venerdì 19 aprile 2019

L'attacco contro i giovani


Negli ultimi tempi si susseguono gli attacchi da parte di un certo “mondo degli adulti” contro i giovani che scendono in piazza per chiedere un futuro migliore, o per poter perlomeno sperare in un “futuro minimamente sopportabile” su questa terra.



Le tattiche messe in atto in questa “guerra simbolica” sono molteplici: attacchi personali, accuse d’incoerenza tra quanto viene affermato e gli stili di vita personali, messa in dubbio delle “buone intenzioni” di chi scende in piazza; utilizzo di fake news, pregiudizi e post-verità.

Questo processo è funzionale alla costruzione di una narrazione e di una rappresentazione simbolica volta a delegittimare e ridurre al silenzio l’avversario, affinché noi adulti non dobbiamo più sentirci costretti a rispondere alle domande di cambiamento sociale, politico e culturale dei giovani.

Lo scopo finale di questa strategia è fare in modo che nulla (o poco) cambi, affinché si possa continuare a vivere come abbiamo sempre fatto. Vengono così negate le responsabilità da parte degli adulti di consegnare un “mondo minimamente sopportabile” ai nostri figli e alle future generazioni.


“Greta è manipolata!”


Nella strategia volta a delegittimare e ridurre al silenzio le richieste da parte dei giovani di un “futuro minimamente sopportabile”, vi sono gli attacchi personali contro Greta Thunberg.

Tra questi, uno dei più diffusi è che la giovane attivista svedese sarebbe manovrata dal mondo degli adulti per motivi economici e di successo personale e famigliare (il “marchio Greta Thunberg” creerebbe profitto), o persino politici (le “caste al potere” utilizzerebbero Greta per spostare l’attenzione delle persone comuni dai “veri problemi della gente”). In ogni caso, Greta non si “sarebbe fatta da sé”, ma ciò che dice, crede e pensa le sarebbe stato “messo in testa” da “adulti manipolatori”.

Innanzitutto, sostenere che l’attivista svedese non “pensi con la propria testa” e agisca in maniera “non autonoma”, significa giudicarla, in maniera implica o esplicita, come una ragazza stupida e ingenua, il che rimane tutto da dimostrare (i dati che conosciamo della sua biografia tendono a mostrare l’esatto contrario).

Al di là di questo, ciò che emerge da questa narrazione e rappresentazione “contro Greta e i giovani” è un dato di partenza irrazionale, e quindi ideologico e funzionale alla strategia di potere delle vere lobby politiche ed economiche che vogliono l’egemonia sul mondo. Le critiche a coloro che scendono in piazza per il clima servono infatti a nascondere e a far dimenticare i veri interessi in gioco, ad esempio quelli dell’industria petrolifera e automobilistica (i cui rappresentanti politici e mediatici a livello globale, nazionale e locale non sarebbero invece manipolabili e manipolati?) il cui scopo, in nome di profitti milionari e interessi geopolitici internazionali,  è quello di evitare o ritardare il più possibile il passaggio dalla “benzina” a “energie più pulite”.

Ma l’importante è promuovere e far circolare attacchi personali a Greta e ai giovani che si stanno mobilitando, e questo per non dover prendere coscienza dei dati scientifici sul surriscaldamento globale, e non dover rispondere alle domande di un “futuro minimamente sopportabile” delle nuove generazioni. Come dice il proverbio: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Peccato che gli stolti che si fanno manipolare non siano i giovani come Greta.


“Si fanno portare a scuola col SUV!”


Gli attacchi contro i giovani, per essere funzionali alla strategia che intende negare qualsiasi possibilità di cambiamento sociale, politico e culturale, non possono essere rivolti solo contro Greta Thunberg. Bisogna infatti tentare di delegittimare e denigrare tutti quei giovani che osano alzare la loro voce.

Si rendono così virali messaggi che mettono in dubbio la coerenza e l’autenticità di chi scende in piazza: “si fanno portare a scuola dalla mamma col Suv!”, “vanno in vacanza in aereo!”, “durante le manifestazioni buttano per terra la spazzatura!”, “non sanno neanche per cosa si sta manifestando!”, “in fondo non gliene frega niente!”, e così via.

La tattica è la seguente: si pronunciano innanzitutto affermazioni che non sono dimostrate dai dati di fatto. Ma è vero che i giovani che scendono in piazza si fanno portare a scuola dalla mamma col SUV? È vero che vanno in vacanza con l’aereo? È vero che buttano la spazzatura per terra? È vero che non sanno neanche per cosa si sta manifestando? È vero che in fondo non gliene frega niente? E se sì, quanti sono questi giovani (e per quante volte), sulle migliaia e migliaia di giovani che si stanno mobilitando? A queste domande non bisogna dare risposta, non bisogna neanche porsele.

Le affermazioni vengono così generalizzate e possono trasformarsi in pregiudizi, funzionali alla narrazione e alla rappresentazione che non intende affrontare i dati di fatto e i problemi del cambiamento climatico: “quei giovani sono (quasi) tutti così, idealisti incoerenti, ingenui manipolati o menefreghisti, immaturi e un po’ rompiscatole…”. Avendo spostato l’attenzione su un’immagine stereotipata, pregiudizievole e falsificata dei giovani d’oggi, non si parla più di come affrontare personalmente, socialmente, culturalmente e politicamente le potenziali catastrofi climatiche globali e locali che s’intravvedono all’orizzonte.

