domenica 18 gennaio 2015

Appunti morali IX.: Parigi, gennaio 2015



(da laRegione del 18 gennaio 2015, Illustrazione di Sighanda)


Gli atti di terrore che hanno sconvolto Parigi non hanno solo ferito e ucciso, hanno anche colpito un simbolo, la Parigi laica e repubblicana della Rivoluzione francese, espressione dei principi che starebbero a fondamento delle nostre democrazie: libertà, uguaglianza e fratellanza (o, come si preferisce dire oggi, “solidarietà”).

Ma fino a che punto, all’interno delle nostre odierne società democratiche, questi principi vengono rispettati e fino a che punto vengono applicati con rigore e coerenza? La libertà di espressione è veramente garantita a ognuno? L’uguaglianza, intesa come “pari opportunità liberale”, è veramente concessa a tutti i cittadini? E la solidarietà e la giustizia sono tali di fronte ad ogni persona in quanto “essere umano”?

Coscienti del fatto che non sempre è facile, per non dire impossibile, esprimere e applicare integralmente questi ideali nella realtà, crediamo che le nostre “società democratiche” vadano difese anche e innanzitutto criticandone le contraddizioni e le incongruenze interne. Solo così si potranno rafforzare la coesione civile e l’integrazione sociale contro chi intende esacerbare il conflitto tra culture. Solo così i principi democratici potranno continuare a sopravvivere e non saranno sacrificati sull’altare di una supposta “guerra di civiltà” o della “guerra al terrore”. Solo così risponderemo con la forza dei nostri ideali, piuttosto che con la loro abdicazione e con la mera repressione, a coloro che intendono distruggerli.


La Libertà (di espressione, di opinione, di culto, di credenza…)

Oggi (quasi) tutti difendono e rivendicano il diritto alla libertà di espressione. Ma la libertà di espressione è in sé, come ogni libertà, problematica. Quando intendiamo rivendicarla bisognerebbe ricordarsi che ci si muove innanzitutto all’interno di un “conflitto etico”: da un lato la possibilità di poter dire ciò che ci pare e piace, e dall’altro il rispetto dell’altra persona e il rischio di poterla ferire con le nostre parole.

Ciò non significa beninteso giustificare in alcun modo il ricorso alla violenza fisica e all’assassinio nei confronti di chi avrebbe “offeso la sensibilità di qualcuno”, anzi. Le nostre società democratiche sono infatti in prima istanza fondate proprio sull’estromissione dalla convivenza civile di qualsiasi forma di violenza fisica. Ed è proprio per questo che è importante innanzitutto rivendicare il diritto alla libertà di parola: affinché le divergenze di opinione e i conflitti tra credenze non vengano espressi “fisicamente”, ma “verbalmente”, affrontati e mediati “a parole” all’interno dello “spazio democratico”.

In concreto, le vignette su Maometto di “Charlie Hebdo” hanno sicuramente urtato la sensibilità e “fatto del male” a delle persone di fede musulmana. Ciò non significa però ricorrere d’ora in poi alla censura o all’autocensura per la paura delle conseguenze della libertà di parola. Ma d’altra parte chi si è sentito offeso ha tutto il diritto, anzi il dovere, di esprimere il suo disappunto e la sua indignazione, anche lui “a parole”, affinché il conflitto venga “espresso culturalmente” e “mediato democraticamente” all’interno dei nostri “spazi pubblici”.

Nella rivendicazione del diritto alla libertà di parola, infine, affinché sia un diritto garantito a tutti in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini, e non un “privilegio” di una “maggioranza” a scapito di una “minoranza”, si richiede coerenza, coerenza che non sempre viene rispettata.

Primo esempio: la censura ad inizio 2014 da parte dello Stato francese (con un atto del potere esecutivo) del comico Dieudonné e dei suoi spettacoli. Ora, bisognerà pur “spiegare al Popolo” perché un comico che nei suoi spettacoli critica e attacca non solo l’Ebraismo, ma anche l’Islam e il Cristianesimo, venga censurato per motivi di “antisemitismo” e di “ordine pubblico”, mentre i vignettisti di “Charlie Hebdo” sono (giustamente) diventati dei paladini della libertà di espressione. Dieudonné viene visto da molti “ragazzi delle banlieue” come “uno di loro”. Le critiche e le offese all’Ebraismo e agli ebrei giustificano forse la censura mentre quelle all’Islam e ai musulmani un po’ meno?

Secondo esempio: la libertà di espressione, in particolare di credenza, viene fortemente limitata in Francia in nome dei “valori dello Stato laico e repubblicano”. È infatti vietato indossare qualsiasi indumento religioso all’interno della aule scolastiche pubbliche (“veli islamici”, ma anche “croci cristiane”, “kippah ebraiche”, ecc.). Le religioni possono così venire “pubblicamente” criticate e derise nei media, ma il singolo cittadino non è libero di esprimere “pubblicamente” la sua personale credenza. Lo Stato impone così all’individuo la sua cultura dominante, mentre lo spazio pubblico democratico, quale ad esempio un’aula scolastica, non può diventare un luogo di espressione, confronto e mediazione delle parole e delle credenze dei cittadini che ne fanno parte.

Terzo esempio: il divieto di costruire minareti in Svizzera è lesivo della libertà di espressione e di culto di una minoranza di cittadini che abitano sul nostro territorio. Questo divieto è ovviamente discriminatorio, non ha alcuna efficacia nel contrastare l’islamismo radicale e serve solo a far sentire i nostri concittadini musulmani meno integrati nella nostra società.

Quarto esempio: il divieto di “dissimulare il volto nei luoghi pubblici” nel Canton Ticino. A differenza del “divieto di costruire minareti”, questa legge, un tentativo maldestro e inefficace di rispondere ad una supposta “invasione di islamisti radicali”, ha come conseguenza la limitazione delle libertà individuali di tutti i cittadini, un’ulteriore vittoria dei nemici della libertà.


L’Uguaglianza (di diritti, di pari opportunità, di integrazione…)

L’uguaglianza non deve essere solo uguaglianza delle libertà individuali, ma anche uguaglianza delle opportunità, in quanto diritto alle pari opportunità per ognuno. Nessuno può essere discriminato in Svizzera, come recita la nostra Costituzione, “a causa dell’origine, della razza, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose…”. Garantire pari opportunità a tutte le persone che vivono all’interno di una società è la condizione indispensabile per costruire una pacifica convivenza civile e promuovere un’autentica integrazione sociale e culturale.

Non c’è nulla di peggio, quindi, e di più pericoloso oggi, che suddividere le nostre società tra un “Noi” (occidentali?, moderni?, liberali?, cristiani?,…) e un “Loro” (orientali?, medievali?, illiberali?, musulmani?,…). E questo non per “buonismo”, ma perché l’integrazione che passa attraverso le pari opportunità per tutti è la migliore arma, per non dire l’unica a titolo preventivo, per far sentire tutte le persone che abitano all’interno delle nostre società parte della nostra civiltà e contrastare potenziali conflitti e violenze sociali.

