceglieremo di stare a guardare dopo avere sostenuto a oltranza la causa ideale di una "guerra giusta"?

Bisognerebbe infine ancora domandarsi quali siano i possibili scopi finali della guerra e come si intenda prima o poi fare la pace. Se lo scopo finale volesse essere la sconfitta di Putin sul campo di battaglia, allora bisognerebbe chiedersi se ciò possa realisticamente avvenire lasciando combattere solo gli ucraini. Non si rischia in questo caso di creare un circolo infernale di violenza senza fine? O di arrivare prima o poi alla resa incondizionata dell’Ucraina?

O si è forse disposti, per difendere i nostri valori di libertà e democrazia, a estendere il conflitto al di fuori dell’Ucraina dando avvio, in nome della nostra etica dei principi e di una lotta del "Bene" contro il "Male", a una possibile Terza guerra mondiale contro una potenza nucleare, in mano a un dittatore che non sappiamo fin dove è disposto a spingersi? Quanto male e distruzione siamo disposti ad accettare in nome della guerra per il "nostro Bene"? Il fine, sempre che sia raggiungibile, giustifica veramente i mezzi?

Un pacifismo critico e realista, che non ha nulla a che fare con la rappresentazione dei pacifisti come "anime belle" che non avrebbero voglia di "sporcarsi le mani", si pone continuamente la domanda se la "giusta causa" per combattere una guerra non conduca a conseguenze reali che rischiano di essere ben peggiori del male contro il quale si è voluto scendere in battaglia.

Questo non significa, in certe situazioni e come ultima ratio, non essere disposti a sostenere la resistenza contro un aggressore e un invasore. Lo scopo finale e principale, però, dovrebbe quasi sempre essere quello di promuovere e sostenere le trattative per la pace, cercando una mediazione realistica tra le parti. 

La pace non la si fa con gli amici, ma sedendosi a un tavolo con i nemici, ascoltando le loro ragioni e argomentazioni, anche se ci possono apparire e sono profondamente sbagliate, nella speranza che la pace che ne consegue possa essere la più giusta possibile, o il minore dei mali che possiamo realisticamente sperare di ottenere.


lunedì 21 febbraio 2022

Negazionismo, verità e democrazia

(da laRegione del 18 febbraio 2022)

Ci sono stati ed esistono tuttora no-vax, no-mask, terrapiattisti, persone che negano il cambiamento climatico. Non che esista una coerenza interna tra i negazionismi. Ognuno può, volendo, prendere dal sapere scientifico ciò che più gli risulta utile a confermare e rinforzare la sua personale e soggettiva visione del mondo, rifiutando le altre conoscenze riconosciute come vere quando non gli convengono. Non tutti i no-mask sono per forza terrapiattisti, così come si può credere che il cambiamento climatico esista negando al contempo l’efficacia di una vaccinazione.

La negazione dei fatti, della loro dimostrazione e interpretazione da parte dei saperi e delle scienze socialmente riconosciute solleva però due ordini di problemi strettamente connessi tra di loro: uno di carattere conoscitivo, di ciò che crediamo essere vero e reale, e uno di carattere etico e politico.

Non si vuole negare l’opportunità di discutere pubblicamente se l’obbligo di indossare la mascherina e di essere in possesso del certificato Covid siano misure eticamente giustificabili e proporzionali in una pandemia. Il dibattito e il confronto democratico può però diventare costruttivo solo se vi sono dei presupposti conoscitivi condivisi e reputati perlopiù veri, quali ad esempio l’utilità delle mascherine e della vaccinazione per affrontare una malattia infettiva, l’inefficacia di altri metodi di prevenzione e cura alternativi, il fatto che un virus possa non essere una semplice influenza stagionale e che una pandemia non sia una costruzione sociale e politica.

Questo vale anche per la questione ecologica. Possiamo dibattere e confrontarci sul futuro nostro e delle nuove generazioni, decidere quali misure implementare, come modificare le nostre abitudini e limitare certe libertà solo se crediamo che il cambiamento climatico esista e sia causato dall’uomo.