Questa immagine dei giovani permette infatti al mondo degli adulti di dirsi: “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi, sono semmai solo più ingenui ed illusi di noi!”.  Ed ecco che in coscienza, volendo e senza farsi troppi problemi, possiamo continuare “a portare a scuola i nostri figli col SUV”, tanto non cambierà mai nulla, almeno per noi. Su come sarà invece il mondo quando i nostri figli e le nuove generazioni prenderanno il nostro posto, l’importante è riuscire a non pensarci.


Pensare, volere e agire il futuro


Magari bisognerebbe iniziare ad analizzare non solo il “mondo dei giovani”, ma anche il “mondo degli adulti”, e chiedersi perché per gli adulti (o per una parte di loro) l’immagine dei giovani sia sempre negativa. Solitamente i giovani ci appaiono come degli “sdraiati”, svogliati e senza interessi. Ora invece anche come coloro che hanno voglia di mobilitarsi per una causa. Per entrambe le rappresentazioni, per qualcuno comunque sembra che “non vadano mai bene”.

Probabilmente quando gli adulti si costruiscono un’immagine dei giovani, non stanno parlando veramente delle nuove generazioni, ma di loro stessi e della società degli adulti, così come quando un genitore pensa al proprio figlio potrebbe non vedere altro che la sua immagine di sé che ha proiettato su di lui.

Può essere utile partire da dei dati di fatto. Il futuro sarà con ogni probabilità molto meno “sopportabile” del presente, in particolare per le nuove generazioni: il clima, il problema delle pensioni, il crescere dei costi della salute, l’automatizzazione dei processi lavorativi, e così via. Rischiamo quindi di consegnare ai posteri una società peggiore di quella di cui gli adulti possono e hanno potuto beneficiare. Saranno i giovani a pagarci le pensioni e le cure mediche, saranno i giovani che faranno più fatica a trovare un posto di lavoro, saranno loro a vivere in un ambiente naturale distrutto dalle generazioni precedenti.

Per costruire un mondo “minimamente sopportabile” per chi vivrà dopo di noi, per affrontare e tentare di risolvere i problemi che si stagliano all’orizzonte, bisognerebbe innanzitutto iniziare a pensare, credere e volere che “un futuro sia possibile”. La risposta non può essere solo individuale, fondata unicamente sulla coerenza etica del singolo disposto a seguire uno stile di vita rispettoso ad esempio dell’impatto ambientale nei suoi comportamenti. La risposta deve essere collettiva, sociale e culturale, e non solo “morale”, e quindi profondamente “politica”, se per politica s’intende la costruzione, in nome del bene comune, di un senso dello stare insieme per noi e per le future generazioni.

Affinché ciò sia possibile, bisogna sovvertire il presente, bisogna spezzare e trasformare l’attuale sistema sociale, politico e culturale che pensa, vuole e agisce solo per il “qui e ora”. Significa oltrepassare l’individualismo imperante che crede che il benessere e il senso dello stare nel mondo risieda unicamente nella richiesta di soddisfazione dei propri desideri nel tempo presente. Significa andare al di là della narrazione del “sovranismo delle piccole patrie”, che, con la costruzione dei suoi muri mentali, fisici e simbolici, ci illude dicendoci che l’unica promessa di felicità possibile risiederebbe nella difesa egoistica dei nostri interessi personali e particolari. Significa prendere coscienza che non siamo immortali né saremo giovani per sempre, ma siamo esseri finiti e mortali la cui libertà più profonda risiede nella possibilità di trasformare il mondo per coloro che saranno dopo di noi.

I giovani che si stanno mobilitando al momento non stanno attaccando il “mondo degli adulti”. Stanno invece lanciando un appello alle vecchie generazioni affinché si faccia qualcosa per loro. Attaccare invece i giovani per quello che stanno tentando di fare vuol dire negare la fiducia che stanno riponendo in noi. La mancata risposta al loro appello segnerebbe la distruzione del patto intergenerazionale che ci è stato chiesto di sottoscrivere. Se così fosse, l’unica via d’uscita giusta e giustificata sarebbe il conflitto sociale intergenerazionale, nel quale la ragione non potrà che essere dalla loro parte.

Ma esiste un rischio ben peggiore, la vittoria dell’indifferenza. Ritornerebbe così a risuonare il ritornello del cinismo, “tanto sono come noi, anche loro in fondo sono incoerenti come noi, anche a loro in fondo non gliene frega niente come a noi”. Così tutti uguali, giovani e adulti, potremo tranquillamente tornare a tentare di soddisfare i nostri interessi e i nostri desideri individuali nel qui e ora, “sdraiati” e impauriti a costruire muri che negano l’Altro e la possibilità di un futuro.


domenica 17 dicembre 2017

Remedies – Antidoto a te stesso






Gwenstival 3 ottobre 2017

http://www.radiogwen.ch/remedies-antidoto-a-te-stesso/

Trasmissione sonora vagamente filosofeggiante. Ogni giorno insieme ad un ospite presentiamo una puntata in cui capiamo come la musica si pone come antidoto.

Conduce Laura Melera, ospite della trasmissione Giona Mattei.

A cura di Chiara Spata, Laura Melera, Alice Nicotra, Sebastiano Marvin e Alan Alpenfelt.

venerdì 26 maggio 2017


È uscito il libro che ho avuto il piacere di curare:

Michael Walzer, 
Le conseguenze della guerra. Riflessioni sullo Jus post bellum, Mimesis editore, Milano 2017.

Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Di fronte al caos geopolitico internazionale e alle odierne tragedie umanitarie, le conseguenze delle guerre contemporanee fino a che punto mettono in crisi l'idea che certe guerre possano essere giustificabili?
Michael Walzer, uno dei massimi pensatori contemporanei dell’idea di guerra giusta, nel suo testo "Le conseguenze della guerra" indica quali dovrebbero essere le responsabilità politiche e morali delle nazioni vincitrici al termine di un conflitto.