Solo così infatti i valori che tanto rivendichiamo non saranno solo i “nostri” di valori, ma potranno diventare anche i “loro”. Ciò significa tollerare e ascoltare la libertà di espressione, rispettare e promuovere i diritti e le pari opportunità anche delle persone di fede e origine musulmana. Ma significa anche non tollerare e contrastare quelle espressioni culturali che negano la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini, quale il fondamentalismo islamico, ma non solo.

Questo processo democratico, che deve saper promuovere un’autentica integrazione sociale e una pacifica convivenza tra persone di culture diverse, incontra oggi due ostacoli, opposti all’interno della nostra società e proprio per questo complementari, ostacoli che invece di aiutare a risolvere il conflitto e la disintegrazione sociale lo alimentano: la deriva xenofoba e antimusulmana da parte del populismo di destra, e la possibile tolleranza all’interno delle comunità musulmane del fondamentalismo che giustifica il terrorismo.

Chi alimenta oggi i pregiudizi antimusulmani e l’islamofobia non fa altro che esacerbare la “violenza sociale”, rendendosi responsabile della marginalizzazione e della discriminazione delle persone di origine musulmana. Una mano tesa a tutti i predicatori fondamentalisti che proprio nell’emarginazione dei giovani musulmani trovano il terreno fertile per trovare dei nuovi adepti. Per questi giovani ideali quali libertà e uguaglianza rischieranno di essere visti e vissuti come delle mere illusioni, o peggio, come delle conclamate menzogne, e sarà quindi più facile che si rivolgeranno altrove.

D’altra parte, mai come dopo le stragi di Parigi bisogna chiedere e instaurare con le comunità musulmane un’efficace collaborazione per sradicare qualsiasi apertura e convivenza da parte di qualcuno dei loro membri nei confronti dell’islamismo fondamentalista. Lo sappiamo, per la stragrande maggioranza dei musulmani gli atti terroristici non hanno nulla a che fare con la loro religione, sono anzi contrari all’insegnamento del “Profeta”. Ciò non toglie, però, che altri musulmani invece interpretino questo insegnamento come un’incitazione alla violenza e al terrorismo, come un invito ad una “guerra giusta”. Il lavoro, quindi, va fatto con e all’interno delle comunità musulmane.


La Solidarietà (la giustizia globale…)

Infine, non possiamo dimenticare che tutto ciò che avviene all’interno di un mondo globalizzato solleva anche in Europa delle “domande di giustizia” e ha oggi un’influenza diretta sulle “rappresentazioni del mondo” di chi abita all’interno delle nostre società.

Non si può più credere che ciò che accade in Siria, Iraq o Palestina non abbia valore e significato anche all’interno delle nostre realtà locali. Questo perché ad esempio uno può sentirsi terribilmente vicino ai bambini palestinesi uccisi a Gaza osservando e commentando le immagini dei loro corpi martoriati sullo schermo di casa sua. Ma anche perché non si possono più negare le responsabilità politiche, sociali ed etiche dell’Occidente “liberale” e “democratico” di fronte alle tragedie che avvengono nel resto del mondo.

Oggi non è più possibile invocare il rispetto dei principi di giustizia, libertà, uguaglianza e solidarietà solo per e all’interno dei nostri Stati-Nazione. Bisogna promuoverne e sostenerne con coerenza l’attuazione anche all’interno della “Comunità Mondiale”. Questo non significa che l’Occidente sia l’unico responsabile delle tragedie del mondo, ma significa accettare che ne siamo in ogni caso co-responsabili insieme agli altri cittadini del mondo.

È quasi inutile ricordare come il nuovo terrorismo rappresentato dall’Isis sia stato (anche) reso possibile dai tragici errori e dall’ingiustizia della guerra all’Iraq e della sua “ricostruzione mancata”. Che immagine diamo inoltre al mondo e ai suoi “giovani che cercano giustizia” quando alle parole del leader palestinese Abu Mazen, un “arabo-musulmano moderato” disposto al dialogo e contrario a ogni forma di violenza, non si fa che rispondere con l’occupazione, la colonizzazione e l’uccisione della Palestina? E dove risiede il rispetto dei nostri principi “civili” e “democratici” quando uccidere con delle armi da fuoco Osama bin Laden significa che “giustizia è stata fatta”, e quando ancora oggi qualcuno crede che la tortura e la pena di morte siano giustificati all’interno di una “guerra per la civiltà e la democrazia”?



lunedì 22 dicembre 2014

Appunti morali VIII.: Natale multiculturale



(da laRegione del 20 dicembre 2014)


Come vivere e festeggiare il Natale in una società sempre più multiculturale? 

Indipendentemente da come uno sceglie di celebrarlo nella spazio intimo e privato di casa propria, dove ognuno è libero di fare ciò che vuole, la questione si pone all’interno dei nostri “spazi pubblici”: scuole, piazze e altri “edifici statali”. Per questi spazi si solleva infatti il problema del senso e del valore che una società vuole dare ai simboli della sua cultura. Vale anche per il Natale, ammesso e non concesso che sia un simbolo importante per la nostra società, e non unicamente una “questione privata”.

Perché il Natale rimane la festa più “celebrata” dalla nostra società, più del 1. Agosto, del Carnevale e della Pasqua? Per le nostre “radici cristiane” o per “Babbo Natale”? O non si mischiano e si integrano, forse, all’interno del “Simbolo del Natale”, molteplici influenze, significati e valori storico-culturali propri della nostra cultura, quali la “Natività”, la “Famiglia” e, non da ultimo, il “Consumismo”? A quali di questi “valori” dare quindi la priorità? E come festeggiarlo, di conseguenza, nei nostri “spazi pubblici”, all’interno dei quali si incontrano e convivono sempre più persone di altre religioni e di altre culture, ma anche, occorre dirlo, persone laiche, magari pure atee, per le quali la “Natività” ha un valore sempre più relativo?


“Costruire o non costruire il presepe all’asilo?”

Riflettiamo a partire dal seguente caso pratico: “in una scuola dell’infanzia comunale ticinese convivono bambine e bambini di varie culture e religioni: cristiani cattolici, cristiani protestanti, cristiani ortodossi, ebrei, musulmani sunniti e musulmani sciiti. Ci sono però anche molti bambini di famiglie non credenti, taluni neppure battezzati.

Che fare? Ha senso ed è il caso di costruire un presepe insieme ai bambini per celebrare la Natività? È opportuno nei confronti dei bambini delle altre religioni, per le quali Gesù è semmai un “profeta”, per non dire un “falso messia”, ma sicuramente non il “figlio di Dio”? Ma non sarebbe il caso, a questo punto, per parità di trattamento, di dare spazio anche alla celebrazione di riti musulmani ed ebraici? E nei confronti dei bambini non credenti, infine, è proprio opportuno che una scuola pubblica e laica trasmetta dei simboli e dei valori religiosi? Non sarebbe il caso di parlare solo di “Babbo Natale”?”.

Anche il “Natale” solleva la questione della “integrazione”, e ogni volta che discutiamo di “integrazione degli stranieri” nella nostra società, si pone innanzitutto una domanda: quali sono i valori che dovrebbero stare a fondamento della nostra società, che sia gli immigrati che gli “autoctoni” dovrebbero fare propri e rispetto ai quali dovrebbero “integrarsi”? Sono i valori della nostra tradizione “giudaico-cristiana”? Oppure sono i valori dell’altra fondamentale tradizione della nostra cultura, cioè quelli dell’Illuminismo, della laicità, della libertà di espressione e di religione, e dell’uguaglianza-parità di trattamento per tutti i cittadini?