La discussione pubblica forse sarebbe meglio non basarla solo sulle nostre percezioni e intuizioni soggettive. Rischiano infatti sempre di esserci delle persone che sosteranno che per le loro percezioni e intuizioni il problema non sussiste (“questo inverno, così come la scorsa estate, non era poi così caldo…”). Le percezioni e intuizioni soggettive non ci permettono infatti di cogliere sempre la realtà delle cose, altrimenti avrebbero ragione i terrapiattisti, visto che quasi nessuno, tranne gli astronauti, percepisce immediatamente la terra come rotonda.

Se in democrazia la posizione di chi basa le sue valutazioni etiche e politiche su delle conoscenze il più possibili oggettive e dimostrate dovesse avere lo stesso valore di verità della posizione di chi nega che queste conoscenze siano vere, la verità e la giustizia sarebbero solo l’opinione della maggioranza, anche se questa fosse falsa e sbagliata. A scuola si potrebbero così iniziare ad insegnare le “verità” del terrapiattismo, del creazionismo religioso al posto dell’evoluzionismo darwiniano, la credenza che il cambiamento climatico non sia causato dagli esseri umani e che quindi si può anche non fare nulla.

È proprio all’interno di questo processo radicalmente egualitario e individualista, nel quale ogni opinione ha lo stesso valore di verità, che la liberal-democrazia potrebbe rovesciarsi nel suo opposto e trasformarsi, questa volta realmente, in una società autoritaria e dittatoriale.

Se non si crede che possano esserci conoscenze oggettivamente vere, in quanto conformi ad una realtà dei fatti indipendenti dalla nostra soggettività, allora rischiano di vincere le ragioni dei più furbi e/o dei più forti, di coloro che riescono a convincerci meglio manipolando con la loro propaganda la realtà. Possono così venire negati, in nome di interessi personali, economici, politici e ideologici, l’esistenza di un virus e/o della sua pericolosità, e del cambiamento climatico (nota bene: non che dietro alla produzione e distribuzione di mascherine, vaccini, batterie elettriche, pannelli solari non vi possano essere interessi economici e politici, ma queste non sono ragioni sufficienti per negare la realtà con i suoi problemi e i possibili metodi disponibili per risolverli).

Ciò non significa arrivare al punto di limitare la libertà di credenza, espressione ed azione ai vari negazionismi, perlomeno fino a quando il male e il danno lo causano principalmente a sé stessi, e non agli altri e alla collettività, e fino a quando rimangono minoranze. Altrimenti lo stato non avrebbe il dovere di intervenire per proteggere i nostri diritti, la nostra salute e il nostro benessere attuale e futuro restringendo sempre di più le nostre libertà?

La speranza è che per avere fiducia nei saperi e nelle scienze dimostrate e socialmente riconosciute continueranno ad essere sufficienti una corretta, adeguata ed efficace informazione, educazione e trasmissione della cultura e delle conoscenze. Altrimenti l’ideale illuminista potrebbe rovesciarsi nel suo contrario, e non ci resterebbe che auspicare l’avvento di una dittatura illuminata.



domenica 13 febbraio 2022

L'inefficacia del radicalismo nella lotta per i diritti degli animali

La sonora bocciatura odierna dell’iniziativa contro la sperimentazione animale e umana era prevedibile. C’è infatti spesso un problema di ordine generale nelle lotte per i diritti degli animali: sono espressioni di un radicalismo inaccettabile per la stragrande maggioranza della popolazione, risultando quindi inefficaci nel loro tentativo di diminuire le sofferenze degli animali non umani.

La filosofia dell’antispecismo, che sostiene che non vi sia alcuna differenza sostanziale né superiorità morale tra gli esseri umani e le altre specie animali, è innanzitutto, prima che politica, una rivoluzione antropologica. Siamo una specie che per molto tempo, e ancora oggi, crede di essere unica e speciale rispetto alle altre forme di vita, nonostante il sapere scientifico abbia dimostrato da tempo l’illusorietà di queste pretese.