Come sottolineato nel saggio critico di Giona Mattei che accompagna lo scritto di Walzer, contestualizzare le pagine dell'intellettuale americano nell'attuale scenario politico globale solleva interrogativi su quanto la nozione di "guerra giusta" abbia contribuito alla legittimazione morale delle politiche di egemonia imperialista. 
D'altra parte, in certi casi, di fronte alle sofferenze e alle uccisioni di civili innocenti, non sarebbe giustificato ancora oggi un intervento militare?

Michael Walzer insegna all’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey-USA). Si è occupato di filosofia morale, teoria politica e critica sociale. È autore di studi fondamentali sulla relazione tra guerra ed etica.



Acquistabile online:
Mimesis editore
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sabato 14 gennaio 2017

Violenza e migrazione


(da Confronti, novembre 2016) 


Vi sono due processi in atto quando la rappresentazione sociale dominante collega violenza e migrazione: la “culturalizzazione dei problemi sociali” e la “logica del capro espiatorio”.
 
Questi due processi falsificano la realtà, fomentando pregiudizi e discriminazioni nei confronti degli stranieri, e non permettono di trovare delle soluzioni praticabili a problemi sociali quali la violenza e la criminalità diffuse all’interno della nostra società.

Facciamo un esempio: se un maschio di origine svizzera dovesse picchiare la moglie, tenderemo a spiegare questo problema secondo cause psicologiche e sociali (eventuali problemi di violenza subita durante lo sviluppo, emarginazione sociale, abuso di sostanze, problemi psicologici specifici, ecc.). Se invece un maschio arabo di religione musulmana dovesse picchiare la moglie, ecco che all’interno della nostra rappresentazione sociale spiegheremo questo fenomeno quasi esclusivamente secondo cause culturali e religiose: lo fa perché è nella sua cultura. La “culturalizzazione dei problemi sociali” nasconde così le possibili cause psico-sociali della violenza, non permettendo così di analizzare (e risolvere) il problema nella sua complessità. Questo non significa beninteso che la cultura non possa avere un peso, dovrebbe però emergere solo come una delle possibili cause del problema.

Nella narrazione sociale dominante riguardante il nesso tra violenza e migrazione vi è inoltre la tendenza di dare più spazio, sui mass-media e all’interno del senso comune, alla violenza e alla criminalità di chi è “venuto da fuori”, occultando la violenza e la criminalità “interne alla nostra comunità”, creando una percezione distorta della realtà. Ad esempio, secondo i dati ufficiali riguardanti la violenza domestica in Svizzera, nel 2014 sono avvenuti all’interno di nuclei famigliari 23 omicidi (il 63.9% del totale di tutti gli omicidi in Svizzera), 39 tentativi di omicidio, 72 casi di lesioni corporali gravi, 1879 casi di lesioni corporali semplici, e questo principalmente all’interno delle “nostre famiglie”.

Si mostra qui il secondo processo in atto, la “logica del capro espiatorio”. Questa logica tende a nascondere la violenza interna alla nostra società, costruendo una narrazione dominante che coglie i problemi sociali innanzitutto in quanto “importati da fuori”, proiettando la colpa sugli altri, “su di loro”. L’essenziale è che la responsabilità del degrado e del conflitto sociale, della relativa violenza e criminalità sia innanzitutto “loro”, e mai in prima istanza “nostra”: “noi” in quanto paladini e difensori della non-violenza, del rispetto dell’uguaglianza e della dignità di ogni individuo; “loro” in quanto provenienti da una cultura subalterna perlopiù violenta, discriminatoria e irrispettosa dei diritti dell’uomo.

Negare questa logica non significa, beninteso, che “loro” siano meglio di “noi”, ma iniziare a comprendere e giudicare le persone e i problemi sociali in maniera equa, sempre che crediamo ancora che la giustizia debba essere uguale per tutti.
Ma si fa fatica ad accettare che il male sia innanzitutto interno, a sopportare la verità che gli abusanti, gli stupratori e i pedofili vivono principalmente nelle nostre famiglie, siano “uno di noi”. Ammetterlo significherebbe diventare consapevoli del fatto che il nostro sistema sociale è in sé problematico, criminale e violento, che non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che il sistema andrebbe cambiato.

Se il paradigma politico è però quello della conservazione dello status quo e della costruzione di muri che difendano la nostra tradizione, i nostri usi, costumi e valori supposti originari, e se non vi è nessuna apertura ad una visione di un futuro che possa essere migliore del qui e ora, allora agiranno i processi di “culturalizzazione dei problemi sociali” e della “logica del capro espiatorio” che criminalizzano il diverso, vedendo nello straniero la causa del problema, e mai nel sistema.

Questi processi tendono, in ultima istanza, a trasformare la violenza, i problemi e i conflitti sociali interni alla società in conflitti culturali e identitari tra “noi” e “loro”, permettendo a chi detiene o ambisce al potere di mantenerlo e/o conquistarlo, tramite iniziative quali l’espulsione dei criminali stranieri. Lo scopo ultimo, infatti, non è quello di risolvere la criminalità all’interno della nostra società, ma la costruzione e il mantenimento, grazie ad una rappresentazione falsificata della realtà, di un’egemonia politica e culturale.



sabato 9 gennaio 2016

Strategie del Terrore



(da laRegione dell'8 gennaio 2016) 





1. Incitare alla guerra

Nel documento programmatico “La gestione del caos”, scritto da Abu Bakr Naji, uno degli ideologi e degli intellettuali dell’ISIS, gli attacchi terroristici nel mondo occidentale sono (anche) pensati come un metodo per incitare i paesi occidentali a fare la guerra allo Stato Islamico.