È giusto difendere i simboli e i valori della nostra “cultura cristiana”, quando la maggioranza della popolazione autoctona risulta sempre più “laica”, per non dire “atea”, cristiana più di nome che non di fatto? Visto che le chiese sono sempre più vuote, mentre le “nuove cattedrali della cultura contemporanea”, i “Centri commerciali”, sono sempre più piene, non sarebbe il caso di espellere i simboli religiosi dagli spazi pubblici, e accontentarci del Babbo Natale promosso dalla tradizione imperante, quella dei valori del “Consumo” e dei simboli quali la “Coca Cola”?
In ogni caso, di fronte al problema se costruire o meno il presepe all’asilo, possono esserci tre posizioni che tendono ad escludersi a vicenda.


Posizione 1: “Costruiamo solo il presepe, in quanto simbolo unico della nostra cultura”.

Per questa prima posizione, decidiamo di costruire il presepe all’asilo perché crediamo sia un simbolo essenziale per la nostra cultura. Reputiamo opportuno che la nostra società trasmetta quei valori religiosi che vogliamo stiano a fondamento della nostra storia e del nostro stare insieme. I bambini e le famiglie di altre religioni dovranno adeguarsi, essendo venuti a vivere in una società di tradizione cristiana. I loro riti, le loro usanze e i loro simboli culturali-religiosi possono continuare a viverli, se proprio desiderano, a casa loro, nel privato. Negli spazi pubblici decidiamo invece di celebrare le “radici cristiane della Svizzera (e dell’Europa)”.

Rispetto a questa prima posizione si pone però il problema della laicità dello stato: non è la nostra scuola una scuola laica, quale ad esempio quella ticinese di ascendenza “liberal-radicale,” che non dovrebbe trasmettere simboli e valori religiosi? Per coerenza, se costruiamo il presepe non sarebbe a questo punto anche il caso di reintrodurre i crocifissi nelle aule scolastiche? Ma se io sono un laico convinto, agnostico per non dire ateo, non ho il diritto di rivendicare che ai miei figli, da parte della scuola pubblica, non venga impartita alcuna educazione religiosa contro la mia volontà, ma venga piuttosto rispettata e promossa la libertà di culto e di pensiero?


Posizione 2: “Essendo lo stato laico, non costruiamo alcun presepe”.

Per questa seconda posizione, la scuola e lo stato devono rimanere laici e non trasmettere valori né simboli religiosi. La libertà di culto è garantita nel privato, dove ognuno può credere in ciò che gli pare e piace, mentre all’interno degli spazi pubblici deve valere innanzitutto il principio della neutralità dello stato di fronte alle questioni religiose. Non costruiremo quindi presepi né appenderemo crocifissi, e per parità di trattamento non daremo ovviamente neppure spazio ad altre espressioni culturali-religiose.

Per questa seconda posizione si pone però il problema se far comunque “entrare il Natale” nei nostri spazi pubblici, e se sì, come. Potremmo infatti decidere di “svuotare” completamente i nostri asili e le nostre scuole di qualsiasi simbolo che rimandi al Natale, dal Presepe passando per l’Albero, Babbo Natale incluso. Ma non sarebbe questo un eccessivo impoverimento, uno spogliare i nostri spazi pubblici dei simboli di un evento che in ogni caso è importante per la società? E non ha la scuola anche il compito, al suo interno, pur rimanendo neutrale e laica, di dare spazio, far incontrare e di mediare le varie espressioni culturali che provengono dalla società?

L’altra opzione per i sostenitori di questa seconda opzione potrebbe essere quella di dare spazio solo ai “simboli laici” del Natale, “svuotando” quindi l’evento “solo” dei suoi “simboli religiosi”. Non sarebbe infatti “Babbo Natale” un simbolo che può accomunare tutti, indipendentemente dal proprio “credo privato”? Ma la laicità e la neutralità dello stato e della scuola devono essere tali solo di fronte ai simboli religiosi? Non dovrebbe esserlo anche di fronte ad altre “ideologie” ed altre “religioni senza Dio”, quali il “Consumismo”? Nella cultura imperante dell’ “Homo Oeconomicus” siamo tutti uguali, cristiani, musulmani, ebrei, agnostici e atei. Siamo tutti consumatori di fronte al Simbolo contemporaneo per antonomasia che è la “Merce”, la cui celebrazione tocca anch’essa il suo apice nel “Rito del Consumo” che il Natale è diventato. Siamo veramente disposti come società a lasciar spazio solo a questa forma di “religiosità”, perlopiù dominante all’interno della nostra cultura? O nel “Natale” vi è dell’altro?


Posizione 3: “Costruiamo il presepe, e diamo spazio ad altri simboli culturali-religiosi”.

Rimane una terza posizione: quella di uno stato che si vuole sì “aconfessionale”, che però lascia spazio al suo interno, nei suoi luoghi pubblici, ai vari simboli culturali e religiosi presenti nella società. Lo stato può diventare così, proprio in quanto laico, neutrale e, non da ultimo, “democratico”, quel luogo di incontro, dialogo e confronto delle molteplici “forme di vita e di espressione” dei suoi cittadini.

Ci si può così confrontare con i molteplici simboli che il “Natale” rappresenta costruendo, volendo, anche un presepe. Questo non perché la scuola debba essere espressione delle “radici giudaico-cristiane” della nostra cultura, ma perché dà spazio, al suo interno, a ciò che può aver valore per una parte dei suoi membri. Il presepe potrebbe così diventare anche un’occasione di dialogo e di scambio con chi non ne condivide i simboli e i valori.

D’altra parte, in nome della parità di trattamento e della possibilità di espressione di tutti i “cittadini”, si potrà discutere e comprendere che non per tutti i cristiani il Natale cade il 25 dicembre. Ma non solo: si potrà anche dare spazio all’ascolto e alla narrazione di quegli “altri eventi” appartenenti alle altre tradizioni culturali e/o religiose presenti in classe, quali ad esempio il “Ramadan” o la “Pasqua ebraica”, a partire dal presupposto laico e liberale che per taluni Gesù non è il figlio di Dio, così come per altri Dio neppure esiste.

Lo spazio pubblico non sarà così “svuotato” e “spogliato” dei simboli e dei valori che vivono e agiscono all’interno della società, ma non sarà neppure il “luogo” dell’imposizione alle minoranze, e ai singoli cittadini tout court, di determinati simboli e valori reputati dominanti da parte di chi detiene il potere. Lo spazio pubblico potrà invece diventare un vero e proprio “spazio di mediazione interculturale”, occasione di incontro, scambio e confronto, ma anche di stimolo alla “riflessione critica”, in nome della “cittadinanza attiva” dei suoi membri.


P.S.: La terza posizione è ovviamente in contrasto con quanto avviene ad esempio nelle scuole pubbliche francesi, dove non vi è solo il divieto per le scuole di appendere crocifissi o costruire presepi, ma vi è pure l’obbligo per gli alunni di “levare dai propri corpi”, quando entrano in classe, qualsiasi “simbolo religioso” (una vera e propria estremizzazione della seconda posizione).