Ma le credenze sedimentate nella nostra storia culturale, anche se sono in contrasto con quanto sappiamo essere vero, sono difficili da modificare. Basti pensare quanto ancora oggi facciamo fatica ad accettare la verità dell’evoluzionismo darwiniano e il fatto che siamo parte della stessa famiglia biologica delle grandi scimmie. O quanto il fatto di mangiare carne come concausa del cambiamento climatico rimanga un problema perlopiù rimosso dal dibattito pubblico e confinato nel privato. O quanto la nostra mente abbia fatto fatica ad accettare che un impercettibile virus sia stato in grado di sconvolgere le nostre esistenze, arrivando a negare la realtà della natura e a costruire narrazioni complottistiche che rimettono al centro l’essere umano come causa di tutto.

Proprio per questo a livello politico se si volessero ottenere dei risultati per il benessere e i diritti degli animali sarebbe forse meglio essere meno radicali. Le trasformazioni antropologiche richiedono tempo. Non sarebbe stata preferibile ad esempio, e anche più giustificata eticamente, un’iniziativa volta non a vietare del tutto la sperimentazione sugli animali, ma a regolamentare al meglio questa sperimentazione, autorizzandola sempre e solo in caso di necessità e riducendo il più possibile la loro sofferenza?

sabato 12 febbraio 2022

lunedì 26 luglio 2021

Negazionismo, Complottismo e lotta contro la Dittatura

Se il virus non esiste, se la sua pericolosità e letalità non è diversa da
quella di un’influenza stagionale, se misure di protezione quali mascherine, distanziamento sociale, vaccinazione e così via non servono per contrastare la pandemia, allora lo stato non potrà che apparire come una potenziale dittatura che abusa del suo potere per limitare in maniera del tutto ingiustificata i diritti fondamentali dei cittadini.

Il problema è che con i negazionisti è molto difficile entrare in un dialogo democratico. Negando le informazioni e le conoscenze scientifiche di base sul virus, non ha alcun senso discutere con loro se le misure di limitazione delle libertà personali siano o meno giustificate, e fino a che punto, in nome della protezione del diritto alla vita e alla salute dei cittadini, così come non ha senso, ad esempio, parlare di cosa fare per contrastare il cambiamento climatico con chi nega l’evidenza scientifica della sua esistenza.
Se non si fidano delle informazioni che vengono comunicate dalla comunità scientifica e dalle autorità sanitarie, allora i negazionisti possono trasformarsi in complottisti. Se la stragrande maggioranza di medici, scienziati, esperti di salute pubblica al mondo non ci sta dicendo la verità, allora dietro le informazioni false che ci trasmettono deve esserci un complotto che sta cercando di assoggettare e controllare il mondo. Altrimenti perché dovrebbero mentirci?
Tutto questo crea un potenziale pericolo per la nostra democrazia. All’interno di una rappresentazione e narrazione paranoica del reale, gruppi di persone possono farsi forza a vicenda nella convinzione che solo loro conoscono la verità, e che gli altri o sono delle persone che sono state manipolate, oppure dei nemici che stanno tramando dietro le loro spalle per negare e distruggere i loro diritti e la loro possibilità di felicità. Per lottare contro una dittatura non diventa giustificabile la disobbedienza civile, la rivolta e la violenza collettiva?


Scienza, democrazia e libertà degli ignoranti 
in "La Regione", 23 luglio 2021. Leggi l'articolo qui.





Io mi faccio vaccinare


Mi sono vaccinato per proteggere me stesso, le persone a me vicine e la collettività.
L’ho fatto per il mio bene e per la mia salute personale, perché reputo i rischi e i pericoli di contrarre la malattia ben più gravi dei possibili effetti collaterali dei vaccini.
L’ho fatto per il bene e la salute dei miei famigliari, dei miei amici, delle persone che incontro e della società.
L’ho fatto per il mio interesse personale, per evitare che ci siano nuove chiusure e perché vorrei poter continuare a frequentare bar, ristoranti, cinema, teatri, sale concerti, stadi e musei.
L’ho fatto per l’interesse di tutte e di tutti, perché la pandemia aumenta le disuguaglianze sociali, amplifica il disagio e la sofferenza mentale, attacca i più deboli causando morti che, volendo, potremmo evitare.