Se decidono unicamente di intensificare i bombardamenti aerei, questo ha come conseguenza inevitabile un aumento sul terreno delle vittime civili. I cineasti dell’ISIS sono allora pronti a filmare i bambini che muoiono sotto le bombe occidentali, videoclip che, abilmente montati, saranno messi in rete per intensificare il risentimento nei confronti degli “usurpatori delle loro terre”.

Lo scopo ultimo, però, è quello di costringere i paesi occidentali a inviare delle truppe sul terreno, in modo da convincere la popolazione del Medio Oriente che ci troviamo all’interno di una guerra di civiltà, che gli occidentali non sono che dei “crociati”, degli “invasori”, degli “colonizzatori” a cui non si può che opporre una “resistenza armata di liberazione”.

Risposte a questa strategia, ad oggi: nessuna, se non l’aumento dei bombardamenti come mera prova di potenza che, in assenza di un obiettivo globale di ricostruzione del Medio Oriente, rischia di fomentare ancora di più l’odio nei confronti dell’Occidente.


2. Far costruire muri contro i rifugiati

In un comunicato emanato qualche giorno fa, l’ISIS informa che più di 4000 dei loro combattenti stanno arrivando in Europa mascherandosi da profughi.

Questa notizia è falsa. Praticamente la totalità delle persone che arrivano lo fanno per fuggire dalla guerra, dalla persecuzione dello Stato Islamico e della dittatura siriana. I nuovi adepti dell’ideologia islamo-fascista vengono infatti reclutati tra i giovani nati e cresciuti in Europa.

Ma la notizia serve a incutere paura e a provocare la costruzione di nuovi muri fisici, mentali, politici e sociali contro i profughi, innalzando così la conflittualità sociale e il risentimento nei confronti del vecchio continente.

L’Europa rischia così di mostrare il suo vero volto, come auspicato dall’ISIS: i tanto declamati diritti dell’uomo e i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà non sono che il privilegio di pochi, un’ideologia universale utile a mascherare etnocentrismo e neocolonialismo. Sarà molto più facile, allora, che i dannati della terra si rivolgano ad altre ideologie che promettono loro la liberazione su questa terra, e ancora di più in cielo.


3. Il conflitto sociale

Sempre nel documento programmatico “La gestione del caos”, gli attacchi terroristici nel mondo occidentale sono (anche) pensati come una strategia per frammentare e spezzare l’ordine sociale di un paese.

Il terrorismo, infatti, intensifica l’islamofobia, emarginando e discriminando ulteriormente i giovani musulmani che vivono in Europa o negli USA. Questo processo aumenta il terreno fertile per la propaganda dello Stato Islamico in vista del reclutamento di nuovi adepti.

Risposte a questa strategia, ad oggi: nessuna controstrategia che tenti di risolvere il problema dell’emarginazione sociale delle banlieue, ma unicamente la sospensione dello stato di diritto e la creazione di uno stato di polizia che reprime ulteriormente la devianza, fomentando ancora di più il conflitto sociale.


4. La guerra di civiltà

Al momento non ci troviamo (ancora?) all’interno di un conflitto di civiltà tra Islam e Cristianesimo, tra Oriente e Occidente, tra islamo-fascismo e liberal-democrazia.

La guerra in Medio Oriente è infatti innanzitutto, da un punto di vista culturale e religioso, una guerra interna al mondo musulmano, tra differenti interpretazioni dell’Islam, oltre che essere uno scontro tra volontà di potenza e molteplici interessi politici, economici e sociali.

Neppure il terrorismo in Europa è allo stato attuale un conflitto di civiltà: la cultura e il credo religioso della stragrande maggioranza dei musulmani europei non hanno nulla da spartire con il jihadismo fondamentalista.

Il Terrore aspira a trasformare questi diversi conflitti sociali, politici, economici e culturali in una guerra di civiltà, in una scelta, per i giovani musulmani in Medio Oriente e in Europa, tra “Noi” e “Loro”: o l’Islam o l’Occidente, o il “Regno di Dio” o la “Democrazia”.

Le parole e i simboli contano: più la società inizia a credere in queste visioni del mondo, più queste diventeranno delle rappresentazioni politiche e sociali che strutturano il nostro modo di pensare e percepire il mondo, trasformando la realtà. E così il conflitto rischia di diventare esclusivo: o di qua o di là, o con noi o con loro, e a ciascuno la sua scelta per chi valga la pena di imbracciare le armi.


5. L’ideologia dell’assoluto

Come sostengono molti scienziati sociali (tra i quali Olivier Roy e Jean-Loupe Amselle), vi sono due tipologie di giovani che aderiscono alla Jihad del terrore.

I primi sono i giovani che sono stati messi al bando dalla società, che all’interno dei loro ghetti vivono in una realtà parallela segnata dalla criminalità, dall’appartenenza a bande giovanili e dalla violenza diffusa. Stigmatizzati in quanto feccia, in assenza di futuro e di un possibile reintegro che dia loro un riconoscimento e un ruolo all’interno della società, diventano il primo terreno fertile per il reclutamento dei jihadisti.

I secondi sono i giovani delle classi medie, socializzati in questo caso non alla devianza ma alla normalità, di una normalità che vivono e percepiscono come sprovvista di valori forti, incapace di dare un senso ultimo e quindi un orientamento profondo alle loro esistenze. Il nichilismo contemporaneo come secondo terreno fertile per il reclutamento.