Ricordiamo inoltre pure il recente caso di un’allieva di St. Margrethen (SG), alla quale la scuola aveva imposto di levare l’hijab (il “velo islamico”) in classe. L’allieva, in seguito ad un ricorso presentato dalla sua famiglia al Tribunale amministrativo cantonale, in nome della libertà di credo e di coscienza può di nuovo indossare il suo hijab.

In uno stato laico e repubblicano, che non vuole confrontarsi con la differenza culturale e religiosa, gli spazi pubblici rischiano di venire “spogliati” della molteplicità dei simboli e dei valori che vivono all’interno della società, facendo così agire solo la “cultura dominante”, con i suoi simboli quali “Nike” e “Abercrombie” bene in vista, e i suoi relativi “valori”. 

martedì 25 novembre 2014

La doppia presenza. Per una valorizzazione delle culture d'origine dei migranti.



(discorso tenuto in occasione della "Festa per la giustizia sociale e contro la xenofobia" del 29 marzo 2014 a Lugano)

La filosofa Hannah Arendt sosteneva che l’essere umano nasce e “viene al mondo” due volte. La prima nascita è quella del “venire partoriti” come esseri meramente naturali. 
Potremmo chiamarlo “parto fisico”. La seconda nascita è invece quella del “venire accolti” come esseri viventi in un mondo linguistico-culturale. Questo mondo è formato dalle parole, dai gesti e dai significati con i quali nostra madre, o chi ne fa le veci, entra in relazione con noi, trasformandoci da esseri unicamente “biologici” e “istintivi” in esseri propriamente umani. Potremmo chiamarlo “parto culturale”. Questa “seconda nascita” è la nostra “prima entrata in società”.

I figli degli immigrati devono però affrontare una “terza nascita”: il “venire accolti” come stranieri in un ulteriore mondo linguistico-culturale, che non è quello dove sono stati accolti la prima volta dalla voce della loro madre e del loro padre. Potremmo chiamarlo “parto interculturale”. Avviene essenzialmente quando i bambini immigrati vengono inseriti per la prima volta nel nostro sistema educativo. Durante questa “seconda entrata in società” il bambino si rende conto che le parole, i gesti, i significati con i quali è diventato per la prima volta “umano” non sono le parole, i gesti, i significati della cultura dominante dove è destinato a vivere. Si accorge di essere diverso e che la sua lingua d’origine è subalterna e marginale.

Di fronte a questa “terza nascita” e “seconda entrata in società”, sia per la famiglia immigrata che per la società vi sono solo due opzioni, che si escludono a vicenda. Possiamo valorizzare sia la lingua e la cultura di provenienza del bambino che la lingua e la cultura della società di accoglienza. Oppure possiamo valorizzare unicamente lingua e cultura della società di accoglienza. È principalmente tramite questa seconda opzione che avviene oggi l’inserimento degli allievi alloglotti nelle nostre scuole, con tutti i rischi che ciò comporta, per l’allievo immigrato, per la sua famiglia ma anche per la nostra società nel suo complesso.

È infatti oramai dimostrato dalla letteratura scientifica di riferimento che, se vogliamo garantire uno sviluppo psicosociale adeguato della personalità ai bambini di seconda generazione, sarebbe auspicabile, per non dire necessario, valorizzare anche la lingua e la cultura del paese d’origine, e non solo quelle del paese d’accoglienza. Solo così il bambino potrà sviluppare un’identità interculturale complessa, e solo così potremo promuovere come società un’autentica integrazione che non sia una mera assimilazione alla cultura dominante.

Il bambino di seconda generazione è in prima istanza, sempre e comunque, uno straniero, essendo lui figlio di una lingua altra, di una provenienza culturale che struttura inevitabilmente la sua identità. Valorizzando questa provenienza, potrà rendersi conto della ricchezza e della complessità della cultura nella quale è venuto al mondo, che non è meno ricca né meno complessa della cultura della società di accoglienza, ma è solo differente. Solo così il fatto di provenire da una cultura subalterna non sarà vissuto come inadeguatezza e come vergogna, e solo così il suo essere diverso sarà vissuto come risorsa, e non unicamente come problema e come causa di marginalizzazione sociale. Anche perché quei bambini che faranno di tutto per nascondere la loro origine e diventare “più svizzeri degli svizzeri”, rischiano comunque di continuare a venire riconosciuti e trattati come stranieri.

Integrare non significa assimilare gli immigrati ai nostri usi e costumi. Significa valorizzare sia la nostra lingua e cultura sia le lingue e le culture dei loro paesi di provenienza, e costruire insieme una cultura comune più complessa, cogliendo nelle lingue e culture altre non un ostacolo all’integrazione, ma un’occasione di crescita e di ricchezza per tutti. Ed è solo così che i bambini di seconda generazione potranno trasformare la loro “doppia assenza”, il fatto di non sentirsi a casa né nel paese d’origine dei loro genitori né nel paese d’accoglienza, in una “doppia presenza”, in un poter essere sia svizzeri che portoghesi, serbi, turchi, … Non vi è altra scelta se si vuole promuovere uno sviluppo della nostra società che garantisca l’ordine, la pace e il benessere sociale di tutti i suoi membri, autoctoni compresi.







martedì 11 novembre 2014

Appunti morali VII.: "Burqa"


(da laRegione del 10 novembre 2014, Illustrazione di Sighanda)




Fino a che punto in una società che si vuole fondata su libertà e uguaglianza dovremmo tollerare la decisione di una donna di coprirsi il volto con il cosiddetto “burqa”?

Si tende perlopiù a parlare di “burqa”, anche se bisognerebbe innanzitutto distinguere tra “hijab”, il velo che copre solo i capelli, “niqab”, il velo che copre anche il viso ma non gli occhi, e “burqa”, che copre invece pure gli occhi. 

In ogni caso, il 22 settembre 2013 il 65% del popolo ticinese accetta l’iniziativa che inserisce nella costituzione cantonale il “divieto di dissimulare o nascondere il proprio viso nelle vie pubbliche e nei luoghi aperti al pubblico o destinati ad offrire un servizio pubblico”. La proposta di legge, per non essere discriminatoria nei confronti di un determinato gruppo sociale minoritario, vieta a tutti i cittadini, e quindi non solo alle “donne con il burqa”, di coprirsi il volto in tutti i luoghi pubblici: non solo in scuole, ospedali, banche, negozi, ma anche in piazze, strade, cinema, teatri e stadi. L’articolo costituzionale, prima di poter entrare in vigore, è in attesa di ottenere il beneplacito delle camere federali.

Ma si tratta veramente di un “problema reale”, o perlomeno prioritario, per la società ticinese? Probabilmente no, visto che le donne che girano con il viso coperto residenti in Ticino si contano sulle dita di una mano. Che bisognasse creare un articolo costituzionale apposito per affrontare un problema che concerne due o tre donne con il “niqab” è quantomeno opinabile (di donne con il “burqa” invece non se ne sono mai viste). Immaginiamo però che i fautori del divieto sosterebbero che si tratta di una legge preventiva, in vista di un possibile arrivo in massa nei prossimi anni di “donne col viso coperto”. Purtroppo, o per fortuna, questa previsione non ha alcun fondamento scientifico, nessuna invasione è prevista.