In un Occidente nel quale non vi è più speranza nella Salvezza e nell’Eternità, e nel quale è scomparsa la fede nelle grandi narrazioni che promettevano la liberazione al termine della Storia, nelle nostre società senza futuro né possibilità di riscatto sociale, la conversione all’Islamo-Fascismo rischia di essere l’unica possibilità di una rottura e una rivolta radicale, un’ideologia globale e antisistema in grado di ridare un nome e un senso all’assoluto.




giovedì 7 maggio 2015

Appunti morali X.: Droghe





(da laRegione del 2 maggio 2015) 




Perché non sono libero di farmi una canna quando, come e dove voglio? Fumare uno spinello che male arreca agli altri e alla società? Se la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri, potrei anche convenire che non è il caso di fumare in faccia a qualcuno che non desidera essere affumicato, così come non è del tutto opportuno mettermi alla guida quando sono un po’ fatto.

Ma al di là dei rischi legati alla pubblica sicurezza e dei disturbi che posso provocare a qualcun altro, perché lo stato deve vietare un gesto che a me provoca piacere, e mi deve dire come dovrei vivere, imponendomi ciò che crede una “vita buona e virtuosa”, vietandomi ciò che reputa invece una “vita cattiva e viziosa”? Ma perché non potrei essere libero talvolta anche di farmi un tiro di coca o di assaporare ad esempio i piaceri dell’oppio? Lo farei sporadicamente, facendo attenzione a non diventarne dipendente, in ogni caso vorrei essere io a prendermi le responsabilità per la mia vita.

Non tutto ciò che può (anche) far male alle persone viene sempre vietato, così come non tutto ciò che può (anche) far del bene alle persone è sempre permesso. Ad esempio, se io mangio giornalmente cibo spazzatura e pranzo regolarmente nei fast-food, sicuramente a lungo andare il mio corpo ne risentirà e non starò mica tanto bene, ma è questa una ragione sufficiente per vietare i cibi malsani? Anche il gioco d’azzardo può fare molto male, ma nonostante ciò le visite ai casinò, invece di venire vietate, vengono perlopiù promosse, ad esempio tramite la pubblicità. D’altra parte, sono oramai noti e scientificamente dimostrati gli effetti benefici della canapa, se consumata in dosi moderate e con modalità adatte, e quindi perché non sono libero di farmi ogni tanto una tisana alla marijuana contro la mia ansia, devo per forza mandar giù una Temesta?

I fautori della sicurezza e della salute pubblica sosteranno che probabilmente taluni, in caso di depenalizzazione, potrebbero fare anche un uso moderato e consapevole di certe sostanze, ma molti, probabilmente troppi, non sarebbero in grado di controllarsi, troppo alti sarebbero i rischi per la loro salute e per le loro vite, e per la “salute pubblica” nel suo complesso. Non tutti sono cittadini autonomi e responsabili, e per questo lo stato ci dice cosa (non) fare. Ma allora perché la canapa, la cocaina e gli oppiacei no, e il gioco d’azzardo, l’alcol e le sigarette sì?


Perché non vietare il tabacco? Libertà individuale e benessere pubblico.

Sappiamo tutti che fumare troppe sigarette fa male, così come abusare dell’alcol non fa sicuramente bene. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio federale della sanità pubblica, in Svizzera il tabacco è responsabile di circa 9000 decessi prematuri l’anno e il suo consumo pesa sull'economia nazionale svizzera con costi pari a circa 10 miliardi di franchi all'anno. L’alcol è invece responsabile di circa 1600 decessi all’anno e il suo consumo pesa sull'economia nazionale con costi pari a circa 4,2 miliardi di franchi all'anno. I decessi per consumo di droghe pesanti sarebbero invece solo poche centinaia all’anno. Ma allora perché, per il rispetto della coerenza dei principi e comparando gli effetti negativi delle varie sostanze, non si vieta del tutto anche il consumo di alcol e sigarette? O non si depenalizzano le droghe illegali?

Possiamo immaginare che molti, anche non fumatori, si opporrebbero al divieto assoluto di consumare tabacco. Riterrebbero questa norma lesiva della libertà individuale di poter fare con se stessi ciò che ci pare e piace, un’eccessiva intromissione dello stato negli affari privati dei suoi cittadini. Vada per il divieto nei luoghi pubblici perché si fa del male agli altri, ma nel privato non c’è la libertà talvolta anche di farsi del male?

Al di là del fatto che uno è (ancora) libero di diritto di potersi fumare una sigaretta, non si può però negare che lo stato e la società le provino tutte per farci passare la voglia del consumo. Il tabacco è sicuramente uno dei vizi oggi più stigmatizzati dalla società: brutte scritte e foto oscene sui pacchetti, divieto della pubblicità e costo elevato delle sigarette, fino all’indignazione pubblica di fronte a qualcuno che nonostante tutto osa ancora accendersi una sigaretta. La domanda allora, più psicologica che etica, sarà perché qualcuno, nonostante tutto, riesca a continuare in coscienza a fumare.

Per contrastare il consumo di sigarette poco si potrebbe ancora fare, se non tentare di vietarle del tutto. Questo divieto non potrebbe infatti essere giustificato, in nome della salute e del benessere pubblici, e per via dei costi umani, sociali ed economici di cui il tabacco è responsabile? Ma non si reputerebbe appunto questa legge eccessivamente “liberticida”? Inoltre, se si volesse portare il ragionamento utilitarista alle sue estreme conseguenze, invece di reprimere del tutto il consumo di tabacco basterebbe fare in modo che le tasse statali prelevate dal consumo di sigarette coprano i costi che questa droga causa alla società nel suo complesso, come (perlomeno in parte) già avviene.

Nelle varie politiche volte alla promozione della salute e della sicurezza vi è spesso, da un punto di vista etico, un conflitto tra opposti principi: la libertà individuale da un lato e la sicurezza e il benessere collettivo dall’altro. Fino a che punto siamo disposti a reprimere la libertà individuale in nome della sicurezza e della salute pubblica, e fino a che punto siamo disposti invece a tollerare la libertà individuale a scapito del benessere sociale? All’interno di una società democratica questo conflitto non può che essere mediato all’interno di un dibattito pubblico.

Si prenda l’esempio delle norme stradali: più diminuiamo la velocità massima sulle nostre strade, più riusciamo a diminuire, come oramai è dimostrato, i rischi di incidenti stradali. Ma saremmo veramente disposti in nome della sicurezza pubblica a diminuire la velocità a 100 km/h sulle autostrade o a 60 km/h sulle strade cantonali? D’altra parte, chi vuole aumentare la velocità massima a 140 km/h sulle nostre autostrade dovrebbe perlomeno assumersi la responsabilità delle conseguenze: l’aumento dei “danni umani e sociali”, i costi della libertà individuale. L’obbligo delle cinture di sicurezza, infine, è un ulteriore esempio di uno stato che non si preoccupa e si prenda cura solo dei danni che possiamo fare agli altri, ma anche a noi stessi, anche perché il male che arrechiamo a noi stessi ha poi sempre anche delle conseguenze negative, dirette o indirette, per gli altri.


Perché non prendersela con l’alcol? Droghe e culture.

Visti i costi in termini di vite umane, ma anche sociali e economici, causati dall’alcol, perché il consumo di questa sostanza non viene maggiormente stigmatizzato come avviene per il tabacco? Non sarebbe opportuno ad esempio scrivere sulle bottiglie di vino e birra che l’alcol può far male, vietarne del tutto la pubblicità e aumentare considerevolmente le tasse statali sugli acquisti di prodotti alcolici? Non sarebbe pure auspicabile, come per le sigarette, stigmatizzarne l’abuso, ad esempio di fronte a feste popolari dove cittadini adulti e normali si concedono pubblicamente al vizio, rendendolo socialmente accettabile?

Probabilmente la ragione sostanziale della forte tolleranza nei confronti dell’alcol è che è parte integrante della nostra cultura, di usi radicati nel tempo, costumi che non siamo disposti ad intaccare. La ragione non è il piacere, quindi, che l’alcol può dare. Il piacere lo possono dare anche la sigaretta, la canna o la coca. È il riconoscimento sociale che rende una determinata droga un vizio pubblico ben tollerato e accettato, a scapito dei suoi costi umani e sociali.

Ogni cultura accetta determinate droghe mentre ne ripudia altre. Certe società se la prendono con l’alcol, altre invece approvano tranquillamente l’uso di cocaina o di allucinogeni. La questione essenziale, quindi, non è quella di giudicare positivamente o negativamente una determinata droga in se stessa, per i suoi effetti benefici o malefici sul singolo individuo. Si tratta invece di giustificare razionalmente le scelte pubbliche nei confronti delle singole sostanze. Se i nostri principi fondamentali sono la libertà individuale da un lato e il benessere e la sicurezza sociale dall’altro, è meglio proibire o depenalizzare il consumo?


Conseguenze della depenalizzazione

Ammesso e non concesso che non siamo disposti a proibire del tutto l’alcol e il tabacco, si pone infine la questione del perché le altre droghe debbano rimanere illegali. Se ragioniamo unicamente a partire dal principio della libertà e della responsabilità individuale, se rifiutiamo l’idea di uno “stato etico” che ci vuole imporre cosa (non) fare, e la nostra massima ultima rimane “la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri”, allora diventa molto difficile giustificare razionalmente il divieto di tutte le droghe oggi illegali.

D’altra parte, saremmo veramente disposti da subito a depenalizzare tutte le sostanze il cui uso oggi è reato? Cosa succederebbe se da domani potessimo consumare liberamente canapa, cocaina e oppiacei vari? La prima risposta razionale dovrebbe essere, al di là del timore irrazionale di questo “salto nel vuoto”, che non lo sappiamo con certezza. Ma anche se non lo sappiamo, non possiamo non provare a immaginare e calcolare le conseguenze positive e negative, in termini di piacere e dispiacere, di benessere collettivo e di sicurezza pubblica, i costi e i benefici umani, sociali ed economici della depenalizzazione.

Per le droghe pesanti le conseguenze sono probabilmente più difficili da calcolare. Per la canapa, invece, è più facile, perché è oramai diventata parte integrante della nostra cultura e, nonostante il proibizionismo, il suo consumo continua ad aumentare. Oramai sappiamo che anche la canapa può far male, il suo utilizzo regolare che trasforma l’uso in abuso può ripercuotersi negativamente sullo sviluppo psichico, fisico e sociale, in particolare nei giovani, ma non solo. D’altra parte, anche gli “abusi legali” di certe sostanze e di certe pratiche possono fare molto male. Inoltre, nei paesi dove è stata depenalizzata non si è assistito ad un aumento del consumo.

Infine, la depenalizzazione permetterebbe: di controllarne maggiormente la qualità, l’uso e il consumo, di contrastare il business della criminalità organizzata, di allontanare i consumatori dagli spacciatori, di imporre una tassa statale sull’acquisto, di lanciare delle campagne di prevenzione dei problemi di salute legati all’abuso. Ciò che proibito rischia spesso di fare più male, proprio perché è illegale. Che un giorno anche sui pacchetti di marijuana ci sarà scritto che il suo consumo può far male?



domenica 18 gennaio 2015

Appunti morali IX.: Parigi, gennaio 2015



(da laRegione del 18 gennaio 2015, Illustrazione di Sighanda)


Gli atti di terrore che hanno sconvolto Parigi non hanno solo ferito e ucciso, hanno anche colpito un simbolo, la Parigi laica e repubblicana della Rivoluzione francese, espressione dei principi che starebbero a fondamento delle nostre democrazie: libertà, uguaglianza e fratellanza (o, come si preferisce dire oggi, “solidarietà”).