La stragrande maggioranza delle donne che vediamo con il “niqab” sulle nostre strade sono ricche turiste provenienti dall’area del Golfo, perlopiù saudite, che trascorrono le loro vacanze tra la Via Nassa e i nostri alberghi cinque stelle, convinte a venire in Ticino da una buona attività promozionale nei loro paesi da parte del nostro ente turistico.

Il popolo ticinese ha quindi innanzitutto votato una legge che è in contrasto con il suo interesse economico preponderante, l’utile dato dal denaro che queste turiste del Golfo spendono in Ticino. Ma probabilmente il dibattito su un problema (quasi) del tutto inesistente è segno di qualcos’altro, di un radicato disagio nei confronti di una società multiculturale, oltre che di un forte pregiudizio, diventato paranoia, nei confronti delle persone di fede musulmana.

Al di là delle riflessioni di carattere più psicologico e sociologico sul perché il popolo ticinese debba “perdere tempo” per affrontare “l’invasione delle donne col burqa”, proviamo però a confrontarci direttamente con le argomentazioni dei sostenitori del divieto.


Prima argomentazione: “coprirsi il volto non fa parte della nostra cultura”.

La questione essenziale da affrontare è come ci comportiamo, in quanto società, di fronte ad una donna che decide liberamente, di sua spontanea volontà, di indossare il “niqab” o il “burqa”. Se fosse costretta a indossarli, infatti, non sarebbe necessaria alcuna legge “anti-burqa”, avremmo già sufficienti mezzi legali per intervenire (sarebbe un atto di violenza e sottomissione di un cittadino da parte di un altro cittadino, un mancato rispetto della libertà dell’individuo e della sua autonomia, ecc.).

Incontrare una donna con il volto coperto ci può mettere a disagio, e creare in noi un effetto di spaesamento e di disorientamento: non ci siamo abituati, non fa parte dei nostri usi, costumi e abitudini. Ma che un’usanza non sia parte della nostra cultura è una ragione sufficiente per vietarla? Per i sostenitori della “legge anti-burqa” presumiamo di sì.

Ma vogliamo veramente vivere in una società nella quale la maggioranza della popolazione e lo Stato hanno la facoltà di decidere su come bisogna vestirsi, su come girare in strada, in cosa credere, sugli usi e costumi di tutti? Non è questo un attentato alla libertà, all’uguaglianza (nella libertà), ai principi liberali che stanno a fondamento della nostra cultura? Che male fa agli altri cittadini una donna che di sua spontanea volontà decide di coprirsi il volto? Sicuramente non ci limita nella nostra, di libertà. Posso non condividere la sua scelta, volendo mi può anche dare fastidio, ma perché le devo imporre un divieto pubblico assoluto?

Pensiamo all’attuale moda dei tatuaggi. Provengono da culture tribali del tutto distanti dalla nostra. Saremmo veramente disposti ad accettare una legge che vieti di mostrare qualsivoglia tatuaggio nei luoghi pubblici, perché non fanno parte della nostra cultura, perché non condivido la scelta di chi si tatua, anzi vedere sti tatuati mi dà pure fastidio, e a limitare di conseguenza la loro libertà individuale? Perché il tatuaggio sì e il “niqab” no?


Seconda argomentazione: “scoprirsi il volto nei luoghi pubblici è una questione di reciprocità che deve valere per tutti”.

I fautori della legge sostengono che le persone nella nostra società devono essere “viste in faccia”, e questo principio deve valere per tutti. Ora, si può anche convenire che in determinati luoghi è necessario che tutti “mostrino il volto” per ragioni di sicurezza, ad esempio in una banca o in un negozio. Ma l’iniziativa che è stata accettata impone di “scoprire il volto” in tutti i luoghi pubblici. Per banche e negozi bastava creare una disposizione legale specifica.

In nome della parità di trattamento e dell’uguaglianza nella libertà, potrebbe quindi anche essere corretto chiedere alle “donne con il viso coperto” di togliersi il copricapo in banca o al distributore di benzina, se anche io devo togliermi il casco quando ci entro. Ma, per coerenza, se d’ora in poi chiederemo a qualche donna di “togliere il burqa” sulle nostre piazze e sulle nostre strade, allora anche io non potrò più girare in inverno, se fa freddo, con il passamontagna, ma neanche con la cuffia e la sciarpa sulla faccia (coperture del tutto simili al “niqab”). Siamo veramente disposti a limitare a tal punto la nostra libertà?

I fautori della legge liberticida sostengono inoltre che la reciprocità non dovrebbe valere solo all’interno della nostra di società, ma anche tra la nostra di società e le società dalla quale provengono le “donne col viso coperto”. Se io mi reco nei loro paesi non devo anche io adeguarmi ai loro usi e costumi, e di conseguenza loro non devono adeguarsi ai nostri quando vengono da noi? Ma alla base della nostra di società non vi è innanzitutto la libertà di parola e espressione? Se io mi reco in Arabia Saudita non posso probabilmente vestirmi come voglio né sicuramente dire tutto ciò che penso. Ma è questo un motivo valido per limitare la libertà di espressione e di parola ad una saudita quando viene qui da noi?


Terza argomentazione: “coprirsi il volto nei luoghi pubblici crea un problema di sicurezza”.

Se si poteva forse anche convenire su una specifica disposizione legale che imponesse a tutti di scoprirsi il volto in determinati luoghi quali banche e negozi, molto più difficile invece è giustificare in nome della sicurezza il divieto generalizzato di coprirsi il volto in tutti i luoghi pubblici. Per coerenza e parità di trattamento dovremmo toglierci passamontagna, sciarpa e cuffia quando fa freddo, ma anche gli sciatori e i giocatori di hockey pongono problemi, per non parlare del carnevale.

Ora, è proprio rispetto all’argomentazione della sicurezza che i fautori della legge rasentano il ridicolo: nessun criminale dotato di un minimo livello di intelligenza, che sia un ladro o mettiamo pure un terrorista, indosserebbe mai un “burqa” per commettere un furto o un attentato in Ticino. Il carnevale inoltre crea potenzialmente molti più problemi di sicurezza che le “donne col burqa”, e quindi non sarebbe il caso di vietare le maschere?


Quarta argomentazione: “il burqa va vietato perché le donne che lo indossano sono sottomesse ai loro mariti, vittime di violenza domestica”.

I sostenitori dell’iniziativa potrebbero infine ancora argomentare che con la legge si intende prevenire e contrastare la violenza di cui queste donne sono vittime, si vuole “liberarle” dalla loro sottomissione ad una cultura maschilista e patriarcale.

Questo ragionamento dovrebbe valere anche per le donne che si coprono il viso di loro spontanea volontà, “imponendo loro la libertà” con un divieto? E talune delle nostre, di donne, che si rifanno più o meno completamente il volto e il corpo tramite il bisturi della chirurgia estetica, non sono anche loro sottomesse ai desideri di una società maschilista che le riconosce essenzialmente e quasi esclusivamente come meri corpi? Difficile dire se sia meglio o peggio coprirsi il volto o farselo rifare più volte da un chirurgo, è innanzitutto una questione di gusto personale. Ma perché alle prime il gesto deve essere vietato con la forza?

E per le donne che sono costrette a “coprirsi il volto” contro la loro volontà?  Al di là del fatto che non era necessaria una “legge anti-burqa” per intervenire legalmente e penalmente in questi casi, la legge è veramente efficace per aiutarle e per contrastare la violenza a cui sono sottoposte? Una delle ragioni per la quale il marito le impone di coprirsi il volto è anche per “non farsi vedere dagli altri uomini”. Il risultato più probabile che ottengo con la legge sarà quindi l’opposto di quello che (forse) auspicavo: tale donna dovrà molto probabilmente restare rinchiusa in casa, senza più neppure la possibilità di poter uscire, con la relativa intensificazione della violenza a cui è sottoposta.

Se l’articolo costituzionale verrà approvato dalle camere federali, i giuristi avranno in ogni caso il loro bel da fare per regolamentare tutte le possibili e molteplici eccezioni, dal carnevale alla “sciarpa e cuffia quando fa freddo” fino ai nostri giocatori di hockey. Rimarrà con ogni probabilità un unico divieto, intrinsecamente discriminatorio, che sarà imposto solo a due o tre donne residenti, visto che di turiste saudite non ce ne saranno più.

In Svizzera ogni giorno si verificano in media circa 44 reati di violenza domestica (dati 2012). Si stima inoltre che il 10-20% delle donne in età adulta abbia subito almeno una volta nella vita violenza in famiglia. Praticamente nessuna di queste donne indossa il “niqab”, ma troppi pochi sono i voti che si guadagnano sollevando questo problema.





lunedì 6 ottobre 2014

Appunti morali VI.: Omicidio su richiesta


(da laRegione del 4 ottobre 2014, Illustrazione di Sighanda)


Ma uccidere qualcuno è sempre sbagliato? E se l’assassinio fosse a fin di bene? Non si intende qui l’assassinio per il bene di una collettività, a scapito di un singolo individuo che non avrebbe più diritto a vivere, ad esempio l’esecuzione di uno spietato tiranno dittatore o di un indegno pedofilo stupratore recidivo. Si intende invece l’omicidio di un singolo individuo per il suo bene e su sua richiesta, individuo che ha deciso liberamente di voler morire e per il quale l’esistenza non ha più senso di continuare a durare.

Un essere umano, molto probabilmente sofferente, potrebbe chiedere il mio aiuto per farla finita una volta per tutte. E quindi perché non assecondare la sua decisione, sostenerlo nella sua scelta e assisterlo per garantirgli una morte dignitosa? Sempre meglio che lasciarlo da solo in cima ad un autosilo a dover decidere se buttarsi oppure no. Poi è chiaro, per me e per la mia coscienza non sarà sicuramente facile ucciderlo. Vi è poi una differenza sostanziale se sono io a dover fare il gesto che procura la morte o se questi lo fa da sé. 

È per questo che in Svizzera abbiamo optato per una soluzione più consona e efficace: il suicidio assistito su richiesta. Soltanto chi per “motivi egoistici” aiuta una persona a suicidarsi può essere punito penalmente. Non posso quindi assolutamente farlo per un mio utile personale: non è il caso di aiutare mia zia a suicidarsi per ottenerne l’eredità, ma neppure una persona qualsiasi se questa mi paga bene per assisterla, così come non è il caso di sostenere il suicidio di qualcuno che non mi sta particolarmente simpatico.

Sono invece libero di aiutare qualsivoglia persona a togliersi la vita se lo faccio non per il mio di utile, ma per il suo. Ovviamente la persona deve essere in grado di intendere e volere, capace di scegliere in autonomia se togliersi la vita oppure no, libera di prendersi le sue di responsabilità. Secondo la classica morale liberale, spetta a lei decidere se la sua esistenza ha ancora senso, se la sua vita è ancora una “vita buona” e “di qualità”, degna di essere vissuta, oppure no. Non posso mica imporre a qualcuno di continuare a vivere se non lo vuole.

Ecco perché qui da noi avremmo la possibilità, di diritto, di assecondare la scelta di un ragazzo ventenne per il quale la vita è tutta uno schifo, di sostenere la decisione di una donna di mezza età che ha subito un destino avverso, e di assistere una persona anziana per la quale l’esistenza ha perso di qualità. L’importante è che non sia io a dare la spinta dall’autosilo, a imboccare la pillola o a iniettare il veleno mortale. La scelta è sua, non mia, io posso solo essere di sostegno.


Perché l’omicidio su richiesta è moralmente sbagliato? Il “cannibalismo consensuale”.

Nei dibattiti etici viene spesso citato il seguente caso esemplare[1]: nel 2001, nel paesino di Rothenburg, in Germania, un ingegnere informatico di 43 anni, Bernd-Jürgen Brandes, rispose all’annuncio su internet pubblicato dal signor Arwin Meiwes, un tecnico di computer di 42 anni. Meiwes cercava una persona disposta a farsi uccidere e in seguito farsi mangiare. All’annuncio risposero circa duecento persone, ma pare che alla fine solo Brandes fu mangiato. Meiwes lo uccise, ne sezionò il cadavere e infine mangiò circa venti chili di carne della sua vittima consenziente, cucinati, pare, con olio d’oliva e aglio.

Che cosa c’è di male in questi fatti realmente accaduti? Entrambi erano adulti consenzienti, con un lavoro e una vita normali, giuridicamente giudicati in grado di intendere e di volere. Entrambi sono liberi di disporre della propria vita come gli pare e piace, fino a quando non fanno male a qualcuno, ed è stato il caso? Entrambi hanno il diritto di perseguire il proprio utile e decidere cosa per loro è una vita buona. Vi è stata addirittura una massimizzazione dell’utile di due persone: grazie all’incontro della vittima con il suo cannibale entrambi hanno dato un senso alla loro esistenza, e scelto autonomamente la loro strada verso il benessere, il piacere, forse la felicità.

Di male, si potrebbe ribattere, c’è innanzitutto la questione del “cannibalismo”. Le persone, nella nostra cultura, per la nostra tradizione, nelle nostre abitudini acquisite da millenni non si mangiano. Vi è, almeno per il momento, un limite morale che non si può infrangere. Ma al di là del cannibalismo, c’è il problema dell’omicidio su richiesta. Mettiamo che Meiwes, l’assassino, volesse solo aiutare Brandes a porre termine alla sua esistenza, perché giudicata non più degna di essere vissuta, senza senso e segnata da una sofferenza per lui inaccettabile. Perché avrebbe dovuto essere sbagliato ucciderlo?

Qualcuno sosterrà che la vita umana è un valore in sé, che bisogna proteggere, custodire e difendere, anche al di là e al di qua della nostra libertà individuale; la nostra vita e il nostro corpo sarebbero un dono e non del tutto una nostra proprietà, ma bisogna crederci. Qualcun altro dirà che dobbiamo promuovere una cultura della vita e lottare contro la morte. Non possiamo mica tollerare l’omicidio su richiesta, e neppure assecondare un suicida: di fronte a qualcuno che vuole buttarsi dall’autosilo, mica diciamo “è una tua libera scelta, la vita è tua, fallo!”. Faremmo di tutto per fermarlo (si spera), magari pure bloccandolo contro la sua volontà. Non siamo moralmente, umanamente, socialmente responsabili della vita e della morte di chi vuole togliersi di mezzo?