Ma fino a che punto, all’interno delle nostre odierne società democratiche, questi principi vengono rispettati e fino a che punto vengono applicati con rigore e coerenza? La libertà di espressione è veramente garantita a ognuno? L’uguaglianza, intesa come “pari opportunità liberale”, è veramente concessa a tutti i cittadini? E la solidarietà e la giustizia sono tali di fronte ad ogni persona in quanto “essere umano”?

Coscienti del fatto che non sempre è facile, per non dire impossibile, esprimere e applicare integralmente questi ideali nella realtà, crediamo che le nostre “società democratiche” vadano difese anche e innanzitutto criticandone le contraddizioni e le incongruenze interne. Solo così si potranno rafforzare la coesione civile e l’integrazione sociale contro chi intende esacerbare il conflitto tra culture. Solo così i principi democratici potranno continuare a sopravvivere e non saranno sacrificati sull’altare di una supposta “guerra di civiltà” o della “guerra al terrore”. Solo così risponderemo con la forza dei nostri ideali, piuttosto che con la loro abdicazione e con la mera repressione, a coloro che intendono distruggerli.


La Libertà (di espressione, di opinione, di culto, di credenza…)

Oggi (quasi) tutti difendono e rivendicano il diritto alla libertà di espressione. Ma la libertà di espressione è in sé, come ogni libertà, problematica. Quando intendiamo rivendicarla bisognerebbe ricordarsi che ci si muove innanzitutto all’interno di un “conflitto etico”: da un lato la possibilità di poter dire ciò che ci pare e piace, e dall’altro il rispetto dell’altra persona e il rischio di poterla ferire con le nostre parole.

Ciò non significa beninteso giustificare in alcun modo il ricorso alla violenza fisica e all’assassinio nei confronti di chi avrebbe “offeso la sensibilità di qualcuno”, anzi. Le nostre società democratiche sono infatti in prima istanza fondate proprio sull’estromissione dalla convivenza civile di qualsiasi forma di violenza fisica. Ed è proprio per questo che è importante innanzitutto rivendicare il diritto alla libertà di parola: affinché le divergenze di opinione e i conflitti tra credenze non vengano espressi “fisicamente”, ma “verbalmente”, affrontati e mediati “a parole” all’interno dello “spazio democratico”.

In concreto, le vignette su Maometto di “Charlie Hebdo” hanno sicuramente urtato la sensibilità e “fatto del male” a delle persone di fede musulmana. Ciò non significa però ricorrere d’ora in poi alla censura o all’autocensura per la paura delle conseguenze della libertà di parola. Ma d’altra parte chi si è sentito offeso ha tutto il diritto, anzi il dovere, di esprimere il suo disappunto e la sua indignazione, anche lui “a parole”, affinché il conflitto venga “espresso culturalmente” e “mediato democraticamente” all’interno dei nostri “spazi pubblici”.

Nella rivendicazione del diritto alla libertà di parola, infine, affinché sia un diritto garantito a tutti in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini, e non un “privilegio” di una “maggioranza” a scapito di una “minoranza”, si richiede coerenza, coerenza che non sempre viene rispettata.

Primo esempio: la censura ad inizio 2014 da parte dello Stato francese (con un atto del potere esecutivo) del comico Dieudonné e dei suoi spettacoli. Ora, bisognerà pur “spiegare al Popolo” perché un comico che nei suoi spettacoli critica e attacca non solo l’Ebraismo, ma anche l’Islam e il Cristianesimo, venga censurato per motivi di “antisemitismo” e di “ordine pubblico”, mentre i vignettisti di “Charlie Hebdo” sono (giustamente) diventati dei paladini della libertà di espressione. Dieudonné viene visto da molti “ragazzi delle banlieue” come “uno di loro”. Le critiche e le offese all’Ebraismo e agli ebrei giustificano forse la censura mentre quelle all’Islam e ai musulmani un po’ meno?

Secondo esempio: la libertà di espressione, in particolare di credenza, viene fortemente limitata in Francia in nome dei “valori dello Stato laico e repubblicano”. È infatti vietato indossare qualsiasi indumento religioso all’interno della aule scolastiche pubbliche (“veli islamici”, ma anche “croci cristiane”, “kippah ebraiche”, ecc.). Le religioni possono così venire “pubblicamente” criticate e derise nei media, ma il singolo cittadino non è libero di esprimere “pubblicamente” la sua personale credenza. Lo Stato impone così all’individuo la sua cultura dominante, mentre lo spazio pubblico democratico, quale ad esempio un’aula scolastica, non può diventare un luogo di espressione, confronto e mediazione delle parole e delle credenze dei cittadini che ne fanno parte.

Terzo esempio: il divieto di costruire minareti in Svizzera è lesivo della libertà di espressione e di culto di una minoranza di cittadini che abitano sul nostro territorio. Questo divieto è ovviamente discriminatorio, non ha alcuna efficacia nel contrastare l’islamismo radicale e serve solo a far sentire i nostri concittadini musulmani meno integrati nella nostra società.

Quarto esempio: il divieto di “dissimulare il volto nei luoghi pubblici” nel Canton Ticino. A differenza del “divieto di costruire minareti”, questa legge, un tentativo maldestro e inefficace di rispondere ad una supposta “invasione di islamisti radicali”, ha come conseguenza la limitazione delle libertà individuali di tutti i cittadini, un’ulteriore vittoria dei nemici della libertà.