Ma il suicidio assistito è moralmente lecito? La morte dei “sofferenti inutili”.

Brandes, invece di farsi uccidere in Germania, avrebbe potuto intraprendere un viaggio in Svizzera, dove qualcuno poteva legalmente aiutarlo ad uccidersi. Anziani (e meno anziani) sofferenti, con malattie giudicate inguaribili, per i quali la vita non ha più senso, vengono regolarmente sostenuti nella loro decisione di togliersi la vita. Ma non solo: sempre di più anche persone senza una “malattia del corpo”, ma comunque sofferenti, vengono e verranno assistite nel loro percorso verso la libera scelta di morire, ponendo così termine ad esistenze giudicate senza senso, di scarsa qualità, superflue. Basta che chi assista non lo faccia per motivi egoistici.

La morale elvetica, iperliberale e iperutilitarista, ha optato per la seguente soluzione di “compromesso”: nelle nostre strutture pubbliche (ospedali, istituti di cura, ecc.) si lotta per la vita. Non vogliamo mica prenderci la responsabilità di decidere insieme, come società (come pazienti, politici, medici, parenti, personale di cura, amici, psicologici, ecc.), se per una persona ha ancora senso vivere oppure no, e se la sofferenza è oramai diventata insostenibile e irrecuperabile. L’eutanasia attiva diretta, tramite un gesto quale un’iniezione che procura la morte, è infatti reato penale. Noi promuoviamo la vita.

La morte in quanto tabù, in società contemporanee fondate sul mito di Peter Pan e su una volontà di potenza che ci desidera eterni, viene invece relegata nel privato. In questo processo di privatizzazione della morte, singoli e associazioni private accorrono regolarmente per assecondare, sostenere e assistere atti di suicidio, in nome della libertà del tutto individuale di decidere per se stessi quando morire, e di poter decidere in solitudine a casa propria se la propria vita abbia ancora senso, sia ancora “utile” e di “qualità”.

In Svizzera nel 2011 sono state aiutate 431 persone ad uccidersi. Di queste, sicuramente molte erano affette da malattie inguaribili, e il suicidio è stato probabilmente un sollievo per non dover patire le pene dell’inferno per il poco tempo rimasto a disposizione. Diverse altre persone, invece, sono state aiutate perché la loro malattia era “solo” esistenziale e sociale, e quindi forse guaribile. Magari erano persone sole, non più inserite socialmente, abbandonate a loro stesse, inutili per la società e quindi per se stesse, diventate solo un costo e non più un benefiche per nessuno.

La questione non è (più) quella della liceità del suicidio in sé. Uno può anche uccidersi, può essere anche un suo diritto. La questione è invece come decidiamo, come società, di rispondere alla sua richiesta di “suicidio sociale”. In Svizzera abbiamo deciso che pubblicamente, sotto la luce del sole, la morte mica la promuoviamo. La lasciamo invece agire nel privato, al di fuori della nostra coscienza pubblica e della nostra comune responsabilità. Un’efficace strategia sociale, consapevole o inconsapevole che sia, per liberarci dei sofferenti inutili.



[1] Si veda in particolare M. Sandel, Giustizia, Feltrinelli, Milano 2012, p. 86.



Suicidio assistito e eutanasia in Svizzera

In Svizzera non si è mai voluto creare una legge che regolamenti l’eutanasia e il suicidio assistito. Valgono però le seguenti disposizioni:
- Eutanasia attiva diretta: omicidio mirato a ridurre le sofferenze di un’altra persona. Il medico o un terzo somministra intenzionalmente al paziente un’iniezione che conduce direttamente alla morte. 
Questa forma di eutanasia, legalizzata ad esempio in Belgio e Olanda, è attualmente passibile di pena ai sensi dell’articolo 111 (omicidio intenzionale), articolo 114 (omicidio su richiesta) o articolo 113 (omicidio passionale) del Codice Penale.
- Assistenza al suicidio: soltanto chi "per motivi egoistici" aiuta una persona al suicidio (ad es. procurandogli una sostanza letale), è punito secondo l’articolo 115 del Codice Penale con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. 

Nel caso dell’aiuto al suicidio si tratta di procurare la sostanza letale al paziente che auspica suicidarsi. Quest’ultimo poi la ingerisce senza l’aiuto di terzi. 
Organizzazioni come EXIT prestano assistenza al suicidio nell’ambito di questa legge. Esse non sono punibili fintanto che non è possibile rimproverare loro motivi egoistici. 
A fine maggio l’assemblea di EXIT ha deciso di assistere nel suicidio anche persone anziane senza “malattie mortali”.



mercoledì 6 agosto 2014

Appunti morali V.: Polanski




(da "La Regione" del 7 agosto 2014)






È giusto non riconoscere, valorizzare e premiare le qualità artistiche di Roman Polanski, uno dei più grandi registi viventi, per il fatto che nel 1977 ha avuto un rapporto sessuale con una ragazza di 13 anni e 11 mesi?

Da più parti si continua a valutare negativamente, da un punto di vista morale, la partecipazione del regista al Film Festival di Locarno. Polanski è un criminale, Polanski fa di tutto per non essere estradato negli Stati Uniti, dove ancora oggi lo attende un processo per l’orrendo crimine che ha commesso, Polanski è ciò che oggi la nostra “morale sociale” reputa il “male assoluto”: un pedofilo, il mostro contemporaneo.

Potrà non piacere ai numerosi moralisti e ai moralizzatori nostrani, ma di fronte ad un’analisi più attenta e accorta le questioni etiche sono purtroppo, o per fortuna, molto più complesse di quello che appaiono, di quello che ci dice la nostra pancia o di quel che mormora la pancia del popolo. Ma assecondare questi mormorii, in particolare in questo cantone di provincia che ha fatto negli ultimi anni degli “umori della gente” la sua ragion d’essere politica, culturale e morale, è sicuramente la strada più facile, per rassicurare se stessi, gli altri e, perché no, per ottenere qualche tornaconto politico o qualsivoglia forma di riconoscimento sociale.

Polanski ha sicuramente commesso degli atti ignobili e meschini, quali il rapporto sessuale con una minorenne e la fuga di fronte alla giustizia, che hanno macchiato e peseranno per sempre sulla sua esistenza. Ma sono questi atti delle ragioni sufficienti per non invitare uno dei più grandi registi viventi al Festival del film di Locarno? D’altra parte, può la grandezza dell’artista, universalmente apprezzata e acclamata, mettere in secondo piano i suoi tragici errori?


Esiste il diritto a rifarsi una vita?

Cos’è che urta di più le nostre coscienze: il fatto che abbia commesso il reato o che sia fuggito dalla giustizia? Occorre qui ricordare come Polanski abbia patteggiato con la sua vittima, Samantha Geimer, una modella che il regista conobbe in quanto fotografo per Vogue. Si dichiarò colpevole di rapporto sessuale con persona minorenne e scontò in carcere la pena inflittagli. Venne rilasciato anticipatamente con una valutazione che consigliava una pena detentiva con la condizionale. Quando scoprì che il giudice non avrebbe dato seguito a questa valutazione fuggì in Francia.

Mettiamo per un attimo che l’intera procedura giudiziaria sia terminata e che anche negli Stati Uniti il suo caso legale sia oramai chiuso. Qualcuno reputerebbe ancora sbagliata l’idea di invitarlo al festival a parlare di cinema? Ciò non significherebbe mettere in dubbio il diritto, per una persona che ha commesso un atto criminale e ha scontato la sua pena, di “rifarsi una vita” e di non portare per sempre lo stigma sociale del gesto criminale che ha commesso?

Questo non vale unicamente per Polanski perché è un grande artista, ma per tutte le persone che una volta nella loro vita hanno commesso un reato. Non hanno tutte queste persone la possibilità di tornare ad una “vita normale” e di essere riconosciute dalla società per quel che fanno di buono, al di là dei crimini per i quali hanno scontato una “giusta pena” (sempre che ovviamente non siano recidivi)? Posso essere un “bravo padre”, un “bravo impiegato”, un “bravo sportivo”, un “bravo regista”, anche se una volta nella vita ho ucciso, rubato, stuprato, evaso il fisco, fatto sesso con una minorenne?

Coloro che non credono nel diritto alla seconda possibilità mettono in dubbio i principi del nostro ordinamento giuridico, e attaccano così i valori che stanno a fondamento della nostra morale sociale. È proprio di fronte al caso-limite della “pedofilia” che si tende sempre più a invocare l’internamento a vita, la castrazione, persino la pena di morte, in ogni caso la messa al bando definitiva dalla società. Ma ciò che realmente la “pedofilia” è e rappresenta necessiterebbe di un’analisi molto più approfondita che non delle mere reazioni emotive scritte su desideri di vendetta. E questo innanzitutto per prevenirlo, il male, e soprattutto per combatterla efficacemente, la “pedofilia”.


La complessità morale di un caso giudiziario

Mettiamo di non voler dare spazio alla caccia alle streghe contemporanea, e di non voler vivere in una società fondata su metodi giustizialisti premoderni, quando si marchiavano a vita con il fuoco i criminali. Ma decidiamo comunque di non voler rinunciare a giudicare gli atti di pedofilia in tutta la loro gravità e malvagità. In questo caso il problema morale essenziale dell’affaire Polanski diventa il fatto che sia fuggito di fronte alla giustizia americana.

Si apre qui la complessa questione del rapporto tra morale e diritto e della valutazione del caso giudiziario specifico. Per il diritto svizzero, Polanski è un uomo libero (come infatti rivendicato dai rappresentanti del Festival, anche se ci pare un argomento non del tutto esaustivo per giustificare il loro invito al regista). Inoltre non per forza se una persona è ricercata in un altro stato significa che noi, cittadini del nostro di stato, ne dobbiamo condividere le leggi. Infine, sempre a difesa di Polanski e del Festival, si potrebbe ricordare che la mancata estradizione del regista negli USA è stata giustificata da parte della Svizzera non unicamente per una questione di “forma”: la domanda di estradizione non è stata accolta perché secondo gli atti Polanski avrebbe già scontato l’intera pena inflittagli, e gli Stati Uniti non avrebbero presentato alle autorità federali la documentazione necessaria per dimostrare il contrario.

Ma si può veramente ridurre la valutazione morale ai formalismi di giudici e avvocati? In ogni caso le opinioni morali, anche solo attorno al caso giudiziario specifico, non possono che essere molteplici e spesso in contrasto tra di loro. Contro il regista e il festival citiamo, senza per questo voler essere esaustivi: le leggi di un paese vanno comunque sempre rispettate, non si può mica fuggire semplicemente perché le giudichiamo ingiuste, e qui parliamo pure di sesso con minori! Inoltre, il fatto non sia stato estradato non è perché ha potuto pagarsi i migliori avvocati? Infine, il fatto che venga riconosciuto e apprezzato come un grande regista non gli concede un trattamento di favore rispetto ad altri “poveri cristi” sottoposti a casi analoghi, per i quali nessuno accorre in difesa?

A favore di Polanski e del Festival: il regista ha patteggiato con la vittima Samantha Geimer, ha scontato la pena patteggiata, ha chiesto scusa alla vittima e Samantha Geimer l’ha pubblicamente perdonato. Lei ha inoltre richiesto più volte che non si parli più pubblicamente del caso (richiesta anche in Ticino per l’ennesima volta rimasta ascoltata…). Ancora a favore: c’è chi sostiene sia avvenuto un vero e proprio accanimento giudiziario nei confronti di Polanski, da parte di giudici e media conservatori nei confronti di una persona reputata fin troppo “liberal” e decadente nei suoi costumi e nel suo stile di vita, per una morale puritana che voleva tirare la coperta della giustizia dalla sua parte.


Opera e persona

Ma alla fine non sarebbe sufficiente l’alta qualità dell’opera del regista, oltre al fatto che in Svizzera è un uomo libero, per giustificare il suo invito a Locarno? Il “bene” che Polanski ha fatto alla società, con la poesia che ci ha saputo mostrare, le emozioni che ci ha fatto vivere, l’umanità delle storie di vita che ci ha permesso di cogliere, non mettono in secondo piano, da un punto di vista morale, il “male” che ha invece causato?

Non che il bene giustifichi il male. Nella valutazione etica di un essere umano, non bisogna sicuramente mai dimenticare i suoi vizi e i suoi errori, gravi o futili che siano. Ma non bisognerebbe anche riconoscergli le sue virtù e le sue beneficenze? Il male che Polanski ha commesso è in sé ingiustificabile, ma non possiamo negare che da qualche parte, quando apprezziamo un suo film o lo invitiamo ad un festival, pensiamo che questo male sia in parte compensato dal bene che ci ha offerto.
Non si tratta di distinguere l’artista dall’opera, perché artista e opera, di fronte ad un’analisi etica e non unicamente estetica, non sono mai del tutto distinguibili. Anche per questo, sia detto per inciso, le prese di posizione che accettano che al Festival vengano mostrati i suoi film, ma non che Polanski venga a Locarno, sono contradditorie o perlomeno superficiali, dettate dall’emozione e da un’analisi insufficiente della questione.

Ciò che dona riconoscimento e a valore alla sua persona sono i suoi film. E quindi, o crediamo che gli errori che ha commesso sono tali da infangare anche il suo esprimersi in quanto regista e decidiamo di boicottare i suoi film o, peggio, di censurarli. Oppure crediamo sia giusto ascoltare e premiare una persona per le sue virtù, così come reputiamo doveroso punirla per i suoi vizi. Altrimenti, le nostre crociate morali non saranno che una caccia alle streghe, o prese di posizioni morali fondate su una geometria variabile in vista di un proprio tornaconto personale.

Se decideremo comunque di applaudire Polanski per i suoi meriti di artista, crediamo che questi applausi non saranno mai sufficienti a cancellare quel tragico evento di 37 anni fa. La creazione di una somma opera d’arte non giustificherà mai un atto sessuale con una minorenne. D’altra parte, è questa violenza sessuale una ragione sufficiente per non cogliere, valorizzare e premiare la grandezza dell’opera di una persona?