L’Uguaglianza (di diritti, di pari opportunità, di integrazione…)

L’uguaglianza non deve essere solo uguaglianza delle libertà individuali, ma anche uguaglianza delle opportunità, in quanto diritto alle pari opportunità per ognuno. Nessuno può essere discriminato in Svizzera, come recita la nostra Costituzione, “a causa dell’origine, della razza, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose…”. Garantire pari opportunità a tutte le persone che vivono all’interno di una società è la condizione indispensabile per costruire una pacifica convivenza civile e promuovere un’autentica integrazione sociale e culturale.

Non c’è nulla di peggio, quindi, e di più pericoloso oggi, che suddividere le nostre società tra un “Noi” (occidentali?, moderni?, liberali?, cristiani?,…) e un “Loro” (orientali?, medievali?, illiberali?, musulmani?,…). E questo non per “buonismo”, ma perché l’integrazione che passa attraverso le pari opportunità per tutti è la migliore arma, per non dire l’unica a titolo preventivo, per far sentire tutte le persone che abitano all’interno delle nostre società parte della nostra civiltà e contrastare potenziali conflitti e violenze sociali.

Solo così infatti i valori che tanto rivendichiamo non saranno solo i “nostri” di valori, ma potranno diventare anche i “loro”. Ciò significa tollerare e ascoltare la libertà di espressione, rispettare e promuovere i diritti e le pari opportunità anche delle persone di fede e origine musulmana. Ma significa anche non tollerare e contrastare quelle espressioni culturali che negano la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini, quale il fondamentalismo islamico, ma non solo.

Questo processo democratico, che deve saper promuovere un’autentica integrazione sociale e una pacifica convivenza tra persone di culture diverse, incontra oggi due ostacoli, opposti all’interno della nostra società e proprio per questo complementari, ostacoli che invece di aiutare a risolvere il conflitto e la disintegrazione sociale lo alimentano: la deriva xenofoba e antimusulmana da parte del populismo di destra, e la possibile tolleranza all’interno delle comunità musulmane del fondamentalismo che giustifica il terrorismo.

Chi alimenta oggi i pregiudizi antimusulmani e l’islamofobia non fa altro che esacerbare la “violenza sociale”, rendendosi responsabile della marginalizzazione e della discriminazione delle persone di origine musulmana. Una mano tesa a tutti i predicatori fondamentalisti che proprio nell’emarginazione dei giovani musulmani trovano il terreno fertile per trovare dei nuovi adepti. Per questi giovani ideali quali libertà e uguaglianza rischieranno di essere visti e vissuti come delle mere illusioni, o peggio, come delle conclamate menzogne, e sarà quindi più facile che si rivolgeranno altrove.

D’altra parte, mai come dopo le stragi di Parigi bisogna chiedere e instaurare con le comunità musulmane un’efficace collaborazione per sradicare qualsiasi apertura e convivenza da parte di qualcuno dei loro membri nei confronti dell’islamismo fondamentalista. Lo sappiamo, per la stragrande maggioranza dei musulmani gli atti terroristici non hanno nulla a che fare con la loro religione, sono anzi contrari all’insegnamento del “Profeta”. Ciò non toglie, però, che altri musulmani invece interpretino questo insegnamento come un’incitazione alla violenza e al terrorismo, come un invito ad una “guerra giusta”. Il lavoro, quindi, va fatto con e all’interno delle comunità musulmane.


La Solidarietà (la giustizia globale…)

Infine, non possiamo dimenticare che tutto ciò che avviene all’interno di un mondo globalizzato solleva anche in Europa delle “domande di giustizia” e ha oggi un’influenza diretta sulle “rappresentazioni del mondo” di chi abita all’interno delle nostre società.

Non si può più credere che ciò che accade in Siria, Iraq o Palestina non abbia valore e significato anche all’interno delle nostre realtà locali. Questo perché ad esempio uno può sentirsi terribilmente vicino ai bambini palestinesi uccisi a Gaza osservando e commentando le immagini dei loro corpi martoriati sullo schermo di casa sua. Ma anche perché non si possono più negare le responsabilità politiche, sociali ed etiche dell’Occidente “liberale” e “democratico” di fronte alle tragedie che avvengono nel resto del mondo.

Oggi non è più possibile invocare il rispetto dei principi di giustizia, libertà, uguaglianza e solidarietà solo per e all’interno dei nostri Stati-Nazione. Bisogna promuoverne e sostenerne con coerenza l’attuazione anche all’interno della “Comunità Mondiale”. Questo non significa che l’Occidente sia l’unico responsabile delle tragedie del mondo, ma significa accettare che ne siamo in ogni caso co-responsabili insieme agli altri cittadini del mondo.

È quasi inutile ricordare come il nuovo terrorismo rappresentato dall’Isis sia stato (anche) reso possibile dai tragici errori e dall’ingiustizia della guerra all’Iraq e della sua “ricostruzione mancata”. Che immagine diamo inoltre al mondo e ai suoi “giovani che cercano giustizia” quando alle parole del leader palestinese Abu Mazen, un “arabo-musulmano moderato” disposto al dialogo e contrario a ogni forma di violenza, non si fa che rispondere con l’occupazione, la colonizzazione e l’uccisione della Palestina? E dove risiede il rispetto dei nostri principi “civili” e “democratici” quando uccidere con delle armi da fuoco Osama bin Laden significa che “giustizia è stata fatta”, e quando ancora oggi qualcuno crede che la tortura e la pena di morte siano giustificati all’interno di una “guerra per la civiltà e la democrazia”?